Auto blu, affitti, uffici.Promossi e bocciati del piano sui risparmi A-Z

Ora ricorsi e burocrazia non fermino le misure

di SERGIO RIZZO e GIAN ANTONIO STELLA

AUTO BLU
Finora si era andati avanti solo con i censimenti. Le auto blu si contavano, ma di tagli reali, pochi o niente. Questa volta la sforbiciata del 50% per acquisto, manutenzione e noleggi di autovetture prevista si applica anche ai buoni taxi. Sulla carta, un passo avanti netto. Ma per fare i conti finali occorre aspettare.

BENI CULTURALI
Rispetto al nulla del decreto Sviluppo, la spending review prevede un intervento nel settore dei beni culturali. È la soppressione di Arcus, creata nel 2004 per distribuire fondi pubblici a pioggia con criteri assai discutibili mentre siti archeologici importantissimi non vedevano un euro. Bene. Purché non vengano tagliati ancora, oltre al carrozzone, anche gli investimenti nel settore. Certo, visto che per la prima volta si punta a tagliare i dipendenti pubblici in eccesso si poteva osare di più: almeno introducendo maggiore flessibilità nell’orario di apertura dei musei.

CONSULENZE
Il divieto di dare consulenze a dirigenti pubblici appena andati in pensione, per quanto in certi casi specifici possa avere un senso, era stato già introdotto a Palazzo Chigi. Ora dovrebbe essere generalizzato. La pratica, anche in società statali, è diffusissima. Troppo. Recentemente si era vista proprio alla direzione generale di Arcus. Resta da chiedersi perché si sia atteso tanto. In ogni caso meglio tardi che mai.

DIPENDENTI PUBBLICI
L’eliminazione delle consulenze ai pensionati dovrebbe contribuire alla realizzazione di una delle misure centrali della spending review : la riduzione del 10% del numero dei dipendenti pubblici. Taglio che dovrebbe salire al 20% per i dirigenti e che dovrebbe riguardare tutti gli apparati dello Stato. Una sfida coraggiosa. Dal comunicato di Palazzo Chigi sembra di capire tuttavia che le amministrazioni periferiche, come le Regioni (dove ci sono le eccedenze di personale maggiori) sono escluse. Ahi ahi… Conoscendo certi governi locali c’è da toccar ferro. Ma lì purtroppo, senza un ritocco costituzionale, il governo ha le mani legate.

ENTI INUTILI
Il decreto stabilisce la soppressione dell’Isvap e della Covip: era ora. Anche se, dopo aver fatto trenta, si poteva fare trentuno. Per esempio, affidare compiti degli organismi cancellati alla Banca d’Italia, che dispone in abbondanza di personale ben preparato, invece che a un ente nuovo di zecca (l’Ivarp). Giusta anche la chiusura dell’Ente per il Microcredito, dell’associazione Luzzatti e della Fondazione Valore Italia. Difficile tuttavia non ricordare com’è andata a finire tutte le altre volte in cui si è decisa la soppressione di enti inutili. Come diceva Nino Manfredi: « Fusse che fusse la vorta bbona… »

FORNITURE
Le pubbliche amministrazioni spendono ogni anno 140 miliardi per acquistare beni e servizi. L’esperienza insegna che se tutti comprassero servendosi della Consip, creata apposta per gestire in modo centralizzato le forniture pubbliche, si risparmierebbe almeno il 20%. Con la spending review si fissa ora il principio generale che gli acquisti vadano effettuati in questo modo, salvo che non si riescano a ottenere condizioni migliori. Interessante la norma secondo cui per alcune forniture particolari, come elettricità, telefonia e carburanti, è obbligatorio servirsi della Consip oppure delle centrali di committenza regionali: chi non segue la regola rischia l’illecito disciplinare. Sperando che, in un Paese dove nessuno viene chiamato a rispondere delle proprie azioni, alle minacce seguano, contro i «furbetti dell’acquistino», azioni concrete.

GIUSTIZIA
Scuola, università e ricerca si sono salvate: pare che ci abbia messo una buona parola Giorgio Napolitano. Destino diverso toccherà alle strutture giudiziarie. Trentasette tribunali (su 165) e trentotto procure spariranno. Con loro, 220 sezioni distaccate di uffici giudiziari e centinaia di giudici di pace. Furibondi i sindacati: «Pagano sempre i cittadini, mai i poteri forti». Sarà. Ma la sproporzione abissale tra il sovraccarico di personale di certi tribunali rispetto alle carenze drammatiche di altri gridava vendetta al cielo. Un solo esempio: tempo fa la dotazione di giudici a Mistretta era non solo sette volte superiore a quella di Vicenza, ma tripla perfino rispetto a realtà calde come Brindisi o incandescenti come Santa Maria Capua a Vetere. Non sarà forse «una svolta epocale» come sostiene Paola Severino, ma una riorganizzazione, come dimostrano decine di inchieste giornalistiche, era indispensabile.

HOUSE
Dal primo gennaio del 2014 le amministrazioni pubbliche potranno dare affidamenti diretti alle società cosiddette « in house », cioè a controllo totalitario, esclusivamente se il valore di ogni singolo servizio è inferiore a 200 mila euro. Vigilare sui frazionamenti.

IVA
Come sarà sciolto il mistero dell’aumento dell’Iva? Il comunicato del governo afferma che la spending review consentirà di evitare l’aumento di due punti dell’Iva per gli ultimi tre mesi del 2012 e per il primo semestre del 2013. Significa che comunque l’Iva salirà di altri due punti da luglio 2013, per scendere poi di un punto dall’inizio del 2014? Incomprensibile. Boh…

LOCAZIONI
Pare che nemmeno il ministro Piero Giarda sia venuto a capo di un rebus: quanto spendono le pubbliche amministrazioni per affitti di uffici e locali? A scanso di equivoci, è previsto che vengano rinegoziati i canoni, per risparmiare almeno il 15%. E che poi si faccia una ricognizione degli immobili demaniali che possono essere usati per gli uffici pubblici. Finalmente! Purché anche la Consip risolva il suo contratto. Il soggetto che ci deve far risparmiare paga infatti per la sua sede un affitto di 2,3 milioni l’anno al netto dell’Iva: 638 euro al metro quadrato. Più caro della carissima pigione che la Camera paga per i palazzi Marini.

