La caccia al tesoretto fiscale

ROMA – Pagare le tasse è un perentorio «dovere civico». L’hanno ribadito, nell’ordine: il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi, il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone e il papa Joseph Ratzinger. Benedetto XVI ha scomodato perfino San Massimo, il primo vescovo cristiano, trecento anni dopo il più grande condono fiscale della storia (voluto dall’imperatore Adriano al rischio di far saltare per aria l’Erario di Roma) ad aver puntato il dito accusatore verso gli evasori fiscali. Bastava questo. Invece all’Agenzia delle Entrate hanno voluto strafare, ricordando con un lungo articolo sul quotidiano telematico Nuovo Fisco Oggi che per i musulmani pagare le imposte è addirittura «un atto di fede». Ma più che sopportabile, visto che la zakat, ovvero «tassa santa», unica imposta sul reddito delle persone fisiche è appena del 2,5%. Tanto modesta che l’anno scorso Osama bin Laden in un messaggio televisivo ha cercato di ingolosire così i contribuenti americani: «Convertitevi all’Islam, non si pagano le tasse». Quale sia il contenuto subliminale del messaggio pubblicato su un sito di un governo presso il quale i precetti islamici non sono certamente popolari, non è dato sapere. Ma è sospetta la coincidenza con la notizia che i proventi della lotta all’evasione sono aumentati del 46%, apparsa sullo stesso sito. È forse in arrivo per i contribuenti infedeli una sharia berlusconiana? Oppure è soltanto un’abile mossa propagandistica, come lascia intendere l’opposizione?

Intanto però Osvaldo Napoli, parlamentare del Pdl e uomo forte dell’Associazione dei comuni, gongola: «Gli italiani sanno da oggi che esiste veramente un tesoretto e sanno pure che dal prossimo anno ci sarà una distribuzione fiscale più generosa. Le denunce della sinistra che accusava il governo di aver allentato la lotta all’evasione vengono clamorosamente smentite». Rieccolo, il «tesoretto», che a molti era sembrato l’unico vero successo (virtuale) del governo di Romano Prodi. Salta fuori ogni volta che il Fisco dice di aver fatto il pieno, per sparire poi regolarmente subito dopo. Evaporato con il centrosinistra, evaporato pure con il centrodestra. Anche sulla portata dello scrigno, poi, si passa con facilità dalle dimensioni di una social card a quelle dell’assegno del Signor Bonaventura. Inseguito per mesi, del famoso «extragettito » dovuto al recupero dell’evasione fiscale che doveva essere utilizzato per redistribuire reddito alle famiglie e ai pensionati, non si è mai avuta traccia.

Un mese prima di vincere le elezioni, il Cavaliere dichiarò «guerra all’evasione fiscale», accusando la sinistra di aver barato: «Si è vantata di aver tirato fuori 40 miliardi di euro dalla lotta all’evasione, ma non è vero. I miliardi sono due». Poi, qualche giorno prima del voto, disse che una pressione fiscale «del 50-60% giustifica l’elusione e l’evasione». Appena al governo, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti tagliò corto: «Il tesoretto non esiste. Anche ammessa l’esistenza di questa entità ectoplasmatica, era già impegnata per ridurre il deficit. Da gennaio l’evasione è ripartita». Finché Vincenzo Visco, un giorno di ottobre, mentre già infuriava la bufera finanziaria, ha sentenziato a sua volta: «È chiaro che non c’è più una tenuta rispetto all’evasione fiscale. Le imposte più sensibili all’evasione stanno già crollando. Per quest’anno le cose andranno bene, ma l’anno prossimo saranno dolori ».

Chi ha ragione? Il centrodestra che accusa l’opposizione di aver truccato le carte quando era al governo, o il centrosinistra, dove molti considerano quello di Berlusconi il partito degli evasori? Il deputato del Pd Nicola Rossi considera stucchevole questo dibattito, al pari della discussione su un tesoretto che nessuno, tanto più oggi, tirerà fuori. «Che sia stata abbandonata la lotta all’evasione fiscale è pura fantasia. Ritengo anzi che ci sia piena continuità fra il precedente governo e questo», dice. E poi spiega: «Il centrosinistra ha contrastato il fenomeno rendendo soltanto più dura la vita al contribuente e di conseguenza più difficile l’evasione. Adesso non è cambiato molto. Visco teorizzava che l’evasione si combatte con la repressione. Tremonti soltanto non lo teorizza. Il recupero a cui assistiamo è unicamente frutto della repressione, ma è niente rispetto all’evasione reale». Per quanto la crescita del 46% abbia suscitato trionfalistici commenti nella maggioranza, i valori assoluti sono infatti assai modesti. Rispetto all’anno scorso circa 700 milioni di euro in più, e appena un centinaio in più dai ruoli. La maggior parte, 600 milioni di aumento, viene per giunta dagli strumenti «deflativi ». Si tratta di «istituti amministrativi» introdotti negli anni per limitare un contenzioso tributario che ha raggiunto livelli da capogiro: 600 mila cause pendenti, con una durata anche di quattro anni per il solo primo grado di giudizio. Le norme prevedono l’accertamento con adesione, l’acquiescenza e la conciliazione giudiziale.

Recentemente Tremonti ha introdotto nel decreto anticrisi uno sconto notevole per le sanzioni a carico di chi accetta di pagare volontariamente senza far ricorso: norma bollata dall’Italia dei Valori come «un condono che di fatto va a incentivare l’evasione ». Ma anche se i dipietristi si sbagliassero e lo sconto inducesse gli evasori (quelli piccoli, s’intende) a versare il dovuto senza fare troppe storie, sarebbe sempre una goccia nel mare. I 2,3 miliardi recuperati nei primi 11 mesi di quest’anno, anche grazie alla tax compliance (la condiscendenza fiscale che secondo Visco avrebbe fatto boom durante il governo di centrosinistra contribuendo all’incasso di 23 miliardi di euro di somme precedentemente non pagate), rappresentano poco più del 2% dell’evasione fiscale totale, valutabile in oltre 100 miliardi di euro l’anno. Senza considerare poi che dell’evasione accertata soltanto una piccola parte viene effettivamente incassata. Al 31 dicembre 2006, secondo i dati contenuti in un recente rapporto della Corte dei conti, l’Agenzia delle Entrate doveva riscuotere dai ruoli 160 miliardi 154 milioni di euro: circa il 10% del Prodotto interno lordo. Ma di questa enorme cifra, che farebbe precipitare il nostro debito pubblico ben al di sotto del 100% del Pil, più di 136 miliardi erano stati già considerati dal Fisco irrecuperabili. Perduti. Volatilizzati per le ragioni più varie. Altro che il tesoretto.

Sergio Rizzo

Fonte: Corriere della Sera

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