Ponte sullo Stretto, si riparte

3 02 2009

Il tentativo di rilanciare il progetto. Rebus dei fondi La società istituita per l’opera ha speso 160 milioni

I ponti uniscono per definizione. Tranne uno: quello sullo stretto di Messina. Mai un ponte, o meglio, la sua semplice idea, ha provocato tante divisioni. Fra gli ambientalisti e il resto del mondo. Fra la sinistra e la destra. Ma anche dentro la sinistra, e dentro la destra. Fra calabresi e siciliani. Fra siciliani, e fra calabresi. Ognuno convinto delle proprie ragioni: tecniche, storiche, economiche e politiche. Tuttavia nessuno, finora, aveva sostenuto la necessità di fare il ponte ricorrendo alla più semplice delle argomentazioni: «Non c’è ragione al mondo che impedisca di unire quello che è separato da poco più di tre chilometri». Comincia così il libro di Giuseppe Cruciani «Questo ponte s’ha da fare», edito da Rizzoli, in libreria da ieri. Proprio mentre il nuovo governo di Silvio Berlusconi ha rilanciato quell’opera che era stata bloccata dal suo predecessore Romano Prodi. Il ponte, dunque, si farà. Quanto poi costerà, e quando poi sarà pronto il ponte a campata unica più lungo del mondo, quello è un altro paio di maniche.

In ogni caso, un record mondiale è già assicurato: il record delle chiacchiere e delle spese per un’opera esistita solo nei sogni. La storia moderna del ponte comincia esattamente quarant’anni fa, con il concorso internazionale di idee bandito nel 1969. Arrivarono 143 progetti, di cui uno perfino dalla Somalia, e vennero premiati ex aequo in sei. E nel 1971 una legge stabilì che dell’opera si sarebbe dovuta occupare una concessionaria pubblica. Dopo ben dieci anni fu costituita la società Stretto di Messina, che per 27 anni, mentre i piani per il ponte si facevano e disfacevano, ha continuato imperterrita a pagare consulenze e stipendi. Secondo calcoli della società, riportati da Cruciani nel suo libro, sono stati spesi almeno 150-160 milioni di euro.

Negli archivi c’è di tutto. Anche una prova della resistenza del ponte a un bombardamento atomico. Aperta nel 1981 con 25 dipendenti, al 31 dicembre 2006 la società Stretto di Messina era arrivata a pagare 102 stipendi, di cui ben 13 dirigenti, con tre sedi (Roma, Villa San Giovanni e Messina) più un call center. L’atto di nascita della concessionaria venne firmato quando l’inquilino di palazzo Chigi era Arnaldo Forlani. Amministratore delegato fu nominato l’ingegnere torinese Gianfranco Gilardini, nipote del fondatore della fabbrica d’armi Gilardini, che nel 1955 era stato l’animatore del Gruppo Ponte di Messina, vincitore di uno dei sei primi al concorso del 1969. Presidente, il senatore democristiano Oscar Andò, ex sindaco di Messina, già capo del consorzio per l’autostrada Messina-Catania. Nove anni dopo l’ottantaseienne Andò lasciò a Nino Calarco, anch’egli ex senatore dc e direttore dal lontano 1968, salvo una breve parentesi parlamentare, del quotidiano messinese La Gazzetta del Sud, che si trovò al fianco, nel consiglio di amministrazione, un funzionario dell’Italstat, Fortunato Covelli, incidentalmente figlio dell’ex segretario del partito monarchico, Alfredo Covelli. Calarco tenne duro fino al 2001, quando Berlusconi mise l’opera fra quelle della Legge obiettivo e lui si dimise sospirando: «Il sogno è diventato realtà». La sua poltrona venne prontamente occupata da Giuseppe Zamberletti, ex ministro della Protezione civile, ex senatore democristiano, considerato espressione dei grandi costruttori italiani.

Poi arrivò Prodi e il ponte finì sul binario morto. Eppure in passato Prodi non era stato contrario al Ponte. Il 7 settembre 1985 egli stesso annunciò: «I lavori per la costruzione del ponte sullo Stretto cominceranno al più presto». Secondo l’allora presidente dell’Iri, «il risparmio per un automobilista sarebbe di 40 minuti, 35 per autocarro e 92 per il treno» e «nel 2015 transiterebbero sul ponte 12 milioni e 621mila autovetture, oltre a 295 mila carrozze ferroviarie».

