Istria, il nuovo confine Gli italiani «prigionieri»

Documenti per andare all’ospedale o al cimitero

«Sarà un filo di seta», avevano giurato 18 anni fa costruendolo in poche ore sull’orto di piselli della signora Anna Del Bello Budak. Quel confine fra Slovenia e Croazia, invece, è diventato una piccola cortina di ferro. E a causa di una nuova guerra (fredda) fra i due Stati ex jugoslavi gli italiani di Buje, Umago o Rovigno non sono mai stati tanto separati dall’Italia. Neppure sotto i comunisti titini. Non c’era mai stato un confine lì, a segare in due orizzontalmente la penisola istriana.

Non sotto i romani, non sotto Venezia, non sotto gli Asburgo, non sotto Napoleone e di nuovo sotto l’impero austroungarico. Mai. Certo, si era via via delineata una sorta di confine amministrativo, sancito come tale all’interno delle frontiere del Regno di Jugoslavia, poi della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Ma mai un confine vero e proprio fino a quando nella primavera del 1991, su quel curvone dell’antica via Flavia tracciata da Vespasiano, a poche decine di metri dal ponte sul fiume Dragogna, nel nordovest dell’Istria, non apparvero le ruspe. Strappata al tavolo dove stava pranzando dall’assordante rumore delle pale, Anna Del Bello si precipitò fuori correndo stupefatta e ansante verso l’orto: «Fermi! Fermi! Cos’è questa storia?». Gli operai la guardarono indifferenti: «Ordini superiori». «Non potete farlo!» «Ordini superiori». «Mostratemi le carte! Questa è terra mia!». «Ordini superiori ». E sotto gli occhi della povera vecchia in lacrime, rovesciarono tonnellate di ghiaia sulle piantine di patate, sradicarono gli alberelli di pesche, seppellirono le «commesse» di cipolle e pomodori.

Meno di tre giorni dopo, c’era già il confine. «Ma no, non confine: è solo un punto di sosta per i camion», giurava ridendo il direttore dei lavori Matia Potocar, «solo cestna. Capito? Ristrutturazione cestna: strada». Il «Piccolo» di Trieste scrisse di una «tragica guerra dei bottoni». «Non esageriamo», sbuffava un alto funzionario della Milicja di Capodistria, «sarà soprattutto un confine dimostrativo. I cittadini circoleranno liberamente…». Falso. Pochi mesi dopo, gli abitanti della zona, per secoli in larga maggioranza italiani, si raccontavano storie pazzesche. Come quella di Duilio Visentin che, colpito da una emorragia interna, era stato portato da un paesino vicino a Portole, nell’Istria oggi croata, verso l’ospedale più vicino di Isola, che però adesso era al di là del confine, in Slovenia: «Mio marito sta morendo». «Documenti! » «Muore!» «Senza documenti non si passa!» «Vi prego…». «Documenti!».

A Villa Cucini, sulle alture nel cuore della penisola, si ritrovarono in Slovenia con la chiesa e il cimitero in Croazia, col risultato che per portare il morto nella tomba di famiglia ora ci voleva il lasciapassare e un po’ di carte bollate per l’estradizione della salma. Per non dire degli abitanti di Bresovizza il giorno che si precipitarono coi secchi e i badili a spegnere l’incendio a una casa al di là della nuova frontiera: «Altolà! Documenti». Virgilio Babich, che stava proprio sul Dragogna e non se n’era andato con tutti gli altri italiani per restare col vecchio padre («Uno sbaglio di cui mi sono pentito sempre ») raccontava amaro di essere nato italiano per poi diventare jugoslavo, sloveno e infine croato «senza mai muovermi da casa mia». E quando gli piazzarono il nuovo confine sotto il naso, col casolare da una parte e un po’ di terreno dall’altra, lo fecero ammattire: «La bolletta della luce mi arriva da Buie che è in Croazia, e l’acqua da Capodistria, in Slovenia, l’ufficio tavolare è a Pirano, il catasto ancora a Capodistria…».

Ci sarebbe da sorridere se la situazione, col passare degli anni, non fosse diventata sempre più pesante. Tutto a causa di un altro confine, quello marittimo. Sul quale sloveni e croati si sono via via irrigiditi. Al momento della Commissione internazionale, presieduta da Robert Badinter, costituita dopo la dissoluzione della Jugoslavia, pareva che tutto fosse chiaro: «Le nuove frontiere rimangono quelle delle Repubbliche socialiste». Ma quelle nel mare del golfo di Trieste, prima inesistenti? A sentire i croati, che non a caso arrivarono nei primi anni Novanta ad arrestare Sergio Parentin, un vecchio pescatore di Pirano che aveva trascorso tutta la vita lavorando nel golfo stretto tra la sua cittadina e la dirimpettaia Salvore accusandolo di avere gettato le reti in acque a lui vietate, il confine «naturale» c’è: è il proseguimento immaginario del Dragogna tracciato esattamente a metà del golfo. Eh no, rispondono gli sloveni: piazzato lì, quel confine marittimo, a causa della vicinanza delle acque territoriali italiane, impedirebbe a Lubiana di avere un accesso diretto alle acque internazionali. Quindi? Vogliono tutto il golfo di Pirano. Cosa che i croati si rifiutano di accettare.

