Sciopero finito

Finalmente lo sciopero è finito. Non si può bloccare un interno Paese per uno sciopero, giusto o non giusto, causando danni economici. Per protestare bisogna andare davanti al Parlamento e farsi sentire!!

Comunque vi informo che ci vogliono 48 ore per rifornire tutti i distributori mentre 72 ore per il reparto agroalimentare.

Scioperare è un diritto, ma bisogna farlo senza causare disagio a chi non c’entra nulla….

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Benzina, etanolo e metano

Tra circa 20 anni il petrolio finirà… così dicono gli scienziati.

Vedendo quello che sta succedendo in questi giorni, ho paura di una guerra civile a livello planetario!

Il trattato di Kyoto è stato preso sottogamba dalla maggioranza dei Paesi (anche chi l’ha ratificata).

La Fiat, contrariamente a quanto fa in Italia, vende in Brasile auto “ecologiche” ossia che vanno a benzina, etanolo e metano. Come mai non lo fa anche in Italia? Perché non ci sono i distributori? Non ci credo!!!! A mio parere ci sono lobby che impediscono di costruire una rete concorrenziale alla benzina.

E’ pur vero che molti scienziati dicono che l’etanolo inquina più della benzina… ma è pur vero che la fonte è inesauribile…

Il metano lo considero, attualmente, la soluzione migliore. Anche perché ne produciamo molto in Italia.

L’Italia è una repubblica fondata sul metano. Nel senso che abbiamo sotto terra giacimenti sfruttabili che potrebbero darci 35 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Si tratta di riserve che si trovano sotto il Golfo di Venezia e che appartengono per l’86/87% all’Eni, per l’11% ad Edison e per gli spiccioli restanti alla British Gas.

E allora perché basta un’esplosione su un metanodotto ucraino per metterci in mutande? Semplice, perché quel gas non lo possiamo usare. E’ bloccato per legge, quindi ci troviamo a dover costruire rigassificatori per importare il gas via nave, oppure a costruire metanodotti che collegano il Maghreb con la Sardegna e la Toscana. La cosa buffa è che il metano si trova proprio sotto al punto in cui vogliono costruire un rigassificatore, e cioè vicino al delta del Po!

Il blocco del giacimento nell’Adriatico è dovuto ad una serie di rimpalli fra governi. Nel 1995 il governo Berlusconi I sottopone giustamente lo sfruttamento ad una preventiva Valutazione di Impatto Ambientale per verificare eventuali rischi di “subsidenza” (cedimento del terreno al venir meno del gas). Nel 1999, il ministro dell’Ambiente Ronchi (governo D’Alema) vieta “ricerca e coltivazione” per i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa, ma consente la “sperimentazione” oltre quella soglia. Nel 2002, il governo Berlusconi II estende il divieto di “ricerca e coltivazione” a tutto il Golfo di Venezia: niente “sperimentazione” quindi. Ora il ministero dell’ambiente dell’attuale governo ha stabilito che rischio di subsidenza del terreno non c’è.

Il divieto di sfruttamento però sussiste. E per di più pare che – dall’altra parte – i croati stiano già trivellando. Alla fine, se il gas se lo prendono loro, saremmo stati veramente bravi a beffarci da soli!