In quel momento era in pieno svolgimento la guerra senza esclusione di colpi fra l’Iri, che voleva il Ponte, e l’Eni che invece si ostinava a puntare sul tunnel. Un progetto meno caro e anche meno impattante sull’ambiente che tuttavia non fu mai preso seriamente in considerazione. Troppo forte era il partito del cemento. Nel dicembre 1987 il ministro dei Lavori pubblici socialdemocratico Emilio De Rose successore di Nicolazzi, scomodò persino il progettista del Ponte di Brooklin: «Sarà la maggiore opera di ingegneria di questo tempo. Le sue torri emergeranno come altrettanti segnali e capisaldi per le città delle rive e saranno considerati come monumenti del Paese». Mentre De Rose citava le celebri parole di John Roebling, la società Stretto di Messina presentava i conti dai quali emergeva che nei primi cinque anni era stato già speso l’equivalente di 35 milioni di euro in valuta 2007.

Le aspirazioni dei costruttori vennero bruscamente frustrate nel 1994 dalla freddezza che il premier Silvio Berlusconi manifestò, forse determinata dall’ostilità di Umberto Bossi. Ma anche il ministro dell’Ambiente del primo governo Berlusconi, Altero Matteoli (che il 22 maggio 2008 si è affrettato a scrivere alla Stretto di Messina: «Riprendete immediatamente le procedure per il ponte») lo aveva definito «un progetto fumoso». Non che a sinistra mancassero i contrasti, se è vero che nel 1991 perfino un esponente del Pds come Pietro Folena, passato molti anni dopo a Rifondazione, partito nemico del Ponte, sottoscrisse la proposta di legge per rifinanziare il piano. E se è vero che una trentina di parlamentari siciliani, con una nutrita partecipazione della sinistra, scrissero a Berlusconi per scongiurare l’accantonamento dell’opera. Vincenzo Visco si dichiarò personalmente favorevole. Il ministro dei Lavori pubblici, Enrico Micheli, non contrario. Carlo Azeglio Ciampi, pochi mesi prima di salire al Colle, la definì «un’opera certamente affascinante». E «affascinante, ma anche preoccupante» era per Massimo D’Alema. Dietro le quinte operava la potente lobby calabrese, che contava personaggi come il segretario della Uil Pietro Larizza e il ragioniere generale dello Stato Andrea Monorchio, ma anche il presidente del consiglio superiore dei Lavori pubblici Aurelio Misiti, in seguito assessore calabrese del centrodestra e oggi deputato dipietrista, il quale, dopo aver sostenuto che l’opera sarebbe stata troppo costosa, si riabilitò affermando: «Il ponte si farà perché lo vogliono la storia e l’Europa».

Pure il fronte sindacale era diviso: la Cgil contraria (il cremonese Sergio Cofferati: «Il ponte è inutile»), la Cisl favorevole (il siciliano Sergio D’Antoni: «Anche se fossi di Cremona direi fatelo»). Nel frattempo c’era chi si sbizzarriva sul nome con il quale battezzare l’Ottava meraviglia del Mondo. Il presidente della Regione Calabria Giuseppe Nisticò propose: «Lo chiameremo Ponte Carlo Magno», attribuendo al fondatore del Sacro romano Impero la paternità dell’idea. Bobo e Stefania Craxi proposero invece di chiamarlo «Ponte Bettino Craxi», in omaggio a loro padre, che nella sua ultima campagna elettorale aveva fatto del ponte la sua bandiera. «Una burla», commentò Antonio Di Pietro, proponendo di intitolarlo al giudice Rosario Livatino, assassinato dalla mafia.

Mentre il centrosinistra traccheggiava, il Mediocredito centrale di Gianfranco Imperatori aveva elaborato un progetto di fattibilità con il project financing, cioè il finanziamento a carico dei privati e una quota di circa un miliardo di euro a carico dello Stato. Poteva funzionare, ma a patto di dare ai privati una concessione di 50 anni e un pedaggio di 14 euro per auto.

Nel frattempo il conto della Stretto di Messina era arrivato a 83milioni di euro in valuta 2007, e soltanto per il progetto di massima. Ma Gianfranco Fini, il cui partito aveva sparato a palle incatenate su quella società fin dalla nascita, affermò categorico nel gennaio 2001: «Se andremo al governo lo faremo ». Non che nel centrosinistra non ci fosse qualche rimpianto. Se Clemente Mastella non ebbe remore nel dichiarare di essere stato sempre favorevole, il candidato premier Francesco Rutelli sorprese i suoi alleati dichiarando in campagna elettorale: «Il ponte si deve fare, ma non da solo». Nel centrodestra, invece, remava apertamente contro il solo Vittorio Sgarbi. In piena trance costruttivista il ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi chiamò in causa Vespasiano e Tuthankamon: «Sarà come il Colosseo e le Piramidi ». Berlusconi aggiunse che il ponte si sarebbe fatto anche per agevolare gli amanti: «Si potrà andare in Italia dalla Sicilia anche di notte, e se uno ha un grande amore dall’altra parte dello stretto potrà andarci anche alle quattro del mattino senza traghetti». Gli spasimanti, però, dovranno attendere ancora. Forse nottetempo il ponte lo varcheranno i loro figli. O magari i nipoti, chissà.

