Lavori al Senato? Meriti un premio

9 07 2012

INDENNITÀ AGGIUNTIVE FINO A 2.500 EURO PER CARABINIERI, BANCARI E POSTINI «DISTACCATI»

Nel bilancio 3,6 milioni per le integrazioni. Per i 901 dipendenti di Palazzo Madama ben 14 sindacati: da quello degli stenografi a quello dei coadiutori
ROMA – L’ex senatore Gustavo Selva l’ha bollata un giorno «indennità di Palazzo». Mai definizione è stata più azzeccata per descrivere il capitolo 1.6.4 del bilancio di palazzo Madama. Dove c’è scritto «Personale di altre amministrazioni ex enti che forniscono servizi in Senato», accanto a una cifra: 3 milioni 570 mila euro. Tanto la Camera alta ha stanziato nel 2011 per arrotondare le paghe di tutte quelle persone che non ne sono dipendenti, ma lavorano lì. Innanzitutto le forze di polizia. «Un numero che non sono mai riuscito a conoscere nei 14 anni in cui sono stato deputato e senatore», confessò lo stesso Selva a Libero qualche tempo fa, argomentando tuttavia che quella «indennità di palazzo» spettante a poliziotti e carabinieri in servizio, appunto, nei palazzi del potere «dovrebbe essere riconosciuta piuttosto a chi fa servizio di strada per combattere la criminalità».
La cifra è ovviamente diversa a seconda dei gradi di responsabilità. L’«indennità di Palazzo» concessa alle forze di polizia oscilla da un minimo di 200 euro lordi al mese per i piantoni a un massimo di 2.500 euro per i gradi apicali. Poi ci sono i pompieri: da 300 a 2 mila euro. Quindi i vigili urbani: da 150 a 500 euro. E i dipendenti dell’ufficio interno di Poste italiane: da 200 a 1.000 euro. E già il fatto che un lavoratore dipendente debba avere una retribuzione aggiuntiva da un’amministrazione diversa dalla sua per fare lo stesso lavoro che qualunque suo collega meno fortunato svolge altrove in condizioni certamente più disagiate, soltanto perché è nel cuore del potere, è abbastanza curioso. Ma che all’indennità abbiano diritto anche alcuni privati è addirittura sorprendente. Parliamo dei dipendenti dello sportello bancario interno gestito da Bnl del gruppo Bnp Paribas (da tempo immemore si è in attesa di una gara), ai quali toccano da 400 a 750 euro lordi al mese. Come pure di quelli dell’agenzia di viaggi di palazzo Madama, affidata alla Carlson Wagonlit, i quali più modestamente si devono accontentare di 300-400 euro mensili. Briciole. Che però non toccano, per esempio, ai dipendenti del ristorante finiti in cassa integrazione dopo l’aumento dei prezzi del menu che ha provocato il tracollo del fatturato.
Sia chiaro: di questo stato di cose non sono certo responsabili i lavoratori. Ma che l’«indennità di Palazzo» rappresenti una singolare anomalia è chiaro da tempo: almeno da quando, dopo un ordine del giorno voluto nel 2009 dall’ex leghista Piergiorgio Stiffoni, quella voce avrebbe subito in alcuni casi un taglio del 10%.

Del resto, chi si ostina a difendere quel piccolo privilegio va compreso. Il livello delle retribuzioni del Senato continua a essere tale da mortificare gli «esterni» che lavorano a palazzo Madama e dintorni. Lo scorso anno gli stipendi del personale, comprese indennità varie, hanno toccato 134 milioni e mezzo di euro. Ovvero, 149.300 euro in media per ciascuno dei 901 dipendenti. Quasi il quadruplo della retribuzione media di un dipendente della Camera dei comuni britannica. Ma chi ha l’ingrato compito istituzionale di fronteggiare le offensive sindacali al tavolo delle trattative qui non deve avere vita facile. Anche se è un sindacalista poco arrendevole, a giudicare da come ha reagito alla sua espulsione decretata dal Carroccio: si tratta di Rosi Mauro, vicepresidente del Senato nonché presidente del sindacato «padano». Di sigle sindacali, davanti, ne ha 14. Quattordici per 901 dipendenti. In media, se tutti quanti avessero una tessera in tasca, 64 iscritti a sigla. In media, appunto. Perché per 49 stenografi esiste un «sindacato tra gli stenografi parlamentari» e un’«associazione resocontisti stenografi parlamentari». C’è poi l’«associazione fra i funzionari», l’«associazione consiglieri parlamentari», il «sindacato quadri parlamentari» e il «sindacato coadiutori parlamentari». Senza parlare dell’«organizzazione sindacale autonoma-Senato», dell’«associazione tra gli assistenti parlamentari del Senato», del «sindacato dei dipendenti del Senato», dell’«associazione sindacale intercategoriale del Senato» e dell’«associazione dipendenti Senato». E per finire con Cgil, Cisl e Uil.
La ciliegina: nonostante queste paghe stellari e il nutrito gruppo di espertissimi consiglieri (117), il Senato ha comunque speso 2,3 milioni di «consulenze per il Consiglio di presidenza e i presidenti» (capitolo 1.6.2) e quasi due milioni di «Prestazioni professionali per l’amministrazione».

