Autoassunzioni e «affitti d’oro» L’allegra sanità calabrese

29 08 2009

I PASTICCI DEGLI AMMINISTRATORI DI COSENZA

Stabile affittato a 420 mila euro l’anno. Ma è ancora incompiuto ed è al centro di una disputa con il Comune

C’è chi aveva assunto il figlio, chi la moglie, chi la cognata, il cugino o il fratello della morosa ma il signor Michele Fazzolari ha detto no, basta coi parenti. E ha assunto direttamente se stesso. Togliendosi la soddisfazione di firmare di suo pugno la delibera. È successo a Cosenza, in quella Calabria che negli ultimi anni aveva già registrato altri episodi indimenticabili. Ricordate? Egidio Masella, appena nominato assessore regionale al Lavoro per Rifondazione, assunse come responsabile amministrativo la moglie Lucia. Pino Guerriero, presidente sociali sta della Commissione regionale anti mafia, assunse come autista il nipote. E il capogruppo dell’Udc Gianni Nuce ra tentò il capolavoro: l’assunzione a spese della Regione prima della moglie Felicia, poi del figlio Carmelo, poi del l’altro figlio Francesco. Capolavoro bloccato all’ultimo istante, con lui che sospirava: «Volevo solo avere qualcu no di cui fidarmi».

Anche Michele Fazzolari voleva qual cuno di cui fidarsi. Lo avevano preso all’Azienda Sanitaria Provinciale con un contratto di tre anni con scadenza a febbraio 2011. Un lavoro precario. Ma, facendo pesare un passato di segreta rio provinciale della Cisl, era riuscito a farsi affidare un incarico delicato. Lui, precario, doveva occuparsi della stabi lizzazione dei precari. Detto fatto, ha istruito una bella pratica per stabilizza re, con un contratto «individuale» a tempo indeterminato e la qualifica «ex 7˚ livello», l’uomo di cui più si fida: se stesso. Ha firmato la «determina» e l’ha passata per la controfirma al diret tore generale, Franco Petramala. Che senza batter ciglio ha dato il suo okey. Tirandosi addosso un acquazzone di polemiche.

Ma era solo l’inizio. Neanche il tem po di assorbire le prime accuse e su Pe tramala, additato come uomo vicino al presidente della provincia di Cosenza, il democratico Mario Oliverio, è arriva ta una nuova grandinata. Causata da un altro contratto. Quello firmato dal direttore generale dell’Asp per prende re in affitto una palazzina in località Muoio, alla periferia della città, oltre l’autostrada. Una brutta e anonima palazzina co me tante altre. Se non fosse per un det taglio: è ancora «al grezzo» e, come ha scritto sul Quotidiano di Calabria Mas simo Clausi, che già aveva dato la noti zia dell’auto-assunzione di Fazzolari, lo stesso contratto di locazione ricono sce che mancano gli intonaci e «non risultano ancora realizzati gli impianti tecnici e i solai e i laterizi per l’irrigidi­mento orizzontale si presentano an ch’essi allo stato rustico».

Ma il meglio deve ancora venire: lo stabile è infatti al centro da un decen nio di un braccio di ferro amministrati vo, burocratico e giudiziario. Che vede da una parte la società dei costruttori, che si chiama «Edera srl» e ha come amministratore unico Fausto Aquino, e dall’altra il comune di Cosenza fin dai tempi in cui era sindaco Giacomo Man cini. La storia si può riassumere in po che parole: avuto il permesso per co struire 16 appartamenti di edilizia po polare, la «Edera» aveva presentato una variante per aggiungerne altri otto e arrivare a 24, il Comune non aveva risposto e la società aveva deciso di procedere lo stesso puntando a chiude re con una sanatoria. Il vecchio Manci ni, però, non aveva voluto sentire ra gioni. E aveva mandato le ruspe con l’ordine di abbattere: sedici dovevano essere le abitazioni e sedici sarebbero state.