MEDICINE
Aumenterà lo sconto obbligatorio per i farmaci forniti al Servizio sanitario nazionale. Bene! Lo sfondamento della spesa farmaceutica sarà anche a carico dei fornitori. Bravi! Gli importi e i volumi di fornitura dei dispositivi medici saranno ridotti. Bis! Purché si metta mano al più presto al problema posto della caccia ai pazienti da parte di studi e associazioni che hanno scoperto l’affarone delle denunce contro ortopedici, chirurghi, otorini e così via. I quali, costretti a difendersi, in mancanza di una legge chiara, ricorrono ad assicurazioni sempre più care e prescrivono analisi e farmaci e controlli anche superflui per evitare al massimo i rischi. Una «medicina preventiva» che costa, secondo certi calcoli, 12,6 miliardi l’anno, cioè l’11,8% dell’intera spesa sanitaria.

NOMINE
Chi glielo spiega adesso ai politici trombati che le poltrone sono sempre meno? C’è una regola che fissa a un massimo di tre i posti nei consigli di amministrazione delle società a totale partecipazione pubblica. Non solo. Due su tre devono essere dipendenti pubblici. Uno solo potrà essere esterno, col doppio incarico di presidente e amministratore delegato. Le società statali in questa situazione (per esempio il Poligrafico dello Stato) non sono molte. Speriamo soltanto che sia d’esempio per le migliaia di aziende controllate dagli enti locali. E più ancora nelle regioni a statuto speciale. Dove l’andazzo va avanti come prima, quasi che la crisi riguardasse solo il resto del Paese.

OSPEDALI
Alla fine l’hanno avuta vinta: gli ospedali con meno di 120 posti letto evitano la chiusura anche stavolta. Un film già visto. Qualunque cosa riguardi le Regioni non si può toccare: pena il rischio di un ricorso (perso in partenza, ovvio), alla Consulta. Se poi c’è di mezzo la sanità, che fa girare ogni anno 110 miliardi, lasciando qua e là spazi enormi alle clientele, apriti cielo! Diciamolo: il governo era frenato in partenza da questi lacci e lacciuoli iper-autonomisti. Ma diciamo la verità: o si modificano queste competenze, o non si farà mai un passo avanti.

PROVINCE
L’accorpamento delle Province, anziché l’abolizione pura e semplice, era stato studiato proprio per evitare rogne davanti alla Corte costituzionale. Ma il progetto della Funzione pubblica ha rischiato di fare la stessa ingloriosa fine della proposta avanzata la scorsa estate da Roberto Calderoli ed evaporata miseramente in poche ore. Il governo si è salvato in corner con l’impegno di predisporre un provvedimento ad hoc nel giro di venti giorni. Vedremo. Intanto, a quanto pare, è saltato uno dei tre parametri fissati per lasciare in vita una provincia: avere nel proprio territorio almeno cinquanta Comuni. Non è un bel segnale.

QUASI PENSIONATI
I risparmi della spending review , dice la presidenza del Consiglio, faranno tirare un sospiro di sollievo ad altri 55 mila dei famosi «esodati». Che potranno così andare anche loro in pensione. Una conferma ulteriore che i lavoratori rimasti nel Limbo, senza stipendio né assegno di previdenza, erano molti più di 65 mila. Altre sorprese in arrivo?

RICOSTRUZIONE
Monti ha promesso che grazie alla revisione della spesa ci saranno due miliardi in due anni per riparare i danni del terremoto. Era il minimo del minimo, per i cittadini dell’Emilia Romagna. Resta il tema: a quando un serio programma di prevenzione?

SPESE MILITARI
«Le Forze armate ridurranno il totale generale degli organici in misura non inferiore del 10%». Un sacrificio inferiore al resto della pubblica amministrazione. Tutto qua? E gli stanziamenti per gli armamenti? E i privilegi ingiustificati degli alti gradi militari? Ci si può accontentare dell’«accelerazione della procedura di vendita degli alloggi di servizio di proprietà del ministero della Difesa»?

TAGLI
Tagli, sempre tagli, fortissimamente tagli. La spending review prevede anche un giro di vite, com’era intuibile, ai trasferimenti dal centro alla periferia. Giusto. Dal prossimo anno le Regioni ordinarie rinunceranno a un miliardo. La crisi è crisi. Le Province, a un altro miliardo. La crisi è crisi. Ai Comuni, invece, toglieranno due miliardi: e qui, però, la rasoiata rischia di essere tremenda. Pagano sempre gli enti locali più vicini ai cittadini, e i sindaci spesso si devono far carico di tutti i problemi. Come lo spiegheranno quegli amministratori, ai loro amministrati, che devono tagliare altri servizi mentre alcuni pezzi dello Stato subiscono appena appena una spuntatina?

UFFICI
Agli impiegati pubblici toccherà stringersi. Non avranno a disposizione che fra 12 e 20 metri quadrati per addetto. Riduzione degli spazi, riorganizzazione delle strutture, interventi di manutenzione più razionali: il tutto per risparmiare un bel po’ di quattrini. Perfetto. Ciò che capiamo meno è perché «una parte degli avanzi di gestione (cioè dei risparmi, ndr ) dell’Agenzia del Demanio» dovrà essere destinata «all’acquisto di immobili per soddisfare le esigenze allocative delle amministrazioni dello Stato». Fateci capire: sono troppi o troppo pochi, i possedimenti immobiliari pubblici?

VALORIZZAZIONE
Parola che non può mai mancare. Qui c’è due volte: per dire che saranno rese «più efficaci» le disposizioni per «la valorizzazione» a fini economici di immobili pubblici e che pure le società immobiliari pubbliche che hanno come scopo «la gestione e valorizzazione» del mattone di Stato beneficeranno di un trattamento fiscale «di favore». Dopo tutte le fesserie fatte con la scusa di «valorizzare» i nostri beni è obbligatorio vederci chiaro.

ZAVORRA
Una spending review che si rispetti non può che concludersi con un auspicio. Che la zavorra non la blocchi. Che le misure di buon senso (ce ne sono, e benvenute) non finiscano per impantanarsi in ricorsi al Tar o al Consiglio di Stato. Che la burocrazia statale, mai così potente quando sono in discussione le sue prerogative e i suoi privilegi, rinunci per una volta a gettare sabbia negli ingranaggi. Perché, anche se qualcuno ancora non se n’è reso conto, siamo tutti sulla stessa barca.