Sergio Rizzo





Divise dalla storia o create in laboratorio Province, gli accorpamenti (im)possibili

9 07 2012

AMMINISTRAZIONI – VIAGGIO TRA SERBATOI DI POLTRONE CHE NESSUNO È MAI RIUSCITO A ELIMINARE

Enti a «testata multipla» e città rivali costrette a immaginarsi riunite per «sopravvivere» ai tagli del governo

ROMA – L’hanno combinata davvero grossa, a Fermo. Anche lì volevano la Provincia e ne hanno ammazzate due. È una banalissima questione di numeri. Con 175.047 abitanti, 860 chilometri quadrati e 40 Comuni, Fermo non rispetta nemmeno uno dei tre parametri (minimo 350 mila abitanti, minimo 3 mila chilometri quadrati, minimo 50 Comuni) che gli potrebbero garantire la sopravvivenza, secondo il progetto del ministro Filippo Patroni Griffi. Il bello è che anche Ascoli Piceno adesso è nei guai: divisa praticamente a metà per consentire la nascita di Fermo, è destinata a dissolversi. A meno che i fermani, due anni dopo aver brindato alla nuova Provincia, non vogliano tornare indietro. In caso contrario, c’è sempre Macerata…

E Lodi? Ci aveva messo qualche secolo per affrancarsi da Milano. Nel 1992, alla fine della Prima repubblica era riuscita ai lodigiani una impresa che nemmeno ai tempi del Barbarossa era stata possibile. Poi, dopo soltanto vent’anni di «indipendenza», la più cocente delle delusioni. La Provincia di Lodi dovrà mestamente sparire. Tornando assieme a Milano. Corsi e ricorsi vichiani…

Per non parlare di Rimini. Anche sulla romagnola s’era assaporato, in quel 1992, il miele dell’«indipendenza». L’indipendenza da Forlì, obbligata a una doppia concessione: mollare 27 Comuni a Rimini e allargare la denominazione provinciale a Cesena. Ma ora si dovrà fare marcia indietro. In una nuova grande Provincia romagnola che comprenda anche Ravenna? Chissà? Certo è che neppure il referendum con il quale sette Comuni dell’alta Valmarecchia già appartenenti alla Provincia di Pesaro Urbino fra cui San Leo – dove Cagliostro trascorse gli ultimi anni di vita in prigionia e una mano sconosciuta non fa mai mancare un fiore fresco nella rocca in sua memoria e ogni agosto ospita un imponente raduno di massoni – hanno decretato tre anni fa l’annessione a Rimini l’hanno potuta salvare. Ma tant’è.

Comunque vada, un risultato la proposta di Patroni Griffi certamente la otterrà: quello di segnare una nuova era nella guerra dei campanili provinciali. In Emilia potrà rinascere una sola Provincia sui territori di Parma e Piacenza, come ai tempi dei Papi Farnese. E in Toscana, dove teoricamente potrebbe sopravvivere una sola delle Province esistenti, quella di Firenze, che ne sarà di Arezzo? Fiorentini e aretini si guardano in cagnesco dalla battaglia di Anghiari di sei secoli fa. Cruciale per i destini della Toscana e la supremazia di Firenze, fu poco più di una rissa da stadio, se dobbiamo credere a ciò che scrisse Niccolò Machiavelli: «Ed in tanta rotta e in sì lunga zuffa che durò dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì che un uomo, il quale non di ferite ne d’altro virtuoso colpo, ma caduto da cavallo e calpesto spirò». Pare certo che morirono più cavalli che cristiani, ma a Sansepolcro, ne potete stare certi, c’è qualcuno che ancora gli girano. Come siamo pronti a giurare che a Siena c’è chi non si rassegna al fatto che buona parte dei famosi «paschi» da cui ha preso il nome la grande e oggi ferita banca cittadina, il Monte dei paschi, siano finiti sotto giurisdizione grossetana. Rimpiangendo i fasti di quando i borghi maremmani erano cinti dalle mura senesi. Al tempo stesso, chissà quanti livornesi stanno ripassando in vista di un possibile matrimonio con Pisa la lista dei proverbi, cominciando dal più famoso: «Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio».