Oltre dieci anni dopo il tormentone, tra sentenze del Tar, verdetti del Consi glio di Stato, ricorsi, contro-ricorsi, rinvii, rifiuti dell’amministrazione mu nicipale di accettare la variante, richie ste di risarcimenti danni per dieci mi lioni di euro, non si è ancora chiuso. Nel frattempo, però, ecco la sorpresa. Mentre un pezzo del sistema pubblico (cioè il Comune) dava battaglia al l’ «Edera», un altro pezzo (l’azienda sa nitaria) si metteva d’accordo. E facen dosi promettere che i lavori saranno fi niti in pochi mesi ha preso in affitto lo stabile per sei anni. Il canone? Tenete vi forte: 420mila euro l’anno. Per sedi ci appartamenti di edilizia popolare. Totale complessivo: oltre 2 milioni e mezzo di euro. Per una palazzina di periferia desti nata ad ospitare fino al 2016 un po’ di uffici, di archivi, di garage… Evidentemente la Sanità calabrese, nonostante le notizie catastrofiche, ha ancora soldi da spendere…

G.A. Stella

fonte: Corriere della Sera




Quell’«aiutino» milionario del Superenalotto alla Sicilia

29 08 2009

SOLO OLTRE LO STRETTO LO STATO INCASSA MENO PER SOSTENERE LA REGIONE

Nelle prime settimane di agosto la norma contenuta in una legge del 1993 ha fatto entrare nelle casse di Lombardo 2,7 milioni di euro

Perché mai alla Sicilia (e solo alla Sicilia) va un ottavo di tutti gli incassi delle giocate al Superenalotto fatte nell’isola? Perché mai lo Stato non è altrettanto generoso con Lombardia, Toscana o Molise e neppure con le altre regioni a statuto speciale? La domanda, venata di irritazione, ha dilagato ieri on-line non appena è comparsa la notizia: l’erario lascia alla Regione il 12,25% della raccolta locale.

Un privilegio che ha consentito all’ente go vernato da Raffaele Lombardo di incassare soltanto in queste prime settimane d’agosto 2,7 milioni di euro. Quasi quanto il governo ha distribuito in tutto il 2008 alle organizza zioni di assistenza umanitaria con l’8 per mil le. La notizia, a dire il vero, è l’ennesima di mostrazione di quanto sia stato geniale, a suo tempo, il lancio sulla Settimana enigmi­stica di una fortunatissima rubrica: «Forse non tutti sanno che…». Dove da decenni si diffondono alla rinfusa le cose più curiose: «Forse non tutti sanno che… il canguro può fare salti di nove metri!», «Forse non tutti sanno che… Antonio Gramsci era alto un me tro e mezzo». «Forse non tutti sanno che… il tennista Rafael Nadal ha vinto su terra 60 par tite consecutive». Cose così: note agli specia listi ma ignorate dal grande pubblico, che se le beve come ovetti freschi di giornata.

Spiegano dunque le agenzie che lo Stato incassa il 49,5% delle somme gioca te agli sportelli Sisal di tutta l’Italia tranne al di là dello Stretto di Mes sina dove questa sua percentuale scende a poco più del 37% dato che in base all’articolo 6 della leg ge 599 del 1993 e del successivo de creto 11 giugno 2009 («Misure per la regolamentazione dei flussi fi nanziari connessi all’Enalotto») de ve lasciare il 12,25% delle somme giocate nell’isola alla Regione. La quale incas sa i soldi in aggiunta alla quota di diritto fis so (0,052 euro per ogni colonna giocata) e al l’aggio delle ricevitorie (8% della raccolta). «Una somma non di poco conto, visto che dalla Sicilia arriva il 6,8% circa della raccolta nazionale», precisa l’Agi. Visto che da genna io ad oggi i siciliani hanno giocato oltre 143 milioni, «a Palazzo d’Orléans sono arrivati circa 15,6 milioni nel 2009, e già 2,7 milioni nel solo mese di agosto». Eppure forse non tutti sanno che l’articolo 6 di quella legge del 1993, in realtà, non riguarda solo l’Enalotto ma tutte «le riscossioni dei giochi di abilità e dei concorsi pronostici riservati allo Stato a norma dell’articolo 1 del decreto legislativo 14 aprile 1948, n. 496». Vale a dire che le pub bliche casse girano alla Regione, stando alle norme, un ottavo di tutti gli incassi siciliani di tutti i giochi di questo genere.

