Asili nido, 15 mila euro a bimbo

3 02 2009

È il costo annuo in alcuni Comuni, Roma compresa Pochi posti disponibili, solo l’11,4% trova spazio

È sempre stato uno dei pezzi forti della propaganda politica. Da che mondo è mondo, quale ministro o politico non ha promesso un impegno straordinario per gli asili nido? Nel 1997 il ministro della Solidarietà sociale Livia Turco annunciò la riforma. Otto anni più tardi Grazia Sestini, sottosegretario del governo Berlusconi, rivendicò polemizzando con il segretario dei Ds Piero Fassino un aumento monstre «da 140 mila a 240 mila» del numero dei piccoli ospitati dagli asili nido. L’anno seguente Romano Prodi promise che nella sua legislatura avrebbe «raddoppiato i posti». Antonio Bassolino, presidente della Campania, regione nella quale gli asili vanno cercati con il lanternino, proclamò nel 2007: «Vogliamo raggiungere l’obiettivo di un asilo nido ogni ventimila abitanti». E un mese prima delle elezioni del 2008 l’ex ministro Rosy Bindi insisteva: «Entro il 2009 la copertura della domanda di asili nido raggiungerà il 15%».

Promesse e buoni propositi si sono tuttavia sempre scontrati con una dura realtà, che rende ancora attualissima la conclusione dell’indagine voluta nel 1984 dall’allora ministro Costante Degan: «La massima parte degli asili nido è concentrata nell’Italia centro settentrionale mentre una carenza si registra nelle Regioni meridionali e insulari. Motivo di preoccupazione è poi l’elevato costo di gestione dovuto sia alla parcellizzazione degli acquisti per vitto e materiali di consumo sia al mantenimento di personale spesso più numeroso delle necessità».

Per avere conferma chiedere al sindaco di Roma Gianni Alemanno che il 30 ottobre 2008 ha avvertito il ministro dell’Economia Giulio Tremonti: «Anche lui si deve piegare alla necessità di nuovi asili nido. Dovremmo ragionare su una legge che spinga le grandi attività produttive, compresi gli enti pubblici, ad avere asili nido». Bella scoperta: sono anni che se ne parla inutilmente. Secondo uno studio dell’Ifel, organismo dell’Associazione dei comuni italiani, nella capitale il tasso di copertura delle domande di asili nido è fermo al 14%. E Alemanno si può leccare i baffi, perché è una percentuale ben superiore alla media italiana. L’ultimo dato certificato dall’Istat è dell’ 11,4%. Un’indagine di Banca Intesa sostiene invece che per i soli istituti pubblici non si va oltre l’8%, «con punte estreme del 21% in Emilia-Romagna e dell’1% in Campania».
Ma cambia davvero poco, soprattutto se si considera che l’obiettivo di Lisbona concordato in sede europea stabilisce che per il 2010, cioè il prossimo anno, ogni Paese dell’Unione debba avere tanti asili nido da soddisfare almeno il 33% della domanda.

Vero è che in Italia presenta domanda per far accedere i propri figli al nido soltanto l’11,3% di quelli che Banca Intesa definisce gli «utenti potenziali ». Ma è pur vero che l’offerta è così bassa che appena il 76% riesce a mandare i piccoli all’asilo comunale. E andrebbe ancora peggio se nel 2006 non fossero stati aperti 122 nuovi nidi, visto che nel 2005 i cittadini che riuscivano ad avere il posto non raggiungevano il 60% di quanti l’avevano chiesto.