La parola chiave è «subsidenza» e il luogo dove si svolge la vicenda è una piccola città come Rovigo, una di quelle che spesso si fatica a ricordare dove si trovi sulla cartina geografica. Un posto dove è difficile credere possa succedere qualcosa che faccia parlare di sé. Al massimo qualche alluvione. D’accordo, a dirla tutta, anche questa volta c’entrano le inondazioni. Anzi, il «tentativo» di provocarne. Proprio per questo, nei giorni scorsi, il Gup Paola Palladino ha accolto le 13 richieste di rinvio a giudizio presentate dal Pm della locale Procura, Manuela Fasolato che, circa tre anni fa, ha avviato un’inchiesta sulle estrazioni sperimentali di metano, praticate dall’Eni nell’Alto Adriatico. Per il Pm, infatti, c’è un nesso tra l’attività estrattiva e la subsidenza, ossia il fenomeno irreversibile di abbassamento della linea di costa e degli argini, che stravolge l’assetto idrogeologico di zone dagli equilibri fragili come il Delta del Po e il litorale che scende fino ai lidi ravennati.
L’inizio del dibattimento è stato fissato per i primi di novembre e a difendersi dalle accuse di tentata inondazione, disastro, danneggiamento e tentativo di danneggiamento di beni ambientali sottoposti a tutela (come il comprensorio del Parco del Delta del Po), sono state chiamate 13 persone tra vertici Eni-Agip e alti funzionari del ministero dell’Ambiente. Insomma, nomi eccellenti come l’amministratore delegato dell’ente idrocarburi Vittorio Mincato, il suo predecessore Franco Bernabè (in carica dal 1992 al 1998), il direttore generale Stefano Cao, l’ex presidente del consiglio d’amministrazione dell’Agip Guglielmo Moscato, il direttore generale della gestione attività minerarie dell’Agip Luciano Sgubini e l’ex procuratore della compagnia petrolifera Innocenzo Titone. Tra gli accusati anche Giancarlo Dossena e Luigi Ceffa, responsabili dello studio di impatto ambientale che «sottostimava notevolmente la subsidenza conseguente alle estrazioni e gli effetti negativi connessi». Coinvolti anche Maria Rosa Vittadini, direttore generale del ministero dell’Ambiente dal 1998 al 2002 e presidente della Commissione per la valutazione d’impatto ambientale (Via), di cui sono stati chiamati a rispondere Willy Bocola, Carlo De Magistris e Vittorio Amadio come componenti del Gruppo istruttore dello stesso organismo. La tredicesima persona rinviata a giudizio è Bruno Agricola, attuale direttore generale del Dipartimento per la salvaguardia ambientale-direzione per la valutazione d’impatto ambientale.
La vicenda parte da lontano, dalla grande alluvione del 1951 che fece 88 vittime, 200 mila sfollati e danni per 300 miliardi di lire dell’epoca, circa quattro miliardi di euro odierni. Quella catastrofe fu l’inizio di un ciclo di 35 inondazioni che, negli anni successivi, hanno flagellato il Polesine addirittura fino al 1966. In quel periodo furono registrati, e soprattutto in provincia di Rovigo sulle foci del Po, abbassamenti del terreno fino a tre metri e mezzo ricondotti, poi, alle estrazioni di gas naturale praticate nella zona, tanto che vennero smantellati tutti i pozzi metaniferi. Sembrava così che fosse stata posta per sempre la parola fine alla coltivazione dei giacimenti, almeno nell’area del golfo di Venezia.
Nel 1998, però, la svolta: la Conferenza nazionale su energia e ambiente stabilisce che, nel medio periodo, il 40 per cento del fabbisogno energetico del Paese debba essere coperto con fonti nazionali. L’Eni decide, così, di rilanciare la coltivazione di idrocarburi anche nell’Alto Adriatico. Un progetto che prevedeva lo sfruttamento di 15 giacimenti al largo delle province di Venezia e Rovigo, che avrebbe dovuto garantire 30 miliardi di metri cubi di gas naturale nell’arco di 25 anni.
Unico limite, quello posto dal decreto Ronchi del dicembre 1999 che vieta le estrazioni entro le dodici miglia nautiche dalla costa (circa 22 chilometri e mezzo), nel tratto compreso tra la foce del Po di Goro e quella del Tagliamento. Un limite che, secondo l’accusa, tra atti e omissioni sarebbe stato colpevolmente aggirato, almeno per i pozzi dei giacimenti «Irma Carola» e «Naomi Pandora».
Nel novembre del 2000 il ministero dell’Industria emana un decreto che autorizza l’Eni ad installare quelle due piattaforme fino al 2016, proprio all’altezza della foce del Po di Goro. Un fatto che non sarebbe stato possibile se la commissione Via a giugno non avesse dato il proprio benestare. Un via libera inopinato per il Pm, secondo cui mancavano «integrazioni e documentazioni allegate, indicazioni dettagliate e precise per comprendere quale fosse l’effettiva e reale ubicazione dei giacimenti». Le estensioni dei giacimenti, si legge nell’atto di rinvio a giudizio, «figurano ricadere a sud della zona di moratoria» determinata dal decreto Ronchi stesso, ossia i circa 22 chilometri dal litorale. Questo almeno è quanto è emerso dalle indagini svolte dai carabinieri del nucleo operativo ecologico (Noe) di Venezia e dagli ingegneri dell’università di Padova Giuseppe Ricceri, Bernhard Schrefler e Mario Zambon, nominati dall’autorità giudiziaria inquirente.