C’è chi dirà che è giusto. Che si tratta di una cosa che alla Sicilia spetta perché il parla mento isolano «è il più antico d’Europa», per ché lo Statuto di Autonomia è nato prima del la Costituzione italiana e magari perché la Si cilia «avrebbe potuto diventare la 49 a stella della bandiera americana» come voleva il Partito per la Ricostruzione, che verso la fine della Seconda Guerra mondiale era arrivato ad avere oltre 40.000 iscritti dando battaglia per l’annessione della Sicilia agli Stati Uniti. Per non dire del «risarcimento» storico che sarebbe dovuto all’isola per lo sbarco di Garibaldi e dei Savoia, che qualche siciliani sta fanatico ha ribattezzato sul web «na zi- piemontesi».

Che la Sicilia sia economicamente nei guai è difficile da contestare. Il tasso di disoccupa zione è doppio rispetto a quello nazionale, il 39, 3% dei giovani sotto i 24 anni non riesce a trovare lavoro, il tasso di attività (51,2%) è il più basso in Italia, le famiglie che secondo l’Istat sono ai limiti dell’indigenza sono qua si una su tre e perfino il turismo, che secon do prima Prodi e poi Berlusconi avrebbe do vuto fare della Trinacria «la Florida d’Euro pa », riusciva ad offrire nel 2007, ha scritto Maria Marchese, «appena 36,1 posti letto su 1.000 abitanti contro i 75,2 posti offerti dal l’Italia, e ad attrarre appena 2,9 giornate di presenze annue per abitante, contro una me dia nazionale di 6,2». La scoperta di quella «quota superEnalotto» unica ed esclusiva, tuttavia, per quanto fosse già nota alla cer chia ristretta degli addetti ai lavori, rischia di rilanciare una polemica che in questi mesi si è fatta via via più accesa non solo con il Nord (dove gli anti-meridionalisti hanno ora un nuovo spunto di polemica) ma con le altre regioni del Sud. Regioni che per bocca di vari amministratori, dal campano Antonio Basso lino al pugliese Nichi Vendola, dal calabrese Agazio Loiero al lucano Vito De Filippo han no già storto il naso su troppi «aiutini» fatti avere negli ultimi mesi dal governo di destra alla sua roccaforte isolana capace di regalarle anni fa il famoso «cappotto» di 61 parlamen tari su 61.

Prima il regalo di 140 milioni a Catania per tamponare la catastrofe finanziaria comu nale… Poi i 180 milioni a fondo perduto per ripianare i debiti di Palermo… Poi il via libe ra di Roberto Calderoli alla pretesa della Re gione («o passa la norma, o facciamo saltare il tavolo», chiarì l’allora assessore al bilan cio) di trattenere sull’isola il gettito delle acci se sui prodotti petroliferi, cosa che per ora è sospesa ma garantirebbe alla Sicilia nuovi in troiti per circa 8 miliardi l’anno… Poi lo sbloc co dei famosi 4 miliardi di fondi Fas, sblocco deciso per arginare l’offensiva sul Partito del Sud ma non concesso alle altre regioni che reclamano lo stesso trattamento… Non sarà facile, per Raffaele Lombardo, spiegare ai suoi stessi colleghi perché la sua regione deve avere questo trattamento «spe ciale ».