Piuttosto il sindaco di Roma dovrebbe preoccuparsi, come 25 anni fa il ministro Degan, dei costi. Dallo studio dell’Anci, che ha passato al setaccio praticamente tutti i Comuni italiani, si ricava infatti che Alemanno spenderebbe di meno pagando una baby sitter a ogni bambino. Ogni posto in un asilo nido romano costa 15.049 euro l’anno: 1.254 euro al mese per dodici mesi. E non è affatto il record assoluto. Il Comune dove gli asili nido sono più salati è Leonforte, 14 mila anime in provincia di Enna: 15.746 euro, ovvero 1.312 euro al mese per un anno intero. Appena sette euro e cinquanta al mese più di quanto costi un posto al nido comunale di Ascoli Piceno: 15.656 euro l’anno. Scendendo ancora nella classifica, si incontrano la città ligure di Ospedaletti (15.575), il paese siciliano di Piraino (15.399), poi Ventimiglia (14.622), Vimercate (14.483) in provincia di Milano, Venezia (14.098), Nizza Monferrato (14.045), Borghetto Santo Spirito (13.856) in Liguria, Brescia (13.840), Marcianise (13.580) in Campania, Como (13.288).

Nella classifica stilata dall’Anci non mancano sorprese, che fanno sorgere molti interrogativi. Innanzitutto fra le grandi città italiane gli asili nido di Roma sono i più costosi in assoluto, considerando che la media delle metropoli è di 6.802 euro pro capite l’anno. A Roma costano quasi il doppio rispetto a Milano (7.774 euro l’anno), città che può soddisfare il 22% delle domande. Ancora meno che nel capoluogo lombardo costano gli asili al Comune di Napoli: 5.830 euro l’anno pro capite. Peccato però che nel capoluogo campano il tasso di copertura delle domande non vada oltre il 4%.
Ma anche da questo punto di vista c’è chi sta peggio. A Foggia, tanto per fare un caso, trova posto nell’asilo pubblico appena un bambino su cento. A Reggio Calabria e Marcianise, Sant’Antimo, Nocera Inferiore e Torre Annunziata, tutti comuni della Campania, uno su cinquanta. A Vittoria, in Sicilia, e San Giovanni in Fiore, provincia di Cosenza, tre su cento. Sugli stessi livelli di Napoli ci sono anche Castelfranco Veneto, Vimercate (Milano) e Tivoli, in provincia di Roma. Appena meglio va a Pomigliano D’Arco, ma anche a Cesano Maderno, in Lombardia, Civitanova Marche, Besana in Brianza e Capannori (Lucca): qui il tasso di copertura è del 5%. A dimostrazione del fatto che anche al Nord ci sono condizioni difficili.

Come anche al Sud, d’altra parte, si trovano situazioni che demoliscono molti luoghi comuni. Tipica quella di Campofranco, un paese di circa 3.600 abitanti nella provincia di Caltanissetta. Va da sé che con una popolazione così esigua l’esistenza stessa di un asilo nido fa sembrare quello di Lisbona un obiettivo di retroguardia.

Ma un tasso di copertura del 90% non si registra, secondo lo studio dell’Anci, nemmeno nei più ricchi ed efficienti comuni settentrionali. Ci si avvicina, per modo di dire, Gaglianico, 4 mila abitanti nella provincia di Biella, dove c’è posto all’asilo nido comunale per i due terzi dei potenziali utenti.
Più o meno come accade in un altro comune siciliano, Caltabellotta, nella provincia di Agrigento, che con il 65% supera di un soffio anche la cremonese Piadena (64%). Sotto questo livello si trovano Peccioli (Pisa) con il 62%, Arcidosso (Grosseto) con il 56%, e poi Fogliano Redipuglia, in Friuli Venezia Giulia, e Ghemme, in Piemonte, con il 52%. Fino al 50% di Brescello, il paese dove Giovannino Guareschi ambientò la saga di Peppone e Don Camillo.

Bisogna precisare che si tratta di Comuni piccoli, che raramente superano 5 mila abitanti. Ben diversa è la situazione degli asili nido anche nelle più ricche e organizzate città del Centro Nord. L’unico capoluogo di Regione che supera il fatidico obiettivo di Lisbona è Bologna, con il 35%. Firenze si ferma al 29%, quattro punti al di sotto della soglia stabilita in sede europea.

Differenze enormi ci sono anche nei costi del servizio. Al comune di Massafra, 32 mila abitanti nella provincia di Taranto, un posto nell’asilo nido costa appena 1.074 euro l’anno: 89 euro e cinquanta al mese. Quasi quindici volte meno di Leonforte, quattordici meno rispetto a Roma, e un euro in più nei confronti di Montignoso, in Toscana. Che per un pelo non è il comune con l’asilo meno caro d’Italia.