Il deputato-talpa filma il suk degli onorevoli

Qualche sanguisuga, un po’ di somari e una talpa: c’è anche questo, a Montecitorio. È il quadro desolante che esce da un micidiale reportage girato per la prima volta dentro l’aula.
Tutto questo grazie a un deputato che si è prestato a registrare, con una micro-telecamera, le conversazioni con alcuni colleghi. Che sembrano avere un’ossessione: il vitalizio. Per il quale sono disposti a tutto. A partire, ovviamente, dalla vendita del proprio voto.

Potete scommettere che, alla vista della puntata di stasera de «Gli intoccabili», il programma su La7 condotto da Gianluigi Nuzzi, c’è chi farà un putiferio. Scatenando la caccia al deputato «traditore» che ha consentito di girare in presa diretta le chiacchierate che comunemente si svolgono, tra una votazione e una partita a carte sull’iPad, nel cuore stesso di Montecitorio, l’emiciclo dove siedono i rappresentanti del popolo.
C’è chi dirà che certo, il «tempio della democrazia» dal 1871 ad oggi ne aveva già viste, come scrive Sabino Labia nel libro «Tumulti in aula / Il presidente sospende la seduta», di tutti i colori. Dal cosiddetto «discorso del bivacco» di Benito Mussolini («potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli…») alle scazzottate come quella che vide i commessi portare via un Francesco Storace urlante: «Quella checca di Paissan mi ha graffiato con le sue unghie laccate di rosso, io non l’ho toccato! Vi sfido a trovare le mie impronte digitali sul suo culo!». Mai, però, era accaduto che un deputato registrasse, segretamente, i colloqui con i colleghi là, nel luogo più protetto, dove i fotografi che stanno nelle gallerie sono obbligati a sloggiare appena c’è un tafferuglio perché «non sta bene» che gli italiani vedano quanto i loro delegati possano abbassarsi fino alla mischia da angiporto.
Non è stato, da parte di quel deputato, un gesto «onorevole»? Può darsi. Ogni censura è legittima. Ma guai se ancora una volta si guardasse il dito e non la luna. Perché le conversazioni «rubate» sono solo una parte del quadro ricostruito per «Gli Intoccabili» dall’inchiesta di Gaetano Pecoraro e Filippo Barone. C’è la copia di un modulo fatto firmare a un deputato del Pd che «si impegna a versare la somma di euro 50.000 quale contributo alle spese che il partito sostiene per la campagna elettorale». C’è un’intervista al deputato di Futuro e Libertà Aldo Di Biagio, che racconta di come una collega lo contattò per farlo rientrare nel Pdl: «Mi ha detto: “Noi ci aspettiamo coerenza da te. Ti consigliamo di aprirti una fondazione e ti faremo avere un contributo di un milione e mezzo da Finmeccanica o da un’altra società”». C’è la ricostruzione di come il dipietrista Antonio Razzi avrebbe contrattato la sua fiducia al governo Berlusconi, determinante in quel 14 dicembre 2010 di svolta nella legislatura, chiedendo tra l’altro l’istituzione del consolato onorario di Lucerna, finito poi a un suo amico. O ancora la rivelazione del finiano Luigi Muro: «L’onorevole Verdini mi ha detto: “Dimmi cinque cose che possono interessarti, cinque desideri e poi ragioniamo”». Meglio del genio della lampada di Aladino.

Ma certo, lo scoop sono le parole «rubate». Ed ecco un deputato, con la voce sfalsata e il volto oscurato elettronicamente per impedirne l’identificazione, sbuffare: «Sono l’unico che qui di benefit non ne ha. Pensione non ce l’ho, non c’ho un cazzo… Sono l’unico vero precario». Ecco una conversazione fra due «gentiluomini» illuminante:

«Ormai è tutto… Tutto una tariffa, qua. È solo tariffa».
«La tariffa tua quant’è?».
«Al vostro buon cuore».
«No, no, la tariffa la devi fare tu».
«Al vostro buon cuore…».
Ed ecco, agganciata dalla talpa, un’altra chiacchierata tra una sanguisuga e un somaro centrata sull’asfissiante richiamo alla pensione, il vitalizio. Così piena di parolacce, oltre agli strafalcioni, che dobbiamo chiedere scusa ai lettori:
«Ma riuscite a fare tirare avanti questo governo? Ce la fate fino alla scadenza? Meglio anche per te. Così pigli pure tu la… Adesso devi fare quattro anni, sei mesi e un giorno. Perciò fatti nu poco li cazzi tua e non rompere più i coglioni a… E andiamo avanti. Così anche tu ti manca un anno…».
«Meno di un anno!».
«Meno di un anno e ti entra il vitalizio. Tu che cazzo te ne fotte, dico io? Tanto questi sono tutti malviventi. A te non ti pensa nessuno. Te lo dico io, caro amico. Che questi, se ti possono inculare ti inculano senza vaselina nemmeno».
Una sola cosa ha in testa, qualcuno che magari davanti ai microfoni giura di fare politica «al servizio dei cittadini»: non uscire da quel guscio dorato. Anche perché, a volte, senza quella poltrona e quella possibilità di alzare il prezzo del suo voto, sarebbe rovinato: «Sono un reietto. Me ne sto da solo. Sono contento perché… Cioè, mi dispiace per la situazione economica dell’Italia che è andata così… Però… Per me sono contento perché il 14 dicembre c’è stato questo scombussolamento degli ex di An perché se non c’era questo scombussolamento io finivo qui. Cioè, basta, finito. Probabilmente finisco così lo stesso, però… Io ho bisogno di un posto di lavoro».
«Perché, non hai nessun lavoro?».
«Faccio il disoccupato».
«E quindi qui ti eri sistemato…».
Scambi di battute:
«Lavori troppo, tu».
«Eh, lavoro troppo».
«Tu fai pure tu come Berlusconi? Otto a notte te ne fai?».
«No, io me ne faccio di più!».

