La sanità dei primari con la tessera

Per un trapianto di reni vi affidereste a un primario casiniano o diessino, forzista o mastelliano? Se la domanda vi sembra idiota, toccate ferro: i primari vengono scelti così, per la tessera, sempre più spesso. Il bubbone è scoppiato a Genova, grazie allo sfogo di un notissimo chirurgo. Ma lo scandalo si sta rapidamente allargando e forse richiamerà finalmente l’attenzione pubblica su un tema troppo a lungo occultato: le mani della politica nelle nomine perfino delle persone cui è affidata la nostra vita.

Ma partiamo dalla cronaca. Nell’aula magna dell’ospedale universitario San Martino di Genova, uno dei più antichi e dei più grandi d’Europa, Edoardo Berti Riboli tiene la relazione di chiusura della sua presidenza della Società ligure di chirurgia. Occasione solenne. Atmosfera formale. Finché il relatore butta lì: «Marco Bertolotto è diventato primario mentre era presidente della Provincia di Savona. Non ha nemmeno pensato di dimettersi o di andare in aspettativa. È diventato primario perché era politico o politico perché era medico?». È l’inizio d’un atto di accusa violentissimo. Contro i colleghi: «Ci sono chirurghi che non hanno mai davvero esercitato e sono stati promossi grazie alla lunga e fedele militanza politica ». Contro le «scorribande» delle lobby: «San Martino è terra di conquista per un intreccio tra politica e massoneria. C’è un chirurgo assunto grazie a by-pass massonici».

Contro i partiti: «Nel nostro ambiente si procede soltanto grazie al partito. Fra destra o sinistra non faccio differenze. Hanno la stessa voracità, solo che la sinistra è molto più strutturata ». Contro il governatore Claudio Burlando: «Si comporta come un dittatorello sudamericano… Se noi dobbiamo ringraziare chi ha curato i nostri genitori gli regaliamo dei fiori. Lui per dimostrare la sua gratitudine alla dottoressa che ha curato suo padre ha creato un reparto di ospedale».

E via così. Parole pesanti. Subito raccolte dal Secolo XIX. E da Burlando respinte con amarezza: «È un attacco di cattivo gusto che rientra in uno scontro tra quelli che una volta si chiamavano “baroni”. Non sapevo nemmeno che avessero creato un reparto nuovo. È vero che mio padre è stato curato in quel reparto, ma questo mi ha fatto soltanto capire quanto sia importante. Ho visto che per fare certi esami era necessario perfino andare a Torino… ». Neanche il tempo che l’accorata difesa del governatore e di alcuni primari tirati in ballo a partire da Marco Bertolotto («Sono stato nominato con regolare concorso. Si dice sempre che gli amministratori non devono essere politici di professione e poi se uno fa il presidente della Provincia e il medico lo si accusa di essere raccomandato») fossero pubblicate, e il giornale rilanciava le rimostranze del direttore della clinica oculistica Giovanni Calabria: «Noi in un anno forniamo 20mila prestazioni, Foniatria 200. Invece di dargli due stanze in più gli hanno dato 800 metri quadri. Per un medico e l’assistente». E perché? «Eccesso di zelo. Quando siamo andati dal direttore sanitario Gaetano Cosenza a fargli presenti le nostre difficoltà ha risposto che la realizzazione del nuovo reparto era un desiderio espresso da Burlando, che aveva identificato la mancanza di questo servizio e gli aveva detto di crearlo». Replica Burlando: «Dover andare a Torino per quel genere di cure non lo ritenevo tollerabile, per una città come Genova». Troppo spazio? «È una cosa che nemmeno io so spiegarmi. Io ho solo evidenziato una criticità che pesava sui cittadini… ».

Chi abbia ragione e chi torto si vedrà. Così come si vedrà se i medici tirati in ballo riusciranno a spiegare le loro ragioni e se la polemica politica, sollevata dentro la stessa sinistra dal consigliere Franco Bonello prima ancora che dal capogruppo di An Gianni Plinio, finirà per diventare incandescente o se prevarrà il silenzio in base all’antico monito evangelico: «Chi è senza peccato… ». Certo è che lo scandalo genovese getta sale su una ferita che è forse poco nota alla pubblica opinione ma da tempo sanguina nel corpo stesso dei medici italiani: il problema della scelta dei direttori generali e più ancora dei primari. Se la tesi che le politiche sanitarie devono essere decise dalla politica e che spetta dunque alla politica nominare i vertici delle Asl, tesi sostenuta sia a destra sia a sinistra, è più complicato convincere i cittadini sulla legittimità che anche un primario di ostetricia possa essere scelto sulla base dello schieramento politico. O peggio ancora partitico.

Eppure così avviene. E non solo in Liguria. Lo sostengono, ad esempio, tutti i medici via via coinvolti sul sito polis- savona.it nella discussione aperta dal dottor Giorgio Menardo. Il quale spiega che, cancellati i vecchi concorsi dove la commissione era composta da «un professore universitario, estratto a sorte dagli elenchi nazionali, tre primari ospedalieri della materia anche loro sorteggiati, ed un medico dirigente del ministero della Salute con un rappresentante dell’amministrazione locale che bandiva il concorso (…), vi sono oggi due primari ospedalieri quasi sempre della stessa regione ove ha sede l’ospedale che bandisce il posto ». Gente direttamente coinvolta. Peggio, l’esame vero e proprio non c’è più: «È solo una formalità che nella stragrande maggioranza dei casi si conclude con la dichiarazione che tutti i concorrenti sono idonei a ricoprire quel posto lasciando al Direttore Generale carta bianca nel scegliere chi vuole». Risultato: la politica pesa tanto che, dato che si sa già chi vince, crolla ovunque il numero dei partecipanti ai concorsi. Direte: possibile? Sul serio i primari sono spesso scelti solo per le simpatie politiche? «Non spesso, sempre», risponde secco Stefano Biasioli, segretario nazionale della Cimo, la Confederazione Italiana Medici Ospedalieri, considerata a torto o a ragione vicina ai moderati. «È un’intrusione massiccia. Pesantissima. Non solo nella scelta dei primari ma anche dei medici, degli infermieri… Nelle regioni di destra e di sinistra. Certo, il fenomeno in Campania, in Calabria o in Sicilia è terrificante. Ma riguarda, purtroppo, tutto il Paese. Tutto ». Carlo Lusenti, il segretario dell’Anaao, conferma: «Se non sempre, la politica ci mette il naso nove volte su dieci. Per carità, non c’è solo la politica. Ci sono le lobby universitarie, le cordate, i sindacati… Ma è certo che, se non si cambia il sistema delle nomine…».

Gian Antonio Stella

fonte: Corriere della Sera

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