Sergio Rizzo

Fonte: Corriere della Sera




Ponte sullo Stretto, si riparte

3 02 2009

Il tentativo di rilanciare il progetto. Rebus dei fondi La società istituita per l’opera ha speso 160 milioni

I ponti uniscono per definizione. Tranne uno: quello sullo stretto di Messina. Mai un ponte, o meglio, la sua semplice idea, ha provocato tante divisioni. Fra gli ambientalisti e il resto del mondo. Fra la sinistra e la destra. Ma anche dentro la sinistra, e dentro la destra. Fra calabresi e siciliani. Fra siciliani, e fra calabresi. Ognuno convinto delle proprie ragioni: tecniche, storiche, economiche e politiche. Tuttavia nessuno, finora, aveva sostenuto la necessità di fare il ponte ricorrendo alla più semplice delle argomentazioni: «Non c’è ragione al mondo che impedisca di unire quello che è separato da poco più di tre chilometri». Comincia così il libro di Giuseppe Cruciani «Questo ponte s’ha da fare», edito da Rizzoli, in libreria da ieri. Proprio mentre il nuovo governo di Silvio Berlusconi ha rilanciato quell’opera che era stata bloccata dal suo predecessore Romano Prodi. Il ponte, dunque, si farà. Quanto poi costerà, e quando poi sarà pronto il ponte a campata unica più lungo del mondo, quello è un altro paio di maniche.

In ogni caso, un record mondiale è già assicurato: il record delle chiacchiere e delle spese per un’opera esistita solo nei sogni. La storia moderna del ponte comincia esattamente quarant’anni fa, con il concorso internazionale di idee bandito nel 1969. Arrivarono 143 progetti, di cui uno perfino dalla Somalia, e vennero premiati ex aequo in sei. E nel 1971 una legge stabilì che dell’opera si sarebbe dovuta occupare una concessionaria pubblica. Dopo ben dieci anni fu costituita la società Stretto di Messina, che per 27 anni, mentre i piani per il ponte si facevano e disfacevano, ha continuato imperterrita a pagare consulenze e stipendi. Secondo calcoli della società, riportati da Cruciani nel suo libro, sono stati spesi almeno 150-160 milioni di euro.

Negli archivi c’è di tutto. Anche una prova della resistenza del ponte a un bombardamento atomico. Aperta nel 1981 con 25 dipendenti, al 31 dicembre 2006 la società Stretto di Messina era arrivata a pagare 102 stipendi, di cui ben 13 dirigenti, con tre sedi (Roma, Villa San Giovanni e Messina) più un call center. L’atto di nascita della concessionaria venne firmato quando l’inquilino di palazzo Chigi era Arnaldo Forlani. Amministratore delegato fu nominato l’ingegnere torinese Gianfranco Gilardini, nipote del fondatore della fabbrica d’armi Gilardini, che nel 1955 era stato l’animatore del Gruppo Ponte di Messina, vincitore di uno dei sei primi al concorso del 1969. Presidente, il senatore democristiano Oscar Andò, ex sindaco di Messina, già capo del consorzio per l’autostrada Messina-Catania. Nove anni dopo l’ottantaseienne Andò lasciò a Nino Calarco, anch’egli ex senatore dc e direttore dal lontano 1968, salvo una breve parentesi parlamentare, del quotidiano messinese La Gazzetta del Sud, che si trovò al fianco, nel consiglio di amministrazione, un funzionario dell’Italstat, Fortunato Covelli, incidentalmente figlio dell’ex segretario del partito monarchico, Alfredo Covelli. Calarco tenne duro fino al 2001, quando Berlusconi mise l’opera fra quelle della Legge obiettivo e lui si dimise sospirando: «Il sogno è diventato realtà». La sua poltrona venne prontamente occupata da Giuseppe Zamberletti, ex ministro della Protezione civile, ex senatore democristiano, considerato espressione dei grandi costruttori italiani.