Sergio Rizzo

Fonte: Corriere della Sera




E i controllori del governo finirono sotto controllo

3 02 2009

Per il ddl dell’esecutivo, solo 4 eletti nel «Csm» dei giudici contabili: persa la maggioranza

«Mi ricorderò di te alle prossime elezioni! » sibila il solito prepotente al bravo sceriffo in ogni film di cowboy. Così era il Far West. Anche nella legge italiana, però, sta per essere infilato un tarlo simile. Che rischia di divorare l’autonomia della Corte dei conti fino al punto che il governo (il controllato) si sceglierà di fatto il controllore, cioè chi deve esaminare come sono spesi i soldi pubblici. Il tarlo, come tutti gli insetti che si rispettino, non è facile da scovare. Proprio come il dirottamento ad «amici» di un mucchio di soldi per lavori stradali marchigiani venne infilato anni fa in un decreto sulle «arance invendute in Sicilia», anche questo tarlo è stato nascosto dove poteva passare inosservato.

Nel disegno di legge 847 noto come «Brunetta»: «Delega al governo finalizzata all’ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico». L’ideale, nella scia della popolarità del ministro in guerra coi fannulloni, per collocare un boccone che, come tutti i bocconi avvelenati, è inodore e insapore. È l’articolo 9, dedicato al Consiglio di Presidenza della Corte dei conti. Il Csm, diciamo così, dei giudici contabili. Che costituzionalmente consente anche a questa magistratura, come a quella ordinaria e a quella amministrativa, di decidere da sé della propria vita, al riparo da interferenze politiche. Un principio ovvio e sacrosanto: chi comanda non può volta per volta scegliersi il controllore. Dice dunque quell’articolo, inserito da Carlo Vizzini (che come presidente della commissione Affari costituzionali del Senato ha di fatto agito per il governo), che quel Consiglio di Presidenza, composto oggi da 13 magistrati contabili (i vertici della Corte dei conti più dieci eletti dai circa 450 colleghi) più due esperti nominati dalla Camera e due dal Senato (totale: 17) non va più bene.

D’ora in avanti dovranno essere 11, con un taglio dei giudici eletti da 10 a 4 e le «new entry» del segretario generale della Corte e del capo di gabinetto, che in certi casi possono pure votare. Somma finale: i rappresentanti scelti dei colleghi precipiterebbero da 10 su 17 (larga maggioranza) a 4 su 13 (netta minoranza). Ma non basta. La perdita di potere del «Consiglio», sempre più esposto agli spifferi politici, sarebbe aggravata da una grandinata di poteri in più concessi al presidente. Come quello di stabilire l’«indirizzo politico-istituzionale ». Vale a dire: puntiamo di più su questi o quegli altri reati, concentriamoci di più su questi o quegli altri sprechi. Quindi meno su questo e quello. Peggio: il presidente «provvede» o «revoca» come gli pare «gli incarichi extraistituzionali, con o senza collocamento in posizione di fuori ruolo o aspettativa». Traduzione: diventa il padrone assoluto della distribuzione ai suoi sottoposti («tu sì, tu no») dei soldi extra e delle carriere parallele.

Cosa vuol dire? Moltissimo: il capo di gabinetto di un ministro cumula insieme lo stipendio nuovo (senza più il tetto di 289 mila euro inserito da Prodi e abolito da Berlusconi) con quello vecchio di magistrato «parcheggiato» altrove. E un solo «arbitrato» (quella specie di giustizia parallela, più veloce, su alcuni contratti pubblici) può regalare a un giudice guadagni di centinaia di migliaia di euro. Il che significa che il nuovo presidente, dicendo solo «tu sì, tu no», può cambiare letteralmente la vita dei suoi «dipendenti». Diventando il Dominus assoluto. Senza più il minimo controllo, scusate il bisticcio, dell’organo di autocontrollo, ormai esonerato. Poteri pieni. Totali. Un progetto pericoloso, attacca l’opposizione. Il controllo, denuncia Felice Casson, «verrebbe a essere asservito e subordinato ai governi centrali e locali ».