Per tornare a epoche più recenti, da quando c’è l’Italia unita non c’è politico che non abbia fatto propaganda promettendo la Provincia. Non è trascorsa praticamente legislatura che non venisse proposta l’istituzione della Provincia di Melfi, rivendicando una vocazione storica della città lucana. «Onorevoli senatori, già nel 1866 Melfi e il suo circondario…». Nel 1866 il brigante Carmine Crocco, prozio dell’attore Michele Placido (che ne va fierissimo) che cinque anni prima aveva occupato e tenuto in pugno Melfi, era già in carcere, dove sarebbe morto nel 1905. Dopo Melfi fu la volta di Nola, «importantissimo nodo di transito e centro di confluenza e riferimento, già dall’antichità…». Quindi Aversa, Sibari, Sala Consilina, al Sud. Busto Arsizio, Pinerolo, Bassano del Grappa, al Nord. E Civitavecchia, nel Centro. Il massimo, però, erano le Province a testata multipla. Per esempio, quella della Venezia orientale: con due capoluoghi come Portogruaro e San Donà di Piave. O quella del Basso Lazio, capitali Cassino, Formia e Sora. Oppure l’Arcipelago Toscano. Ma il top è la proposta di creare la Provincia Ufita-Baronia-Calore-Alta Irpinia partorita da Lello di Gioia, nato a San Marco La Catola, nel foggiano, che allargò così gli orizzonti di chi ignorava l’Ufita: «Trattasi di un fiume lungo chilometri 49 che, nato dal monte Formicolo, affluisce nel fiume Calore Irpino che scorre fra l’Irpinia e il Sannio…».

Dai e dai, alla fine le Province a testata multipla hanno superato il muro della diffidenza. Ecco allora Verbano-Cusio-Ossola. Ed ecco dunque Barletta-Andria-Trani, la mitica Bat. Dieci comuni in tutto, tre dei quali capoluoghi di Provincia. Gli altri sette, perché no?

Nel 1861, all’Unità d’Italia, c’erano 59 Province. La loro estensione era misurata più o meno sul tempo necessario ad attraversarle completamente: una giornata di cavallo. Nonostante il declino degli equini per il trasporto umano, nel 1947 erano diventate 91. Mica poche, ma non c’erano le Regioni, che per quanto previste dalla Costituzione, sarebbero nate soltanto nel 1970. Dovevano sopravvivere giusto il tempo per passare il testimone a quegli enti, poi però nessuno ha avuto il coraggio di impartirgli l’estrema unzione, e sono rimaste spesso come formidabile serbatoio di poltrone, posti di sottogoverno e soldi. Quanti? Secondo il Sole 24 Ore , nel 2008 costavano 17 miliardi di euro, con un aumento di ben il 70% rispetto al 2000.

Non limitandosi alla semplice sopravvivenza, si sono moltiplicate con rapidità sconcertante. Nel 1974 erano diventate 95. Nel 1992, 103. Nel 2001, poi, ci ha pensato la Regione autonoma della Sardegna, raddoppiando in un sol colpo le sue Province, da 4 a 8.

E nel 2004 la stessa maggioranza guidata da Berlusconi, che ha vinto quattro anni dopo le elezioni promettendo di abolirle, ha completato l’opera portando il totale a 109 (Trento e Bolzano comprese). Con risultati esilaranti. La Provincia di Fermo, ancora: una specie di scissione dell’atomo che ha avuto come effetto la crescita improvvida dei consiglieri provinciali; dai 30 di Ascoli Piceno ai 24+24=48 delle due nuove entità spezzettate. Costo supplementare dell’operazione un paio di milioncini, per gradire. Quindi la Provincia di Monza e della Brianza, che ha fatto vacillare per un attimo il record negativo di estensione territoriale che apparteneva a Trieste: 212 chilometri quadrati. Con i suoi 363 chilometri quadrati copre la superficie di un quadrato di 19 chilometri di lato. Ma la Provincia italiana più cementificata (dice l’Istat che oltre metà del territorio non è più naturale) si salverà perché oltre a essere popolosissima (840 mila abitanti) ha 55 Comuni. C’è anche Arcore, residenza del Cavaliere…