G.A. Stella

fonte: Corriere della Sera




I piccoli ospedali dai costi proibitivi e le ambulanze usate due volte al mese

29 08 2009

GLI OSTACOLI AI TAGLI VOLUTI DALLA GIUNTA LOMBARDO

Salute da difendere e false illusioni. La soluzione? Un «118» che funzioni

Come si può dare torto a un paese in rivolta, con blocchi stradali, scioperi della fame e strade strapiene di manifestanti perché un ragazzo è morto dissanguato dopo un incidente stradale? Ognuno di quei cittadini ha diritto a essere curato al meglio, come se abitasse non nella Sicilia profonda ma nel centro di Milano. Eppure l’insurrezione di Mazzarino meri ta una riflessione più complessa. È davvero possibile tenere aperti tutti gli ospedali italia ni con un pugno di posti letto? E siamo sicu ri che questa sarebbe una scelta a favore del la salute di quei cittadini? I fatti, per sommi capi, sono noti. Nella tarda serata di giovedì scorso, verso le 11, nel pieno centro di Maz zarino, in provincia di Caltanissetta, Filippo Li Gambi sbanda con la moto e cade rovino samente.

Chiamano il 118, arriva un’ambulanza, lo portano al vicino ospedale del paese. Ha un’arteria tibiale ridotta in condizioni terribi li, perde sangue copiosamente. Impossibile operarlo sul posto: la sala operatoria è chiu sa da quattro mesi perché il piccolo nosoco mio è destinato a essere ridotto al solo pron to soccorso e pochi servizi di base quindi il turn-over è bloccato e nessuno mai verreb be per un contratto di poche settimane. Il ra gazzo viene caricato di nuovo sull’ambulan za e portato al «Sant’Elia» di Caltanissetta, a 40 minuti di macchina. Troppo tardi. Muore. «Poteva essere salvato», ha detto il padre. «Poteva essere salvato», ha detto il paese. «Poteva essere salvato», ha detto il sindaco Vincenzo D’Asaro, che ha subito preso carta e penna e scritto a Giorgio Napolitano: «Il mio popolo non chiede favori politici, chie de il rispetto del territorio, chiede che sia ri spettata la legalità e la democrazia. Chiede che sia garantito il diritto alla salute dei citta dini ».

Giusto. Vale per chi vive nelle linde valli altoatesine come sulle aspre montagne cala bresi. Se qualcuno ha sbagliato, deve pagare. Deciderà la magistratura. La rivolta di Mazzarino, sindaco in testa, rischia però di confondere l’obiettivo. Certo, se quel ragaz zo avesse sbandato con la moto a un chilo metro dal Niguarda o dal policlinico di Paler mo forse oggi sarebbe vivo: avere un ospeda le a portata di mano, se ti saltano venti centi metri di arteria tibiale, aiuta. Ma chi voglia preoccuparsi sul serio della salute delle per sone uscendo dalla reazione istintiva dettata dallo strazio, ha il dovere di chiedersi quello che dicevamo all’inizio: siamo sicuri che la scelta di tenere aperti ospedali minuscoli co me quello di Mazzarino aiuti sul serio i citta dini? Dal punto di vista economico, non ci sono dubbi. La Sicilia, oppressa da un folle debito sanitario accumulato negli anni che il nuovo assessore alla sanità Massimo Russo sta cercando disperatamente di arginare, si ritrova oggi con 64 ospedali pubblici.

La sola provincia di Caltanissetta, con 273.000 abitanti pari a un quartiere di Roma, ne ha sei: il Sant’Elia nel capoluogo più uno a Gela, uno a Mussomeli, uno a Niscemi, uno a San Cataldo e l’ultimo, appunto, a Maz zarino. Tema: ha senso tenere aperto, con tutti i doppioni, per esempio, quello di San Cataldo che è a sette chilometri da Caltanis setta? Ha senso tenere aperto quello di Maz zarino, che ha 32 posti letto in chirurgia, ostetricia e medicina, più 10 di day-hospital e impiega, tra medici, infermieri e personale vario, 110 persone per un totale nel 2008 di 1.515 ricoveri, pari a tre al giorno? Quanto alla chirurgia: ha senso tenere aperto un re parto che per funzionare al meglio, stando ai parametri, dovrebbe avere almeno 6 medici e 12 infermieri più il personale d’appoggio (più 6 anestesisti per tenere aperta anche la sala operatoria) se i 12 posti letto sono stati occupati in un anno da 183 ricoveri, cioè uno ogni due giorni? La risposta, se voglia moaccantonare la demagogia, è no. Mille ospedali in miniatura con tutti i servizi co me Mazzarino non può permetterseli l’Italia. E neanche la Svizzera o il sultanato del Bru nei. Ma non si tratta solo di una questione economica: per la salute dei cittadini uno Sta to serio deve essere sempre disposto ad an­dare in rosso. Il fatto è che, secondo tutti gli esperti del mondo, si tutela meglio la sanità collettiva offrendo dei servizi di base sparpa gliati sul territorio e concentrando le risorse economiche, le attrezzature più sofisticate, le intelligenze più brillanti, i «bisturi» più ca paci in alcuni centri di eccellenza. È lì che de vono finire i casi più gravi.