Il coordinamento dei magistrati ordinari, amministrativi e contabili, in una lettera mandata ieri a Napolitano, denuncia «un gravissimo vulnus ai quei fondamentali principi costituzionali che sono stati alla base della istituzione stessa degli organi di autogoverno». E l’Associazione nazionale dei magistrati contabili è arrivata a ipotizzare all’unanimità l’espulsione dello stesso presidente, Tullio Lazzaro. C’è chi dirà: allarmi esagerati. E giurerà che si tratta di «ritocchi» organizzativi che renderanno «efficiente» un organo che costa cinque volte più dello spagnolo Tribunal de cuentas. Che non limiteranno affatto le denunce sulla malagestione dei pubblici denari come gli sprechi della sanità in Sicilia, le troppe consulenze «conferite intuitu personae » (cioè a capriccio), i soldi buttati dalle regioni, dalle municipalizzate, dai comuni o perfino dalla Croce Rossa

Sarà. Ma nel progetto c’è scritto proprio così: il presidente della Corte dei conti diventa «organo di governo dell’istituto» e il Consiglio di presidenza viene degradato a «organo di amministrazione del personale». Nero su bianco. E lo sapete quando è stato inserito, il «ritocco» che stravolgerebbe senza passaggi costituzionali l’autogoverno dei giudici contabili? Poco dopo che il procuratore generale aveva denunciato il surreale tentativo di introdurre nell’accordo sulla nuova Alitalia un codicillo che prevedeva «l’esonero preventivo e generalizzato» per i nuovi soci «da responsabilità astrattamente esteso fino a coprire eventuali comportamenti dolosi, con effetti retroattivi». Cioè l’assoluzione concordata prima ancora che fosse commesso l’eventuale peccato. Pensa un po’ che coincidenza…

Gian Antonio Stella

Fonte: Corriere della Sera




Giustizia, tempi da Terzo Mondo

3 02 2009

Apertura dell’anno giudiziario. «Nel civile siamo solo al 156˚ posto dopo il Gabon e la Guinea»

ROMA — Inaugurazione dell’Anno giudiziario: magistratura divisa sulle intercettazioni. Tutti d’accordo sulla lentezza dei processi: l’Italia è al 156˚posto dopo Guinea e Gabon. Altri 16 giorni di ritardi nella durata media dei nostri processi e supereremo a ritroso anche lo staterello incastonato tra l’Eritrea e la Somalia. Questione di tempo: nella nostra retromarcia andiamo già peggio dell’Angola, del Gabon, della Guinea Bissau… Certo, Berlusconi spara sui «disfattisti » che demoralizzano le plebi incitando tutti ad essere ottimisti. L’ultimo rapporto «Doing Business 2009», però, non lascia scampo.

LA CLASSIFICA - La classifica, compilata «confrontando l’efficienza del sistema giudiziario nel consentire a una parte lesa di recuperare un pagamento scaduto », dice che gli Usa stanno al 6˚ posto, la Germania al 9˚, la Francia al 10˚, il Giappone al 21˚ e i Paesi dell’Ocse, fatta la media dei bravissimi e dei mediocri sono al 33˚ posto. La Spagna, che tra i Paesi europei sta messa male, è 54˚. Noi addirittura 156˚. Su 181 Paesi. Un disastro. Tanto più che quell’elenco non rappresenta solo un’umiliazione morale. La Banca Mondiale la redige infatti per fornire parametri di valutazione agli operatori internazionali che vogliono investire in questo o quel Paese.

CONSEGUENZE ECONOMICHE - Il messaggio è netto: dall’Italia, in certe cose, è bene stare alla larga. Perché uno straniero dovrebbe venire a mettere soldi in un’impresa italiana davanti a certe storie esemplari? Prendete quella di una vecchia signora vicentina che aveva fatto causa alla banca perché l’aveva incitata a investire tutti i suoi risparmi in una finanziaria a rischio e nei famigerati bond argentini. Sapete per che giorno le hanno fissato la prossima udienza? Per il 17 febbraio 2014. Un piccolo imprenditore veronese si è visto dare l’appuntamento per il 2016. Per non dire del caso del signor Otello Semeraro, che mesi fa non s’è presentato al tribunale di Taranto dov’era convocato per assistere all’ennesima puntata del fallimento della sua azienda. Indimenticabile il verbale: «Il giudice dà atto che all’udienza né il fallito né alcun creditore è comparso». C’era da capirlo: come dimostravano le carte processuali della moglie, citata come «vedova Semeraro», l’uomo era defunto. Nonostante la buona volontà, non era infatti riuscito a sopravvivere a un iter giudiziario cominciato nel 1962, quando la Francia riconosceva l’indipendenza dell’Algeria, Kennedy era alle prese coi missili a Cuba e nella Juve giocavano Charles, Sivori e Nicolè. Quarantasei anni dopo, le somme recuperate dal fallimento sono risultate pari a 188.314 euro. Ma nel ‘62 quei soldi pesavano quasi quanto quattro milioni attuali. Forse, se la giustizia fosse stata più rapida, qualche creditore non sarebbe fallito, qualche dipendente non avrebbe passato dei periodi grami…