Sergio Rizzo





Auto blu, affitti, uffici.Promossi e bocciati del piano sui risparmi A-Z

9 07 2012

Ora ricorsi e burocrazia non fermino le misure

di SERGIO RIZZO e GIAN ANTONIO STELLA

AUTO BLU
Finora si era andati avanti solo con i censimenti. Le auto blu si contavano, ma di tagli reali, pochi o niente. Questa volta la sforbiciata del 50% per acquisto, manutenzione e noleggi di autovetture prevista si applica anche ai buoni taxi. Sulla carta, un passo avanti netto. Ma per fare i conti finali occorre aspettare.

BENI CULTURALI
Rispetto al nulla del decreto Sviluppo, la spending review prevede un intervento nel settore dei beni culturali. È la soppressione di Arcus, creata nel 2004 per distribuire fondi pubblici a pioggia con criteri assai discutibili mentre siti archeologici importantissimi non vedevano un euro. Bene. Purché non vengano tagliati ancora, oltre al carrozzone, anche gli investimenti nel settore. Certo, visto che per la prima volta si punta a tagliare i dipendenti pubblici in eccesso si poteva osare di più: almeno introducendo maggiore flessibilità nell’orario di apertura dei musei.

CONSULENZE
Il divieto di dare consulenze a dirigenti pubblici appena andati in pensione, per quanto in certi casi specifici possa avere un senso, era stato già introdotto a Palazzo Chigi. Ora dovrebbe essere generalizzato. La pratica, anche in società statali, è diffusissima. Troppo. Recentemente si era vista proprio alla direzione generale di Arcus. Resta da chiedersi perché si sia atteso tanto. In ogni caso meglio tardi che mai.

DIPENDENTI PUBBLICI
L’eliminazione delle consulenze ai pensionati dovrebbe contribuire alla realizzazione di una delle misure centrali della spending review : la riduzione del 10% del numero dei dipendenti pubblici. Taglio che dovrebbe salire al 20% per i dirigenti e che dovrebbe riguardare tutti gli apparati dello Stato. Una sfida coraggiosa. Dal comunicato di Palazzo Chigi sembra di capire tuttavia che le amministrazioni periferiche, come le Regioni (dove ci sono le eccedenze di personale maggiori) sono escluse. Ahi ahi… Conoscendo certi governi locali c’è da toccar ferro. Ma lì purtroppo, senza un ritocco costituzionale, il governo ha le mani legate.

ENTI INUTILI
Il decreto stabilisce la soppressione dell’Isvap e della Covip: era ora. Anche se, dopo aver fatto trenta, si poteva fare trentuno. Per esempio, affidare compiti degli organismi cancellati alla Banca d’Italia, che dispone in abbondanza di personale ben preparato, invece che a un ente nuovo di zecca (l’Ivarp). Giusta anche la chiusura dell’Ente per il Microcredito, dell’associazione Luzzatti e della Fondazione Valore Italia. Difficile tuttavia non ricordare com’è andata a finire tutte le altre volte in cui si è decisa la soppressione di enti inutili. Come diceva Nino Manfredi: « Fusse che fusse la vorta bbona… »

FORNITURE
Le pubbliche amministrazioni spendono ogni anno 140 miliardi per acquistare beni e servizi. L’esperienza insegna che se tutti comprassero servendosi della Consip, creata apposta per gestire in modo centralizzato le forniture pubbliche, si risparmierebbe almeno il 20%. Con la spending review si fissa ora il principio generale che gli acquisti vadano effettuati in questo modo, salvo che non si riescano a ottenere condizioni migliori. Interessante la norma secondo cui per alcune forniture particolari, come elettricità, telefonia e carburanti, è obbligatorio servirsi della Consip oppure delle centrali di committenza regionali: chi non segue la regola rischia l’illecito disciplinare. Sperando che, in un Paese dove nessuno viene chiamato a rispondere delle proprie azioni, alle minacce seguano, contro i «furbetti dell’acquistino», azioni concrete.