Poi arrivò Prodi e il ponte finì sul binario morto. Eppure in passato Prodi non era stato contrario al Ponte. Il 7 settembre 1985 egli stesso annunciò: «I lavori per la costruzione del ponte sullo Stretto cominceranno al più presto». Secondo l’allora presidente dell’Iri, «il risparmio per un automobilista sarebbe di 40 minuti, 35 per autocarro e 92 per il treno» e «nel 2015 transiterebbero sul ponte 12 milioni e 621mila autovetture, oltre a 295 mila carrozze ferroviarie».

In quel momento era in pieno svolgimento la guerra senza esclusione di colpi fra l’Iri, che voleva il Ponte, e l’Eni che invece si ostinava a puntare sul tunnel. Un progetto meno caro e anche meno impattante sull’ambiente che tuttavia non fu mai preso seriamente in considerazione. Troppo forte era il partito del cemento. Nel dicembre 1987 il ministro dei Lavori pubblici socialdemocratico Emilio De Rose successore di Nicolazzi, scomodò persino il progettista del Ponte di Brooklin: «Sarà la maggiore opera di ingegneria di questo tempo. Le sue torri emergeranno come altrettanti segnali e capisaldi per le città delle rive e saranno considerati come monumenti del Paese». Mentre De Rose citava le celebri parole di John Roebling, la società Stretto di Messina presentava i conti dai quali emergeva che nei primi cinque anni era stato già speso l’equivalente di 35 milioni di euro in valuta 2007.

Le aspirazioni dei costruttori vennero bruscamente frustrate nel 1994 dalla freddezza che il premier Silvio Berlusconi manifestò, forse determinata dall’ostilità di Umberto Bossi. Ma anche il ministro dell’Ambiente del primo governo Berlusconi, Altero Matteoli (che il 22 maggio 2008 si è affrettato a scrivere alla Stretto di Messina: «Riprendete immediatamente le procedure per il ponte») lo aveva definito «un progetto fumoso». Non che a sinistra mancassero i contrasti, se è vero che nel 1991 perfino un esponente del Pds come Pietro Folena, passato molti anni dopo a Rifondazione, partito nemico del Ponte, sottoscrisse la proposta di legge per rifinanziare il piano. E se è vero che una trentina di parlamentari siciliani, con una nutrita partecipazione della sinistra, scrissero a Berlusconi per scongiurare l’accantonamento dell’opera. Vincenzo Visco si dichiarò personalmente favorevole. Il ministro dei Lavori pubblici, Enrico Micheli, non contrario. Carlo Azeglio Ciampi, pochi mesi prima di salire al Colle, la definì «un’opera certamente affascinante». E «affascinante, ma anche preoccupante» era per Massimo D’Alema. Dietro le quinte operava la potente lobby calabrese, che contava personaggi come il segretario della Uil Pietro Larizza e il ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio, ma anche il presidente del consiglio superiore dei Lavori pubblici Aurelio Misiti, in seguito assessore calabrese del centrodestra e oggi deputato dipietrista, il quale, dopo aver sostenuto che l’opera sarebbe stata troppo costosa, si riabilitò affermando: «Il ponte si farà perché lo vogliono la storia e l’Europa».

Pure il fronte sindacale era diviso: la Cgil contraria (il cremonese Sergio Cofferati: «Il ponte è inutile»), la Cisl favorevole (il siciliano Sergio D’Antoni: «Anche se fossi di Cremona direi fatelo»). Nel frattempo c’era chi si sbizzarriva sul nome con il quale battezzare l’Ottava meraviglia del Mondo. Il presidente della Regione Calabria Giuseppe Nisticò propose: «Lo chiameremo Ponte Carlo Magno», attribuendo al fondatore del Sacro romano Impero la paternità dell’idea. Bobo e Stefania Craxi proposero invece di chiamarlo «Ponte Bettino Craxi», in omaggio a loro padre, che nella sua ultima campagna elettorale aveva fatto del ponte la sua bandiera. «Una burla», commentò Antonio Di Pietro, proponendo di intitolarlo al giudice Rosario Livatino, assassinato dalla mafia.