SEQUESTRO CAUTELATIVO. Il giacimento Irma Carola si trova a 20 chilometri dalla costa, Naomi Pandora comprende due pozzi rispettivamente a 30 e 35 chilometri dal litorale. Ricceri e Schrefler sostengono che l’attività estrattiva provoca, dal centro del giacimento, subsidenza nel raggio di almeno dodici o tredici chilometri.
Queste conclusioni hanno portato il Pm Fasolato a chiedere e ottenere il sequestro cautelativo dei due giacimenti. Ai primi di febbraio dello scorso anno, dopo che la Cassazione aveva rigettato il ricorso dei legali dell’Eni, i carabinieri del Noe sono saliti sui motoscafi e sono andati ad apporre i sigilli a Naomi Pandora, l’unico dei due impianti a essere già entrato in produzione e che, attraverso tre condotte di 33 chilometri ciascuna, conferiva duemila barili equivalenti giornalieri alla piattaforma Garibaldi T di Ravenna. Ora, proprio in questi giorni, altri due giacimenti sono stati sequestrati: il Dosso degli angeli, collocato in terraferma nel comune di Comacchio in provincia di Ferrara, e l’Angela-Angelina Ravenna mare sud, situato al largo del capoluogo romagnolo.
Tutte scelte duramente contestate dai difensori dell’Eni, guidati dall’avvocato milanese Federico Stella, che hanno presentato i risultati delle indagini di una commissione internazionale incaricata dall’Eni e presieduta dal presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Enzo Boschi.
Lo studio presenta conclusioni diametralmente opposte rispetto a quelle dei tecnici nominati dall’autorità giudiziaria. «Gli studiosi della commissione Boschi», sostiene Stella, «hanno lavorato per 18 mesi in assoluta indipendenza e sono tutti giunti a escludere qualsiasi pericolo per la pubblica incolumità e qualsiasi danneggiamento. È la prima volta al mondo che vengono sequestrati dei pozzi. Subsidenza ed estrazioni hanno un nesso insignificante. Se non fosse stato così, l’Eni avrebbe rinunciato autonomamente alla coltivazione di quei giacimenti».
Intanto i difensori dell’Eni hanno chiesto la ricusazione del Gup Palladino. «Il Gup ha dichiarato contrariamente al vero», afferma Stella, «che il disastro si sarebbe verificato a Rovigo e nella sua provincia e in base a questa dichiarazione si è pronunciata. Il giudice competente è quello di Ravenna».
Ma l’azione della magistratura ha trovato largo sostegno negli enti locali che, a prescindere dal colore politico, hanno salutato con favore l’impegno per allontanare, una volta per tutte, lo spettro delle estrazioni. Proprio per questo, si sono già costituite parte civile la Regione Veneto, le Province di Ferrara e Venezia, le amministrazioni comunali di Venezia e Comacchio oltre all’Ente regionale veneto del Parco del Delta del Po che rappresenta i comuni polesani di Adria, Ariano Polesine, Corbola, Loreo, Papozze, Porto Viro, Rosolina, Porto Tolle e Taglio di Po. Questi ultimi due Comuni si sono presentati anche autonomamente come parti offese, assieme alla Provincia di Rovigo. Anche le associazioni ambientaliste Wwf, Legambiente e Italia Nostra saranno rappresentate dai propri legali nel procedimento. Non si sono per ora costituite in alcuna maniera l’Agenzia del Demanio, il Magistrato alle acque, l’Aipo, le autorità di bacino per il Po e l’Adige, la Regione Emilia Romagna, la Provincia di Ravenna e i comuni di Ravenna e Chioggia.
Silenzio totale dal governo nazionale: la presidenza del Consiglio e i ministeri interessati (Ambiente, Economia e Finanze, Industria, Infrastrutture e Trasporti, Interno) non si sono presentati nemmeno come parte offesa. Una scelta che ha lasciato perplessa Luana Zanella, deputato dei Verdi, che ha presentato un’interrogazione a risposta scritta. «Vorrei sapere», dice, «sulla base di quali considerazioni, vista la gravità e il danno permanente contestato agli imputati, i ministeri interpellati abbiano ritenuto di non costituirsi parte civile nel processo».
In compenso, è circolata l’ipotesi che l’avvocato dello Stato, Carlo Sica, potrebbe figurare come difensore di Carlo De Magistris. Un fatto di cui Zanella ha chiesto conferma sempre nella stessa interrogazione.