Sfoghi lamentosi come quello di un deputato, par di capire, eletto dal Carroccio: «Però non è giusto che tutti i partiti prendono i soldi dai parlamentari. Non va bene così. Non è una cosa corretta. La Lega è diventato un partito d’affari. Fanno quello che fanno tutti. E ti fanno firmare un contratto eh? Ti fanno firmare l’impegnativa. Hanno voluto un assegno post datato di 25.000 euro…». Conclusione: «Ma piuttosto voi quanto gli date, di pizzo, ogni mese?».
No, non può essere quello, il Parlamento. Ci rifiutiamo di accettare che sia «solo» quello. Sarebbe una schifezza. Un insulto alla democrazia. Un oltraggio alla politica perbene, generosa, nobile. A tutti quelli, a destra e a sinistra, che ci credono sul serio. Buttateli fuori, quei deputati insaziabili interessati solo a se stessi. Fuori. E ricominciamo da capo.

Gian Antonio Stella

Fonte: Corriere.it

Le indennità (indifendibili) dei deputati della Sicilia

Omissis. Omissis. Omissis. La risposta più sfacciata a chi si sgola sulla trasparenza nei conti pubblici è in certi bollettini ufficiali della Regione Calabria. La quale, costretta per legge a rendere noto come usa i soldi, copre i nomi degli oscuri destinatari di qualche decreto di spesa con ancora più oscuri «omissis». Lo denuncia un libro appena uscito. S’intitola «Casta calabra. La politica? Sempre meglio che lavorare…» ed è firmato dal direttore del Corriere della Calabria Paolo Pollichieni e dai suoi giovani di punta, Eugenio Furia, Giampaolo Latella, Pablo Petrasso e Antonio Ricchio. Un esempio? Eccolo all’articolo 2 del Decreto 3478 del 18 aprile 2011, col riconoscimento di un debito «in favore della società omissis, in persona del presidente del cda, rappresentata dall’avv. omissis». Un altro? Il decreto 3483, «liquidazione e pagamento della spesa a titolo di competenze di giudizio della somma complessiva di euro 251,64 in favore dell’avv. omissis». E via così. Somme piccole, somme più grandi… I cittadini avrebbero il diritto di sapere come vengono spesi i loro soldi? E vabbè…

«Prendete il più grande affare degli ultimi anni: la costruzione di quattro ospedali», raccontano gli autori, «Le strutture saranno realizzate nella Piana di Gioia Tauro, nella Sibaritide, a Vibo Valentia e a Catanzaro. Il costo previsto per i lavori è di 480 milioni (…) e la Regione ne ha affidato la progettazione (e il compito di seguire l’iter realizzativo) a una società in house della Regione Lombardia, “Infrastrutture lombarde”». Sulla procedura, la Procura di Catanzaro ha aperto un’inchiesta. Ma il punto non è questo. Il punto è racchiuso in poche righe della convenzione calabro-lombarda dedicate alla riservatezza. Il passaggio prevede che la divulgazione di documenti che riguardano «l’espletamento della convenzione sia concordata tra le parti». Dunque, accusano Pollichieni e i suoi cronisti, «i calabresi non potranno sapere nulla». E neppure, ovvio, i lombardi e gli altri italiani.

C’è di tutto, nel libro. Per cominciare, la denuncia del degrado culturale: «L’indice di alfabetizzazione dei consiglieri regionali della prima legislatura era doppio rispetto a quello degli attuali». Non solo oggi su 50 «la metà non ha la laurea» ma «ben 15 non hanno mai presentato alcun reddito da lavoro dipendente, non hanno mai conosciuto, neanche per un giorno, la dimensione del lavoro. A questi si aggiungano due consiglieri regionali che hanno “lavorato” ma come calciatori in categorie dilettanti e semiprofessionistiche».

In compenso, sono cresciuti enormemente gli addetti stampa, assunti senza concorso a infornate successive dalla destra e dalla sinistra e di nuovo dalla destra ancora pochi giorni fa tra parenti, amici e compagni di partito, fino a diventare un battaglione: «A decine negli uffici della giunta regionale, a decine in quelle del Consiglio e via scendendo, passando per tutti gli enti subregionali fino all’ultima e più sperduta delle aziende ospedaliere». Come stupirsi, poi, di certi bilanci? L’Astronave («così si chiama il palazzo che ospita la massima assemblea elettiva calabrese») costa ogni anno 77,9 milioni di euro. Il doppio del «parlamentino» dell’Emilia-Romagna che pure ha una popolazione doppia. Risultato: il Consiglio costa 38,7 euro a ogni cittadino calabrese, 8 euro a ogni emiliano. «Per gli stipendi di consiglieri regionali e assessori esterni, la Calabria mette da parte più di 23 milioni all’anno. L’Emilia Romagna meno di 13».

Quanto ai vitalizi, basti un esempio tra i tanti. Quello del professor Domenico Cersosimo, chiamato nel novembre 2007 da Agazio Loiero a fare l’assessore alla Cultura e poi il vicepresidente. Totale dell’impegno in giunta: 848 giorni su 1.798 di legislatura. Per dargli la pensione, dice il libro, la Regione gli ha chiesto di versare contributi integrativi per 45 mila euro e dal 1 maggio 2011, a 59 anni, il docente riceve 3.600 euro lordi al mese. Dodici mesi e mezzo e da metà del prossimo maggio avrà recuperato tutti i 45.000 euro versati. Dopodiché, se vivrà come un italiano medio (auguri vivissimi, ovvio) sfilerà ai contribuenti fino al 2032, quando avrà 80 anni, 43.200 euro lordi l’anno per un totale di 864.000 euro: 19 volte i contributi versati.

E le spesucce? «Nuovo gonfalone per la presidenza al posto del vecchio consunto: 3.500 euro più Iva»: 7 milioni di lire del vecchio conio, direbbe Paolo Bonolis, per un gonfalone. Per non dire della stanza di Fabrizio Capua, voluto dal governatore pidiellino Giuseppe Scopelliti come assessore regionale «ai Programmi speciali dell’Unione Europea, alle Politiche euromediterranee, all’Internazionalizzazione, alla Cooperazione tra i popoli e alle Politiche per la pace»: «Scrivania, cassettiera su ruote, librerie, una poltrona in pelle nera per lui e due (sempre in pelle) per gli ospiti, un divano a due posti e un tavolino. Costo: 23 mila euro». E poi i costi esorbitanti dell’aeroporto da cui decollano solo sei voli fissi al giorno ma i dipendenti hanno superminimi altissimi e la Sogas «paga 300 euro per svuotare ogni cassonetto alla società “Eco-Mrf”». E l’ufficio a Bruxelles infine soppresso ma per il quale, grazie a un contratto di 9 anni, la Regione continuerà a pagare 300 mila euro l’anno di solo affitto fino al 2015. E le società miste con uomini della ‘ndrangheta. E le carriere di funzionari dal curriculum surreale: «Ottima conoscenza delle arti figurative e della storia artistica dei popoli. Discreta conoscenza teorica e pratica della musica maturata da autodidatta attraverso la studio del pianoforte e della chitarra».