GIUSTIZIA
Scuola, università e ricerca si sono salvate: pare che ci abbia messo una buona parola Giorgio Napolitano. Destino diverso toccherà alle strutture giudiziarie. Trentasette tribunali (su 165) e trentotto procure spariranno. Con loro, 220 sezioni distaccate di uffici giudiziari e centinaia di giudici di pace. Furibondi i sindacati: «Pagano sempre i cittadini, mai i poteri forti». Sarà. Ma la sproporzione abissale tra il sovraccarico di personale di certi tribunali rispetto alle carenze drammatiche di altri gridava vendetta al cielo. Un solo esempio: tempo fa la dotazione di giudici a Mistretta era non solo sette volte superiore a quella di Vicenza, ma tripla perfino rispetto a realtà calde come Brindisi o incandescenti come Santa Maria Capua a Vetere. Non sarà forse «una svolta epocale» come sostiene Paola Severino, ma una riorganizzazione, come dimostrano decine di inchieste giornalistiche, era indispensabile.

HOUSE
Dal primo gennaio del 2014 le amministrazioni pubbliche potranno dare affidamenti diretti alle società cosiddette « in house », cioè a controllo totalitario, esclusivamente se il valore di ogni singolo servizio è inferiore a 200 mila euro. Vigilare sui frazionamenti.

IVA
Come sarà sciolto il mistero dell’aumento dell’Iva? Il comunicato del governo afferma che la spending review consentirà di evitare l’aumento di due punti dell’Iva per gli ultimi tre mesi del 2012 e per il primo semestre del 2013. Significa che comunque l’Iva salirà di altri due punti da luglio 2013, per scendere poi di un punto dall’inizio del 2014? Incomprensibile. Boh…

LOCAZIONI
Pare che nemmeno il ministro Piero Giarda sia venuto a capo di un rebus: quanto spendono le pubbliche amministrazioni per affitti di uffici e locali? A scanso di equivoci, è previsto che vengano rinegoziati i canoni, per risparmiare almeno il 15%. E che poi si faccia una ricognizione degli immobili demaniali che possono essere usati per gli uffici pubblici. Finalmente! Purché anche la Consip risolva il suo contratto. Il soggetto che ci deve far risparmiare paga infatti per la sua sede un affitto di 2,3 milioni l’anno al netto dell’Iva: 638 euro al metro quadrato. Più caro della carissima pigione che la Camera paga per i palazzi Marini.

MEDICINE
Aumenterà lo sconto obbligatorio per i farmaci forniti al Servizio sanitario nazionale. Bene! Lo sfondamento della spesa farmaceutica sarà anche a carico dei fornitori. Bravi! Gli importi e i volumi di fornitura dei dispositivi medici saranno ridotti. Bis! Purché si metta mano al più presto al problema posto della caccia ai pazienti da parte di studi e associazioni che hanno scoperto l’affarone delle denunce contro ortopedici, chirurghi, otorini e così via. I quali, costretti a difendersi, in mancanza di una legge chiara, ricorrono ad assicurazioni sempre più care e prescrivono analisi e farmaci e controlli anche superflui per evitare al massimo i rischi. Una «medicina preventiva» che costa, secondo certi calcoli, 12,6 miliardi l’anno, cioè l’11,8% dell’intera spesa sanitaria.

NOMINE
Chi glielo spiega adesso ai politici trombati che le poltrone sono sempre meno? C’è una regola che fissa a un massimo di tre i posti nei consigli di amministrazione delle società a totale partecipazione pubblica. Non solo. Due su tre devono essere dipendenti pubblici. Uno solo potrà essere esterno, col doppio incarico di presidente e amministratore delegato. Le società statali in questa situazione (per esempio il Poligrafico dello Stato) non sono molte. Speriamo soltanto che sia d’esempio per le migliaia di aziende controllate dagli enti locali. E più ancora nelle regioni a statuto speciale. Dove l’andazzo va avanti come prima, quasi che la crisi riguardasse solo il resto del Paese.

OSPEDALI
Alla fine l’hanno avuta vinta: gli ospedali con meno di 120 posti letto evitano la chiusura anche stavolta. Un film già visto. Qualunque cosa riguardi le Regioni non si può toccare: pena il rischio di un ricorso (perso in partenza, ovvio), alla Consulta. Se poi c’è di mezzo la sanità, che fa girare ogni anno 110 miliardi, lasciando qua e là spazi enormi alle clientele, apriti cielo! Diciamolo: il governo era frenato in partenza da questi lacci e lacciuoli iper-autonomisti. Ma diciamo la verità: o si modificano queste competenze, o non si farà mai un passo avanti.