Mentre il centrosinistra traccheggiava, il Mediocredito centrale di Gianfranco Imperatori aveva elaborato un progetto di fattibilità con il project financing, cioè il finanziamento a carico dei privati e una quota di circa un miliardo di euro a carico dello Stato. Poteva funzionare, ma a patto di dare ai privati una concessione di 50 anni e un pedaggio di 14 euro per auto.

Nel frattempo il conto della Stretto di Messina era arrivato a 83milioni di euro in valuta 2007, e soltanto per il progetto di massima. Ma Gianfranco Fini, il cui partito aveva sparato a palle incatenate su quella società fin dalla nascita, affermò categorico nel gennaio 2001: «Se andremo al governo lo faremo ». Non che nel centrosinistra non ci fosse qualche rimpianto. Se Clemente Mastella non ebbe remore nel dichiarare di essere stato sempre favorevole, il candidato premier Francesco Rutelli sorprese i suoi alleati dichiarando in campagna elettorale: «Il ponte si deve fare, ma non da solo». Nel centrodestra, invece, remava apertamente contro il solo Vittorio Sgarbi. In piena trance costruttivista il ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi chiamò in causa Vespasiano e Tuthankamon: «Sarà come il Colosseo e le Piramidi ». Berlusconi aggiunse che il ponte si sarebbe fatto anche per agevolare gli amanti: «Si potrà andare in Italia dalla Sicilia anche di notte, e se uno ha un grande amore dall’altra parte dello stretto potrà andarci anche alle quattro del mattino senza traghetti». Gli spasimanti, però, dovranno attendere ancora. Forse nottetempo il ponte lo varcheranno i loro figli. O magari i nipoti, chissà.

Sergio Rizzo

Fonte: Corriere della Sera




Bocciano i progetti e stiamo al gelo

3 02 2009

Quale sia il problema è sotto gli occhi di tutti. Soprattutto in questi giorni di gelo polare e incandescenti polemiche sulla forniture di gas russo. Un problema comune a tutta l’Europa, ma per noi assai più grave. Primo, perché consumiamo tanta energia quanto Turchia, Romania, Polonia e Austria messe insieme. Secondo, perché dopo aver abbandonato il nucleare senza imboccare sul serio le strade alternative (i termo-valorizzatori no perché «sono cancro-valorizzatori», l’eolico no perché le pale sono brutte, il geotermico no perché provoca «disastri ambientali », i pannelli solari no perché «rovinano i panorami dei tetti delle nostre belle città»…) ci ritroviamo a dipendere per l’88%, direttamente o indirettamente, dall’estero. Nessun Paese occidentale dipende dal gas quanto noi: nessuno. Basterebbe un guasto o una capricciosa chiusura «politica» dei rubinetti ai tre gasdotti oggi in funzione per un totale di 81,7 miliardi di metri cubi l’anno e resteremmo al gelo, con le fabbriche bloccate, i trasporti pubblici paralizzati. Unica alternativa: importare da altri Paesi gas stoccato allo stato liquido su grandi navi (quando è così occupa infinitamente meno spazio) per poi riportare il metano allo stato gassoso, appunto, nei rigassificatori. Eppure, nonostante il quadro riassunto, abbiamo un solo impianto, a Panigaglia, nel golfo di La Spezia. Contro i quattro della Corea, i sei della Spagna, i cinque degli Usa, i 24 del Giappone. In compenso, siamo pieni zeppi di progetti per un’altra quindicina. Per uno ormai ci siamo: la piattaforma già citata alla foce del Po. Costruita in Spagna e trascinata mesi fa da enormi chiatte da Algeciras fino alle acque di Porto Tolle, potrà rigassificare in tempi brevi 8 miliardi di metri cubi di gas l’anno: un decimo del fabbisogno italiano.