E poi ancora la vicenda scellerata e tragica, chiusa con un misterioso suicidio, di Orsola Fallara, che ai tempi in cui Scopelliti era sindaco di Reggio Calabria liquidò a se stessa 947.836 euro e ne distribuì a pioggia ad amici e parenti compreso l’uomo cui era legata, «l’ingegner Bruno Labate, per un importo complessivo di euro 842.740».
La storia più indimenticabile, però, è quella di un servizio dell’inglese Indepen dent del quale Giuseppe Scopelliti e il suo assessore al bilancio Giacomo Mancini jr., omonimo del nonno ma transitato a destra, menarono vanto con toni trionfalistici: «Uno dei maggiori quotidiani britannici, il The Independent , ha dedicato un reportage di due pagine all’operato del presidente Scopelliti e dell’assessore Mancini. Il tabloid (le cui vendite superano le 250 mila copie) nella sua inchiesta su infrastrutture e turismo nella nostra Regione ha messo in evidenza “La strada per il successo intrapresa dalla Calabria”». Peccato che, come avrebbe rivelato una delibera, si era trattato di «uno spazio pubblicitario/editoriale» pagato e realizzato con VoxMediaPartner, «società esclusivista per la pubblicità del quotidiano anglosassone in Italia».

Gian Antonio Stella

Fonte: Corriere.it

Calabria e le spese top-secret

Un terzo dei consiglieri regionali non ha mai lavorato.

Omissis. Omissis. Omissis. La risposta più sfacciata a chi si sgola sulla trasparenza nei conti pubblici è in certi bollettini ufficiali della Regione Calabria. La quale, costretta per legge a rendere noto come usa i soldi, copre i nomi degli oscuri destinatari di qualche decreto di spesa con ancora più oscuri «omissis». Lo denuncia un libro appena uscito. S’intitola «Casta calabra. La politica? Sempre meglio che lavorare…» ed è firmato dal direttore del Corriere della Calabria Paolo Pollichieni e dai suoi giovani di punta, Eugenio Furia, Giampaolo Latella, Pablo Petrasso e Antonio Ricchio. Un esempio? Eccolo all’articolo 2 del Decreto 3478 del 18 aprile 2011, col riconoscimento di un debito «in favore della società omissis, in persona del presidente del cda, rappresentata dall’avv. omissis». Un altro? Il decreto 3483, «liquidazione e pagamento della spesa a titolo di competenze di giudizio della somma complessiva di euro 251,64 in favore dell’avv. omissis». E via così. Somme piccole, somme più grandi… I cittadini avrebbero il diritto di sapere come vengono spesi i loro soldi? E vabbè…

«Prendete il più grande affare degli ultimi anni: la costruzione di quattro ospedali», raccontano gli autori, «Le strutture saranno realizzate nella Piana di Gioia Tauro, nella Sibaritide, a Vibo Valentia e a Catanzaro. Il costo previsto per i lavori è di 480 milioni (…) e la Regione ne ha affidato la progettazione (e il compito di seguire l’iter realizzativo) a una società in house della Regione Lombardia, “Infrastrutture lombarde”». Sulla procedura, la Procura di Catanzaro ha aperto un’inchiesta. Ma il punto non è questo. Il punto è racchiuso in poche righe della convenzione calabro-lombarda dedicate alla riservatezza. Il passaggio prevede che la divulgazione di documenti che riguardano «l’espletamento della convenzione sia concordata tra le parti». Dunque, accusano Pollichieni e i suoi cronisti, «i calabresi non potranno sapere nulla». E neppure, ovvio, i lombardi e gli altri italiani.

C’è di tutto, nel libro. Per cominciare, la denuncia del degrado culturale: «L’indice di alfabetizzazione dei consiglieri regionali della prima legislatura era doppio rispetto a quello degli attuali». Non solo oggi su 50 «la metà non ha la laurea» ma «ben 15 non hanno mai presentato alcun reddito da lavoro dipendente, non hanno mai conosciuto, neanche per un giorno, la dimensione del lavoro. A questi si aggiungano due consiglieri regionali che hanno “lavorato” ma come calciatori in categorie dilettanti e semiprofessionistiche».

In compenso, sono cresciuti enormemente gli addetti stampa, assunti senza concorso a infornate successive dalla destra e dalla sinistra e di nuovo dalla destra ancora pochi giorni fa tra parenti, amici e compagni di partito, fino a diventare un battaglione: «A decine negli uffici della giunta regionale, a decine in quelle del Consiglio e via scendendo, passando per tutti gli enti subregionali fino all’ultima e più sperduta delle aziende ospedaliere». Come stupirsi, poi, di certi bilanci? L’Astronave («così si chiama il palazzo che ospita la massima assemblea elettiva calabrese») costa ogni anno 77,9 milioni di euro. Il doppio del «parlamentino» dell’Emilia-Romagna che pure ha una popolazione doppia. Risultato: il Consiglio costa 38,7 euro a ogni cittadino calabrese, 8 euro a ogni emiliano. «Per gli stipendi di consiglieri regionali e assessori esterni, la Calabria mette da parte più di 23 milioni all’anno. L’Emilia Romagna meno di 13».

Quanto ai vitalizi, basti un esempio tra i tanti. Quello del professor Domenico Cersosimo, chiamato nel novembre 2007 da Agazio Loiero a fare l’assessore alla Cultura e poi il vicepresidente. Totale dell’impegno in giunta: 848 giorni su 1.798 di legislatura. Per dargli la pensione, dice il libro, la Regione gli ha chiesto di versare contributi integrativi per 45 mila euro e dal 1 maggio 2011, a 59 anni, il docente riceve 3.600 euro lordi al mese. Dodici mesi e mezzo e da metà del prossimo maggio avrà recuperato tutti i 45.000 euro versati. Dopodiché, se vivrà come un italiano medio (auguri vivissimi, ovvio) sfilerà ai contribuenti fino al 2032, quando avrà 80 anni, 43.200 euro lordi l’anno per un totale di 864.000 euro: 19 volte i contributi versati.