«Anche se fosse stata aperta la sala opera toria non avremmo potuto fare niente», ha confidato alGiornale di Sicilia il primario di chirurgia di Mazzarino Antonio Tirrò, «avrei avuto bisogno di un chirurgo vascolare, di un ortopedico e di un rianimatore». Di più: al di là delle attrezzature, non c’è équipe chirurgica che possa essere davvero all’altezza di affrontare un’emergenza se si ritrova a gestire un tran tran quotidiano interrotto solo da interventi delicatissimi rari e sporadici. Molto meglio avere un 118 che funzioni davvero e sia in grado di andare a recuperare i malati (in elicottero, se serve) anche nelle località più lontane e nelle condizioni più difficili.

Ma questo è un altro dei tasti dolenti. Anzi, in Sicilia forse il più dolente di tutti. Dopo avere praticamente dimezzato le Asl, dimezzato i manager, tagliato drasticamente certi conti che gridavano vendetta e avviato la riduzione degli ospedali da 64 a una ventina (più i Pronto Soccorso e alcuni servizi di base che resteranno là dove sono i nosocomi attuali), l’assessore Russo, un ex magistrato che Lombardo ha imposto per dimostrare a Roma che voleva davvero voltare pagina, ha appena cominciato a metterci le mani. E quanto sia indispensabile mettercele lo dice un rapporto di due anni fa della «Joint Com mission », il maggiore ente internazionale per la certificazione dei centri sanitari, dove si spiegava che il 118 siciliano costava allora 230 milioni di euro contro i 90 dell’analogo servizio in Piemonte che forniva prestazioni infinitamente migliori.

Colpa, certo, del fatto che nelle regioni set tentrionali buona parte dei servizi vengono svolti da volontari e in Sicilia, al contrario, non c’è autista o portantino che non debba essere pagato. Ma colpa anche d’una filoso fia organizzativa che per anni ha anteposto all’interesse dei cittadini, anche nella sanità, la distribuzione dei posti. Col risultato, co me ha rivelato pochi mesi fa un’inchiesta di Antonio Fraschilla sulla Repubblica di Paler mo , che le 52 postazioni attive «nel 2008 han no fatto in media meno di 160 interventi: cioè hanno lavorato un giorno sì e un giorno no». Quella, però, è la media. Perché se alcu ne hanno fatto in un anno oltre tremila soc corsi, altre si sono rivelate abissalmente al di sotto del minimo del minimo. Basti pensare a Erice, dove il centro 118 ha compiuto in media due interventi al mese ed è stato tenu to in vita (coi suoi dodici addetti per ogni ambulanza) nonostante la cittadina sia a 13 chilometri da Trapani. Per non dire di Antil lo, un borgo di 1.300 abitanti sui monti Ne brodi, dove il telefono del 118 squilla in me dia due volte al mese. Può darsi che avere lì ad Antillo un’ambulanza a disposizione rassi curi la gente. Ma è fuori discussione che quella gente sarebbe più tutelata da un 118 informatizzato (sembra impossibile ma non lo è ancora: lo sarà solo ad ottobre) in grado in caso di emergenza di spedire un elicottero e smistare il paziente nell’ospedale giusto, con la sala operatoria giusta, i chirurghi giu sti. O no?

G.A. Stella

fonte: Il Corriere della Sera