UNA «CATASTROFE» - Perché questo è il punto: la catastrofe ammessa ieri dal presidente della Cassazione Vincenzo Carbone, a conferma della denuncia di giovedì del presidente della Corte Europea per i diritti umani, Jean-Paul Costa, durissimo nel ricordare che l’Italia è la maglia nera della giustizia europea («4.200 cause pendenti contro le 2.500 della Germania e le 1.289 della Gran Bretagna, quasi tutte per la lunghezza dei processi»), non tocca solo la dignità delle persone. Incide pesantemente sull’economia. Basti citare il libro «Fine pena mai» di Luigi Ferrarella: «Confartigianato, elaborando dati 2005 di Istat e Infocamere, ha proposto una stima di quanto la lentezza delle procedure fallimentari, in media 8 anni e 8 mesi, possa costare ogni anno alle imprese artigiane: un miliardo e 160 milioni di euro per il costo del ritardo nella riscossione dei propri crediti, e un miliardo e 170 milioni di euro di maggiori oneri finanziari per le imprese costrette a prendere in prestito le risorse». Totale: oltre 2 miliardi e 300 milioni di euro. Cioè 384mila di «buco giudiziario» per ogni impresa. Un sacco di soldi. Che in anni di vacche grasse possono azzoppare una piccola azienda. Ma in anni di vacche magre o magrissime, come questo, l’ammazzano.

SPIRALE PERVERSA - Di più: il sistema si è avvitato in una spirale così perversa che la «legge Pinto » per il giusto processo ha partorito altri 40 mila processi intentati dai cittadini esasperati dalla lentezza dei processi precedenti e cominciano già ad ammucchiarsi i processi che chiedono un risarcimento per la lentezza dei processi avviati per avere un risarcimento dei danni subiti da processi troppo lenti. Un incubo. Due anni fa la battuta dell’allora presidente della Cassazione Gaetano Nicastro («Se lo Stato dovesse risarcire tutti i danneggiati dalla irragionevole durata dei processi, non basterebbero tre leggi Finanziarie») pareva uno sfogo esagerato. Ieri è arrivata la conferma: avanti così e ci arriveremo. Dall’introduzione della legge Pinto fino al 2006 lo Stato aveva dovuto tirar fuori 41,5 milioni di risarcimenti ma «in due anni sono 81,3 i milioni già sborsati, più almeno altri 36,6 milioni dovuti ma non ancora pagati, per un totale di circa 118 milioni».

PATROCINIO GRATUITO AI MAFIOSI - Una emorragia devastante. Al quale si aggiunge un’altra ferita che butta sangue: il gratuito patrocinio concesso a decine di migliaia di persone. Ottantaquattromila sono stati, nel solo 2008, gli imputati che hanno ottenuto l’avvocato difensore pagato dallo Stato. Per un totale di 85 milioni di euro. Spesso buttati in un eccesso di garantismo peloso. Con l’assegnazione automatica di un difensore d’ufficio non solo a tutti gli stranieri «irreperibili» (che magari danno un nome falso e verranno processati inutilmente fino in Cassazione) ma addirittura a mafiosi che dichiarano un reddito inesistente (come Leoluca Bagarella e Antonino Marchese che, imputati dell’omicidio di un vicebrigadiere, chiesero la ricusazione della Corte d’Appello perché aveva loro revocato l’avvocato gratis) e perfino a latitanti. Ma in questo quadro, più nero di un quadro nero del Goya, sono davvero centrali la battaglia sulle intercettazioni o la separazione delle carriere? Giustiniano, di cui il Cavaliere disse di avere in camera un ritratto, forse si muoverebbe in modo diverso.

Gian Antonio Stella
fonte: Corriere della Sera