E le spesucce? «Nuovo gonfalone per la presidenza al posto del vecchio consunto: 3.500 euro più Iva»: 7 milioni di lire del vecchio conio, direbbe Paolo Bonolis, per un gonfalone. Per non dire della stanza di Fabrizio Capua, voluto dal governatore pidiellino Giuseppe Scopelliti come assessore regionale «ai Programmi speciali dell’Unione Europea, alle Politiche euromediterranee, all’Internazionalizzazione, alla Cooperazione tra i popoli e alle Politiche per la pace»: «Scrivania, cassettiera su ruote, librerie, una poltrona in pelle nera per lui e due (sempre in pelle) per gli ospiti, un divano a due posti e un tavolino. Costo: 23 mila euro». E poi i costi esorbitanti dell’aeroporto da cui decollano solo sei voli fissi al giorno ma i dipendenti hanno superminimi altissimi e la Sogas «paga 300 euro per svuotare ogni cassonetto alla società “Eco-Mrf”». E l’ufficio a Bruxelles infine soppresso ma per il quale, grazie a un contratto di 9 anni, la Regione continuerà a pagare 300 mila euro l’anno di solo affitto fino al 2015. E le società miste con uomini della ‘ndrangheta. E le carriere di funzionari dal curriculum surreale: «Ottima conoscenza delle arti figurative e della storia artistica dei popoli. Discreta conoscenza teorica e pratica della musica maturata da autodidatta attraverso la studio del pianoforte e della chitarra».

E poi ancora la vicenda scellerata e tragica, chiusa con un misterioso suicidio, di Orsola Fallara, che ai tempi in cui Scopelliti era sindaco di Reggio Calabria liquidò a se stessa 947.836 euro e ne distribuì a pioggia ad amici e parenti compreso l’uomo cui era legata, «l’ingegner Bruno Labate, per un importo complessivo di euro 842.740».
La storia più indimenticabile, però, è quella di un servizio dell’inglese Indepen dent del quale Giuseppe Scopelliti e il suo assessore al bilancio Giacomo Mancini jr., omonimo del nonno ma transitato a destra, menarono vanto con toni trionfalistici: «Uno dei maggiori quotidiani britannici, il The Independent , ha dedicato un reportage di due pagine all’operato del presidente Scopelliti e dell’assessore Mancini. Il tabloid (le cui vendite superano le 250 mila copie) nella sua inchiesta su infrastrutture e turismo nella nostra Regione ha messo in evidenza “La strada per il successo intrapresa dalla Calabria”». Peccato che, come avrebbe rivelato una delibera, si era trattato di «uno spazio pubblicitario/editoriale» pagato e realizzato con VoxMediaPartner, «società esclusivista per la pubblicità del quotidiano anglosassone in Italia».

Gian Antonio Stella

Fonte: Corriere.it

Lo stenografo del Senato come il Re di Spagna

Può un senatore guadagnare la metà del suo barbiere di Palazzo Madama, come lamentano quei parlamentari che per ribattere ai cittadini furenti contro i mancati tagli dicono di prendere intorno ai 5 mila euro? No. Infatti non è così. Il gioco è sempre quello: citare solo l’«indennità». Senza i rimborsi, le diarie, le voci e i benefit aggiuntivi. Con i quali il «netto» in busta paga quasi quasi triplica.

Sono settimane che va avanti il tormentone. Di qua la busta paga complessiva portata in tivù dal dipietrista alla prima legislatura Francesco Barbato, che tra stipendio e diarie e soldi da girare al portaborse ha mostrato di avere oltre 12.000 euro netti al mese. Di là l’insistenza sulla sola «indennità». E la tesi che le altre voci non vanno calcolate, tanto più che diversi (230 contro 400, alla Camera) hanno fatto sul serio un contratto ai collaboratori e moltissimi girano parte dei soldi al partito. Una scelta spesso dovuta ma comunque legittima e perfino nobile: ma è giusto caricarla sul groppo dei cittadini in aggiunta ai rimborsi elettorali e alle spese per i «gruppi»? Non sarebbe più opportuno e più fruttuoso nel rapporto con l’opinione pubblica mostrare la busta paga reale, che dopo una serie di tagli è davvero più bassa di quella da 14.500 euro divulgata nel 2006 dal rifondarolo Gennaro Migliore?

Non ha molto senso, questa sfida da una parte e dall’altra centrata tutta su quanto prendono deputati e senatori. Peggio: rischia di distrarre l’attenzione, alimentando il peggiore qualunquismo, dal cuore del problema. Cioè il costo d’insieme di una politica bulimica: il costo dei 52 palazzi del Palazzo, il costo delle burocrazie, il costo degli apparati, il costo delle Regioni, delle province, di troppi enti intermedi, delle società miste, di mille altri rivoli di spesa che servono ad alimentare un sistema autoreferenziale.

Dice tutto il confronto con le buste paga distribuite, ad esempio, al Senato. Dove le professionalità di eccellenza dei dipendenti, che da sempre raccolgono elogi trasversali da tutti i senatori di destra e sinistra, neoborbonici o padani, sono state pagate fino a toccare eccessi unici al mondo. Tanto da spingere certi parlamentari (disposti ad attaccare Monti, Berlusconi, Bersani o addirittura il Papa ma mai i commessi da cui sono quotidianamente coccolati) ad ammiccare: «Siamo semmai gli unici, qui, a non essere strapagati».

Il questore leghista Paolo Franco lo dice senza tanti giri di parole: «Il contratto dei dipendenti di palazzo Madama è fenomenale. Consente progressioni di carriera inimmaginabili. Ed è evidente che contratti del genere non se ne dovranno più fare. Bisogna cambiare tutto». Come può reggere un sistema in cui uno stenografo arriva a guadagnare quanto il re di Spagna? Sembra impossibile, ma è così. Senza il taglio del 10% imposto per tre anni da Giulio Tremonti per i redditi oltre i 150 mila euro, uno stenografo al massimo livello retributivo arriverebbe a sfiorare uno stipendio lordo di 290 mila euro. Solo 2mila meno di quanto lo Stato spagnolo dà a Juan Carlos di Borbone, 50 mila più di quanto, sempre al lordo, guadagna Giorgio Napolitano come presidente della Repubblica: 239.181 euro.