Che poi, oltre al governatore Giancarlo Galan, si vantino di averlo voluto e finanziato sia i governi di destra sia i governi di sinistra importa poco. Anzi: è un bene che entrambi gli schieramenti rivendichino per una volta la scelta. Dalle altre parti, infatti, le cose vanno diversamente. E ciò che sembra sensato, col consenso dello stesso leader locale dei Verdi Gianfranco Bettin, a venti miglia da piazza San Marco, appare mostruoso e criminale agli ayatollah ecologisti toscani, che si battono da anni contro il «bombolone» di Livorno, approvato da Palazzo Chigi, dalla Regione e dai comuni, come difendessero il Santo Sepolcro dalle orde del feroce Saladino. Sentiamo già le lagne: «I soliti ambientalisti nemici del progresso!». Magari, fosse solo quello il nodo. Non è così. Basti citare la posizione «laica» di Ermete Realacci: «Come diceva Diderot “non basta fare il bene, bisogna anche farlo bene”. Ma niente preclusioni: è solo questione di buonsenso». Tanto che Legambiente, in una nota, ha invocato martedì contro il nucleare proprio gli impianti invisi: «Secondo uno studio del Cesi ricerche anche costruendo 4 mega centrali Epr di terza generazione evoluta, da 1600MWciascuna, risparmieremmo appena 9 miliardi di metri cubi di gas all’ anno, il contributo di un solo rigassificatore di media taglia». La verità è che, al di là delle legittime pretese di avere garanzie sulla massima sicurezza e delle giuste richieste di conoscere ogni progetto nei dettagli, mai come nel caso dei rigassificatori gioca l’effetto «nimby»: «not in my backyard», non nel mio cortile. Lo dimostra il caso spezzino, dove la decisione di raddoppiare la potenzialità dell’impianto di Panigaglia (nonostante l’impegno preso anni fa di sgombrare l’area per restituirla al turismo entro il 2013) vede fratture e mal di pancia non solo dentro la sinistra che governa il comune e la Regione, ma anche dentro la destra, nonostante il ligure Claudio Scajola, parlando in generale e non del Golfo dei Poeti, sia stato netto: «In attesa del nucleare si procederà speditamente coi rigassificatori». Lo conferma il caso di Brindisi. Dove il cantiere dell’impianto non solo è bloccato dalla magistratura che indaga sull’ ex sindaco «rosso» Giovanni Antonino, ma spacca in due come una mela entrambi gli schieramenti. Nella squadra dei favorevoli si sono infatti via via arruolati i governi di destra e sinistra «romani ».

Di là, tra i contrari, con posizioni più o meno sfumate («ok, ma non lì») si sono messi tutti i «locali». Sia di destra, come il sindaco Domenico Mennitti, sia di sinistra, come il presidente provinciale Michele Errico o il governatore Nichi Vendola. Il caso più sconcertante però, è quello di Agrigento. Dove l’Enel ha cercato di spiegare che il nuovo rigassificatore per 8 miliardi di metri cubi l’anno è progettato in un’area degradata di Porto Empedocle dove oggi sorgono solo capannoni dismessi, che l’attracco con una diga foranea prevista dal 1963 (e mai realizzata) consentirà finalmente l’attracco alle navi da crociera, che i due enormi serbatoi sotterranei sporgeranno solo con due cupole più basse e meno vistose di tutte le ciminiere nei dintorni, che i criteri di sicurezza saranno i più avanzati al mondo e che nulla ma proprio nulla si vedrà dal più alto cucuzzolo agrigentino. Niente da fare: si sono schierati contro non solo la sinistra radicale, che sul manifesto ha strillato di «un mostro da 320 mila metri cubi d’acciaio in una delle aree archeologiche più belle del pianeta ». Ma anche Vittorio Sgarbi («progetto infame») e il sindaco destrorso poi sinistrorso e di nuovo destrorso di Agrigento, Marco Zambuto. Che ha presentato un allarmatissimo ricorso al Tar contro un impianto «così invasivo a ridosso della Valle dei Templi». Alla faccia perfino di un’ambientalista d.o.c. come la presidente del Fai Giulia Maria Crespi. Che dopo aver visto il posto ha scritto d’aver cambiato idea: nessun danno al paesaggio. Anzi: «Se a Porto Empedocle si bocciasse il progetto del rigassificatore sapete cosa si farebbe al suo posto? Niente di niente».

Gian Antonio Stella

Fonte: Corriere della Sera