PROVINCE
L’accorpamento delle Province, anziché l’abolizione pura e semplice, era stato studiato proprio per evitare rogne davanti alla Corte costituzionale. Ma il progetto della Funzione pubblica ha rischiato di fare la stessa ingloriosa fine della proposta avanzata la scorsa estate da Roberto Calderoli ed evaporata miseramente in poche ore. Il governo si è salvato in corner con l’impegno di predisporre un provvedimento ad hoc nel giro di venti giorni. Vedremo. Intanto, a quanto pare, è saltato uno dei tre parametri fissati per lasciare in vita una provincia: avere nel proprio territorio almeno cinquanta Comuni. Non è un bel segnale.

QUASI PENSIONATI
I risparmi della spending review , dice la presidenza del Consiglio, faranno tirare un sospiro di sollievo ad altri 55 mila dei famosi «esodati». Che potranno così andare anche loro in pensione. Una conferma ulteriore che i lavoratori rimasti nel Limbo, senza stipendio né assegno di previdenza, erano molti più di 65 mila. Altre sorprese in arrivo?

RICOSTRUZIONE
Monti ha promesso che grazie alla revisione della spesa ci saranno due miliardi in due anni per riparare i danni del terremoto. Era il minimo del minimo, per i cittadini dell’Emilia Romagna. Resta il tema: a quando un serio programma di prevenzione?

SPESE MILITARI
«Le Forze armate ridurranno il totale generale degli organici in misura non inferiore del 10%». Un sacrificio inferiore al resto della pubblica amministrazione. Tutto qua? E gli stanziamenti per gli armamenti? E i privilegi ingiustificati degli alti gradi militari? Ci si può accontentare dell’«accelerazione della procedura di vendita degli alloggi di servizio di proprietà del ministero della Difesa»?

TAGLI
Tagli, sempre tagli, fortissimamente tagli. La spending review prevede anche un giro di vite, com’era intuibile, ai trasferimenti dal centro alla periferia. Giusto. Dal prossimo anno le Regioni ordinarie rinunceranno a un miliardo. La crisi è crisi. Le Province, a un altro miliardo. La crisi è crisi. Ai Comuni, invece, toglieranno due miliardi: e qui, però, la rasoiata rischia di essere tremenda. Pagano sempre gli enti locali più vicini ai cittadini, e i sindaci spesso si devono far carico di tutti i problemi. Come lo spiegheranno quegli amministratori, ai loro amministrati, che devono tagliare altri servizi mentre alcuni pezzi dello Stato subiscono appena appena una spuntatina?

UFFICI
Agli impiegati pubblici toccherà stringersi. Non avranno a disposizione che fra 12 e 20 metri quadrati per addetto. Riduzione degli spazi, riorganizzazione delle strutture, interventi di manutenzione più razionali: il tutto per risparmiare un bel po’ di quattrini. Perfetto. Ciò che capiamo meno è perché «una parte degli avanzi di gestione (cioè dei risparmi, ndr ) dell’Agenzia del Demanio» dovrà essere destinata «all’acquisto di immobili per soddisfare le esigenze allocative delle amministrazioni dello Stato». Fateci capire: sono troppi o troppo pochi, i possedimenti immobiliari pubblici?

VALORIZZAZIONE
Parola che non può mai mancare. Qui c’è due volte: per dire che saranno rese «più efficaci» le disposizioni per «la valorizzazione» a fini economici di immobili pubblici e che pure le società immobiliari pubbliche che hanno come scopo «la gestione e valorizzazione» del mattone di Stato beneficeranno di un trattamento fiscale «di favore». Dopo tutte le fesserie fatte con la scusa di «valorizzare» i nostri beni è obbligatorio vederci chiaro.

ZAVORRA
Una spending review che si rispetti non può che concludersi con un auspicio. Che la zavorra non la blocchi. Che le misure di buon senso (ce ne sono, e benvenute) non finiscano per impantanarsi in ricorsi al Tar o al Consiglio di Stato. Che la burocrazia statale, mai così potente quando sono in discussione le sue prerogative e i suoi privilegi, rinunci per una volta a gettare sabbia negli ingranaggi. Perché, anche se qualcuno ancora non se n’è reso conto, siamo tutti sulla stessa barca.








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