Per carità, non «ruba» niente. Esattamente come Ermanna Cossio che conquistò il record mondiale delle baby-pensioni lasciando il posto da bidella a 29 anni col 94% dell’ultimo stipendio, anche quello stenografo ha diritto di dire: le regole non le ho fatte io. Giusto. Ma certo sono regole che nell’arco della carriera permettono ai dipendenti di Palazzo Madama, grazie ad assurdi automatismi, di arrivare a quadruplicare in termini reali la busta paga. E consentono oggi retribuzioni stratosferiche rispetto al resto del paese cui vengono chiesti pesanti sacrifici.

Al lordo delle tasse e dei tagli tremontiani, un commesso o un barbiere possono arrivare a 160 mila euro, un coadiutore a 192 mila, un segretario a 256 mila, un consigliere a 417mila. E non basta: allo stipendio possono aggiungere anche le indennità. Alla Camera un capo commesso ha diritto a un supplemento mensile di 652 euro lordi che salgono a 718 al Senato. Un consigliere capo servizio di Montecitorio a una integrazione di 2.101, contro i 1.762 euro del collega di palazzo Madama. Per non dire dei livelli cosiddetti «apicali». Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai rapporti col Parlamento Antonio Malaschini, quando era segretario generale del Senato, guadagnava al lordo nel 2007, secondo l’Espresso, 485 mila euro l’anno. Arricchito successivamente da un aumento di 60 mila che spappolò ogni record precedente per quella carica. Va da sé che la pensione dovrebbe essere proporzionale. E dunque, secondo le tabelle, non inferiore ai 500 mila lordi l’anno.

È uno dei nodi: retribuzioni così alte, grazie a meccanismi favorevolissimi di calcolo, si riflettono in pensioni non meno spettacolari. Basti ricordare che gli assunti prima del ’98 possono ancora ritirarsi dal lavoro (con penalizzazioni tutto sommato accettabili) a 53 anni. Esempio? Un consigliere parlamentare di quell’età assunto a 27 anni e forte del riscatto di 4 anni di laurea ha accumulato un’anzianità contributiva teorica di 38 anni. Di conseguenza può andare in pensione con 300 mila euro lordi l’anno, pari all’85% dell’ultima retribuzione. Se poi decide di tirare avanti fino all’età di Matusalemme (che qui sono 60 anni) allora può portare a casa addirittura il 90%: più di 370 mila euro sul massimo di 417 mila.

Funziona più o meno così anche per i gradi inferiori. A 53 anni un commesso è in grado di ritirarsi dal lavoro con un assegno previdenziale di 113 mila euro l’anno che, se resta fino al 60º compleanno, può superare i 140 mila. Con un risultato paradossale: il vitalizio di un senatore che abbia accumulato il massimo dei contributi non potrà raggiungere quei livelli mai. E tutto ciò succede ancora oggi, mentre il decreto salva Italia fa lievitare l’età pensionabile dei cittadini normali e restringere parallelamente gli assegni col passaggio al contributivo «pro rata» per tutti. Intendiamoci: sarebbe ingiusto dire che le Camere non abbiano fatto nulla. A dicembre il consiglio di presidenza del Senato, ad esempio, ha deciso che anche per i dipendenti in servizio si dovrà applicare il sistema del contributivo «pro rata». Ma come spiega Franco, è una decisione che per diventare operativa dovrà superare lo scoglio di una trattativa fra l’amministrazione e le sigle sindacali, che a palazzo Madama sono, per meno di mille dipendenti, addirittura una decina. Il confronto non si annuncia facile. Anche nel 2008, dopo mesi di polemiche sui costi, pareva essere passato un giro di vite, sostenuto dal questore Gianni Nieddu. Ma appena cambiò la maggioranza, quella nuova non se la sentì di andare allo scontro.

E tutto si arenò nei veti sindacali. Stavolta, poi, la trattativa ha contorni ancora più divertenti. Controparte dei sindacati è infatti la vicepresidente del Senato Rosy Mauro, esponente della Lega Nord, partito fortemente contrario alla riforma delle pensioni e sindacalista a sua volta: è presidente, in carica, del Sinpa, il sindacato del Carroccio. Nel frattempo, chi esce ha la strada lastricata d’oro. Il consigliere parlamentare «X» (alla larga dalle questioni personali, ma parliamo di un caso con nome e cognome) ha lasciato il Senato a luglio del 2010 a 58 anni. Da allora, finché non è entrato in vigore il contributo triennale di solidarietà per i maxi assegni previdenziali, palazzo Madama gli ha pagato una pensione di 25.500 euro lordi al mese: venticinquemilacinquecento.

Per 15 mensilità l’anno. Spalmandoli sulle 13 mensilità dei cittadini comuni 29.423 euro a tagliando. Da umiliare perfino l’ex parlamentare Giuseppe Vegas, oggi presidente della Consob, che da ex funzionario del Senato, sarebbe in pensione con 20 mila. Neppure il commesso «Y», assunto a suo tempo con la terza media, si può lamentare: ritiratosi nello stesso luglio 2010, sempre a 58 anni, ha diritto (salvo tagli tremontiani) a 9.300 euro lordi al mese. Per quindici. Vale a dire che porta a casa complessivamente oltre 20mila euro in più dello stipendio massimo dei 21 collaboratori più stretti di Barak Obama.

Sono cifre che la dicono lunga su dove si annidino i privilegi di un sistema impazzito sul quale sarebbe stato doveroso intervenire «prima» (prima!) di toccare le buste paga dei pensionati Inps. I bilanci di Camera e Senato del resto parlano chiaro. Nel 2010 la retribuzione media dei 1.737 dipendenti di Montecitorio, dall’ultimo dei commessi al segretario generale, era di 131.585 euro: 3,6 volte la paga media di uno statale (36.135 euro) e 3,4 volte quella di un collega (38.952 euro) della britannica House of Commons. E parliamo, sia chiaro, di retribuzione: non di costo del lavoro. Se consideriamo anche i contributi, il costo medio di ogni dipendente della Camera schizza a 163.307 euro. Quello dei 962 dipendenti del Senato a 169.550. E non basta ancora. Perché nel bilancio del Senato c’è anche una voce relativa al personale «non dipendente», che comprende consulenti delle commissioni e collaboratori vari, ma soprattutto gli addetti a non meglio precisate «segreterie particolari». Con una spesa che anche nel 2011, a dispetto dei tagli annunciati, è salita da 13 milioni 520 mila a 14 milioni 990 mila euro. Con un aumento, mentre il Pil pro capite affondava, del 10,87%: oltre il triplo dell’inflazione.