UNA LATITANZA INAMMISSIBILE. Anche il sindaco di Ravenna, Vidmer Mercatali e il presidente veneto di Legambiente, Angelo Mancone, ritengono che lo Stato non possa rimanere in disparte in questa vicenda e la magistratura non debba essere lasciata sola. «La soluzione di dinamiche così complesse», spiega Mercatali, «non può passare certamente solo dalle aule giudiziarie, ma occorrono scelte politiche e di programmazione di carattere nazionale».
Mancone spiega in quale direzione dovrebbe andare quella programmazione che, anche per lui, manca: «La politica», dice, «deve rispondere alle esigenze del Paese puntando su fonti sostenibili e rinnovabili, altrimenti ci troveremo a dover stoppare continuamente scelte potenzialmente pericolose e a lasciare irrisolti i nodi della rete energetica nazionale».
Per Mercatali, però, questo ragionamento non può coincidere con lo smantellamento del polo degli idrocarburi di Ravenna, semmai si devono perseguire strade possibili di ambientalizzazione per tutelare territorio e posti di lavoro. «Ne va della credibilità di un intero Paese, anche perché il distretto Eni-Agip costituisce un patrimonio professionale e tecnologico rilevantissimo. Proprio qui si tiene ogni due anni l’Offshore Mediterranean Conference, uno degli appuntamenti mondiali più qualificati del settore estrattivo, ed è attivo un distretto offshore con una sessantina di aziende che occupano alcune migliaia di dipendenti con commesse in tutto il mondo».
Con o senza l’appoggio del governo, il più fiducioso che si sia presa la strada giusta sembra essere Matteo Ceruti, legale di Italia Nostra e Wwf: «Se l’impianto accusatorio fosse confermato da una sentenza, si creerebbero precedenti importanti per la rideterminazione dei parametri di valutazione d’impatto ambientale. In buona sostanza, le estrazioni di gas non potrebbero essere più realizzate in zone così sensibili».
Attualmente nella fascia litoranea compresa tra le province di Venezia e Ravenna sono ancora operativi 21 giacimenti di cui sette in terraferma e 14 offshore. Una sentenza del tribunale di Rovigo che imponesse il blocco totale delle estrazioni nell’Alto Adriatico avrebbe effetto, come è ovvio, solo entro i confini italiani. Non a caso l’Eni, nel frattempo, ha scelto di rafforzare il proprio impegno in Croazia dove, entro la fine del 2004, mira a iniziare lo sfruttamento di cinque giacimenti di fronte all’Istria, con riserve di venti miliardi di metri cubi di gas. Nel luglio 2002, ossia pochi mesi dopo l’emissione degli avvisi di garanzia, è nata Inagip, una joint venture paritetica dell’Eni attraverso l’Agip con l’Ina, la compagnia petrolifera statale croata che ha già messo in cantiere investimenti per circa 320 milioni di euro. «L’Istria è molto vicina», sottolinea Mancone, «così i rischi per il delta del Po comunque permarrebbero. Il governo deve affrontare subito la faccenda».

fonti: ecoblog.it e diario.it

Accise sui carburanti

Vorrei cogliere l’occasione per ricordare a tutti che ci sono tasse stranissime sui carburanti:

Iniziò Mussolini a introdurre 1,90 lire al litro sulla benzina per finanziare la guerra di conquista dell’Abissinia nel 1935. Ma poi tutti i governi che si sono succeduti, indipendentemente dal colore politico, hanno proseguito nell’opera del finanziamento facile, prelevando all’occorrenza il necessario direttamente dalle tasche degli automobilisti. Basti ricordare il «contributo» imposto nel 1956 per compensare la crisi economica derivante dalla chiusura del canale di Suez. E poi il disastro del Vajont (1963), l’alluvione di Firenze (1966), il terremoto del Belice nel ’68, quello del Friuli nel ’76 e quello dell’Irpinia nell’80; ma anche le missioni militari in Libano (1983) e in Bosnia (1996); per finire – si fa per dire, perché il tema è sempre aperto – con il rinnovo del contratto degli autisti di tram e autobus del 2004. Non più tardi di qualche mese fa questo argomento è tornato d’attualità, con il ministro dell’Ambiente Matteoli che è andato alla carica, proponendo un decreto per aumentare le accise su benzina e gasolio (rispettivamente 0,1 e 0,05 euro al litro). Obiettivo: ottenere 350 milioni per finanziare la sostituzione degli autobus inquinanti. Sarebbe stata l’undicesima accisa.
Prese singolarmente si tratta di cifre minime, nell’ordine del millesimo di euro o di 10 centesimi, eppure messe in fila una dopo l’altra, queste dieci una tantum sono diventate col passare degli anni una massa che determina un gravame complessivo di quasi 25 centesimi, un quarto di euro, o se si preferisce 485,90 vecchie lire, che ancora oggi pesano sul prezzo finale di ogni litro di benzina. Non basta però: c’è anche la «tassa sulla tassa». Vale a dire che su questi 25 centesimi di euro, sommati alla vera e propria imposta di fabbricazione (definita per decreti ministeriali), viene aggiunta pure l’Iva del 20%. Risultato: essendo questo tipo di imposta in percentuale sull’ammontare complessivo di tasse e costo del prodotto industriale, e utilizzando gli aumenti di prezzo del carburante dovuti alle variazioni internazionali, il governo può disporre di introiti certi e crescenti. In soldoni: ogni centesimo di aumento sul carburante comporta un maggiore introito di circa 20 milioni di euro al mese per le casse dello Stato. E’ appena il caso di ricordare che, comunque, ogni 3 centesimi di aumento del carburante determinano una ricaduta negativa sull’inflazione, con un incremento dello 0,1%. Complessivamente, l’ordine di grandezza delle entrate fiscali alimentate dai prodotti petroliferi è stato lo scorso anno, secondo i dati dell’Unione petrolifera, superiore ai 35 miliardi (24,7 derivanti dalle accise e 10,5 dall’Iva).

Nel territorio italiano, sull’acquisto dei carburanti gravano un insieme di accise, istituite nel corso degli anni allo scopo di finanziare diverse emergenze. Alcune di esse, però, risultano talmente anacronistiche (la meno recente prevede tuttora il finanziamento della guerra di Etiopia del 1935) da suscitare non poche polemiche a riguardo.

L’elenco completo comprende le seguenti accise:

1,90 lire per il finanziamento della guerra di Etiopia del 1935;
14 lire per il finaziamento della crisi di Suez del 1956;
10 lire per il finanziamento del disastro del Vajont del 1963;
10 lire per il finanziamento dell’alluvione di Firenze del 1966;
10 lire per il finanziamento del terremoto del Belice del 1968;
99 lire per il finanziamento del terremoto del Friuli del 1976;
75 lire per il finanziamento del terremoto dell’Irpinia del 1980;
205 lire per il finanziamento della guerra del Libano del 1983;
22 lire per il finanziamento della missione in Bosnia del 1996;
39 lire per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004.
La somma di tali accise evidenzia, pertanto, una tassazione di 485,90 lire (ossia 25 centesimi di euro) per ogni litro di carburante acquistato.

fonti: Corriere della Sera e Wikipedia

Benzina finita!

Oggi per mettere una goccia di benzina ho dovuto sudare sette camicie, fare una fila di mezz’ora al distributore… ho visto di peggio in altri distributori, e tutto questo perché?

Gli autotrasportatori scioperano, il governo assiste e gli altri se la prendono in quel posto…

La televisione stranamente non parla di mancanza di merce o cibi nei magazzini… per non allarmare tutti con la conseguenza di far fare una spesa natalizia anticipata!