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

Fonte: Corriere.it

Rimborsi spese e portaborse dei politici italiani

ROMA – I dati della Commissione Giovannini, come premette lo stesso rapporto, vanno certamente presi con le molle. Mettiamoci il fatto che la norma con la quale la retribuzione (pardon, il costo…) dei nostri parlamentari dovrebbe essere equiparata alla media europea è chiarissima soltanto in apparenza: in realtà è il massimo dell’ambiguità. Aggiungiamoci poi che da mesi, avendo probabilmente fiutato l’aria, si moltiplicano gli studi di fonte non proprio imparziale tesi a dimostrare che contrariamente all’evidenza di un peso macroscopico sui contribuenti (per mantenere le due Camere ogni italiano spende 26,33 euro l’anno, il doppio di un francese, due volte e mezzo rispetto a un cittadino britannico!) deputati e senatori italiani costerebbero individualmente meno dei loro colleghi europei. La conclusione logica sarebbe che alla fine la montagna ha partorito un topolino.

Invece i risultati della Commissione offrono all’evidenza per la prima volta in un documento con i crismi dell’ufficialità, alcune storture del nostro sistema che mettono seriamente in crisi il catenaccio avviato dai difensori dello status quo, pronti non soltanto a respingere qualsiasi taglio a indennità, rimborsi e prerogative, ma addirittura a rivendicare più soldi proprio in virtù della famosa media europea. Intanto è palese che lo stipendio nudo e crudo dei parlamentari italiani è di almeno 3 mila euro al mese (lordi, s’intende) più alto degli altri. Anche dei tedeschi, nonostante la Germania abbia un prodotto interno lordo procapite del 25% più alto dell’Italia. E senza considerare la Spagna, dove l’indennità dei deputati è decisamente più bassa.

Ma soprattutto, sarà ora impossibile per la Camera e il Senato non fare i conti con alcuni scheletri nell’armadio da troppo tempo. Prendiamo la vicenda scandalosa dei collaboratori. Quello italiano è l’unico Parlamento in Europa nel quale deputati e senatori percepiscono una quantità non irrilevante di soldi con cui dovrebbero retribuire l’assistente personale. Sapevamo anche prima di leggere il rapporto della Commissione che i membri del Bundestag hanno diritto a una somma enormemente superiore. Ma c’è una differenza: i deputati tedeschi non toccano un euro. I loro collaboratori personali vengono infatti pagati direttamente dal Bundestag. Né più, né meno, come avviene altrove, a cominciare dal Parlamento europeo. I nostri, invece, in molti casi se li mettono in tasca: puliti, senza imposte. Di più. Quei soldi vengono da qualcuno utilizzati per fare il famoso versamento volontario al partito. Con il risultato che si può persino portare in detrazione dalle tasse il 19% dell’importo su una somma già esentasse. Molti assistenti intascano paghe da miseria e in nero. Non è un caso che i collaboratori ufficialmente riconosciuti siano meno di un terzo dei deputati. Speriamo che il rapporto Giovannini contribuisca finalmente a far cessare questo sconcio. Facendo venire al pettine pure altri nodi.

Per esempio la questione della diaria, che incassano tutti forfettariamente. Di che cosa si tratta? Del rimborso per le spese sostenute a causa della permanenza a Roma nei giorni di lavoro. Per quale ragione questo contributo (esentasse) debba spettare senza alcuna differenza anche a chi abita nella Capitale, è francamente un mistero. Adesso toccherà al Parlamento tirare le somme. La Commissione non le ha tirate. E non è arbitrario ravvedere dietro questa ovvia omissione una scelta precisa. Dare anche un semplice suggerimento sull’interpretazione dei dati e delle varie voci sarebbe stato probabilmente irrituale. Ma anche rischioso, vista l’indignata determinazione con cui le Camere hanno rivendicato la propria autonomia quando nel decreto «salva Italia» aveva fatto capolino una norma che affidava al governo il compito di fare la media, nel caso in cui i dati non fossero stati disponibili per fine 2011.

I numeri sono arrivati il 2 gennaio, pur con tutti i limiti di cui abbiamo parlato. Le Camere hanno voluto risolvere il problema da sole invocando l’«autodichia». E dandosi pure la zappa sui piedi, considerato che la media europea sarebbe dovuta scattare dalla prossima legislatura mentre ora il presidente di Montecitorio Gianfranco Fini ha promesso che si applicherà da subito. Dunque lo facciano: in fretta e senza fare ricorso alle solite piccole furbizie, quando si dovranno tirare le somme. Magari facendosi scudo di uno di quegli studi «imparziali» che mettono tutto nello stesso calderone, dall’indennità ai rimborsi spese fino ai costi del portaborse, per arrivare a una qualche conclusione gattopardesca. Non lo meritano i cittadini e non lo meritano le istituzioni democratiche. Per difendere il nostro Parlamento e restituire credibilità alla politica non c’è che una strada: quella della serietà e della trasparenza. Per favore, lasciate perdere i calderoni.

Sergio Rizzo

Fonte: Corriere.it
 

Bugie della politica! Aumentano i Costi!

Come sospettavamo il cetriolo va sempre all’ortolano cittadino che si vede aumentare nuovamente le tasse della benzina e il rinvio dei tagli della “Casta” in futuro…

Andiamo con ordine:

  • La benzina subirà immediatamente un aumento del prezzo di 4 (quattro) centesimi in più al litro con la motivazione di “sostenere l’emergenza umanitaria in Italia” che tradotto in parole povere… mantenere il tenore di vita dei politici;
  • Il rinvio alla prossima legislatura dei tagli ai costi della politica (e perché non da subito visto che si aumenta da ADESSO il prezzo del carburante)?
Altresì ci sarà un altro aumento per sostenere il Fondo Unico per lo Spettacolo… E chi sono? Non è quell’istituto dove ci sono i parenti dell’ex ministro della cultura?
Mister B. dice che gli dobbiamo costruire un monumento… beh già a Napoli e località limitrofe che ce ne sono a tonnellate di monumenti da dedicargli!