Risultato: ne è nato un braccio di ferro. Sempre più duro. Al punto che la Slovenia, entrata un anno fa nell’ area del trattato di Schengen, si è messa di traverso all’ingresso della Croazia nella Ue, ponendo il veto, finché i croati non cederanno: hanno già tanto mare! Perché impuntarsi su pochi chilometri? Affari loro, direte: si arrangino. Il guaio è che questa «guerra fredda » intorno a quel golfo per secoli venezianissimo, come denuncia il leader dell’Unione Italiana Maurizio Tremul che ne ha parlato ieri anche a Franco Frattini in visita a Zagabria e a Pola, va a pesare sulla vita stessa della nostra minoranza nell’Istria croata. In particolare su quelli dell’ex «zona B». Con l’entrata della Slovenia nell’area Schengen, Lubiana e Roma concordarono infatti la decadenza dell’Accordo di Udine del ’55 che prevedeva per gli italiani d’Istria di «lasciapassare » e valichi secondari e tutta una serie di facilitazioni che rendevano più sottile il confine con la patria perduta. Decadenza decisa, in parallelo, anche dalla Croazia. Risultato: il confine tra la Slovenia e l’Italia, che per decenni segnò la frontiera tra l’occidente democratico, la Jugoslavia e i Paesi dell’Est, è stato smantellato e non c’è più. Ma quello sul Dragogna, come denuncia «Il Piccolo» sul quale si è riacceso il dibattito sulla riconciliazione, è diventato il nuovo confine meridionale europeo. Più duro. Più rigido. Più difficile da superare per gli italiani, paradossalmente, di quello comunista che per decenni faceva loro sanguinare il cuore a ridosso di Trieste.

Gian Antonio Stella

Fonte: Corriere della Sera

Battaglia anti-assenteisti, a Strasburgo il Pdl vota contro

«Basta assenteismo!», tuona da mesi la destra, nella scia del ministro Renato Brunetta. Giusto: al di là di certe forzature, è una battaglia che andava fatta. Ieri mattina però, a Strasburgo, il Pdl ha perso l’occasione per dare un segnale di coerenza. E si è schierato in massa contro una risoluzione, approvata a schiacciante maggioranza, che impegna il Parlamento europeo a mettere online le presenze degli eurodeputati per smascherare gli assenteisti.

Sono anni che sul tema della svogliatezza con cui i nostri deputati partecipano ai lavori dell’assemblea di Strasburgo si accendono improvvise fiammate polemiche. Tanto più per il contrasto abbagliante tra questa svogliatezza e le spettacolari buste paga che incassano. Basti rileggere la tabella dell’indennità di base pubblicata ne Il costo della democrazia da Cesare Salvi e Massimo Villone: un parlamentare polacco prende 28.056 euro, uno spagnolo 39.463, uno svedese 61.704, un francese 63.093, un britannico 82.380, un tedesco 84.108, un italiano 149.215. Quindici volte più di un ungherese, tre volte più di un portoghese, una volta e mezza più dell’austriaco, secondo classificato. E non basta: alla retribuzione base vanno aggiunti i benefit e le indennità di spese generali, di soggiorno, di viaggio e quelle per i portaborse che portano il totale, nel caso degli italiani, a una cifra fra i 30.000 e i 35.000 euro. Un sacco di soldi.

Il guaio è che i nostri europarlamentari non sono solo i più pagati. Sono anche, tradizionalmente, i più assenteisti di tutto il continente. Lo ricorda un’inchiesta dell’Europeo del ’93, dove si raccontava che in tutto l’anno precedente il pidiessino Achille Occhetto non aveva partecipato neppure a una seduta, il dc Antonio Jodice a 3, il Psdi Antonio Cariglia a 4, la rifondarola Dacia Valent a 7 e così via… Lo ribadiscono i reportage del Giornale del 1997 (occhiello ironico: «sulle tracce del nostri eurodeputati») o de l’Espresso del 2001: «Su 87 europarlamentari italiani, 26 hanno partecipato a meno di metà delle centouno sessioni plenarie, 15 non hanno mai preso la parola in aula, 27 hanno partecipato a meno del 20% delle sedute della propria commissione, 13 non hanno mai presentato un’interrogazione… ».

Nel 2004 l’Università tedesca di Duisburg si prese la briga di elaborare uno studio capillare sulla legislatura che si chiudeva: alle sessioni di voto la presenza italiana era stata del 56,2%, contro l’80,9 dei greci o l’82,5% dei tedeschi. Un’inchiesta delle Acli dava dati leggermente diversi, ma non meno disastrosi: ai primi posti per presenze c’erano i parlamentari finlandesi (89,5%), belgi (89,3%), olandesi (88,7%) e gli ultimi, come sempre, erano i nostri, col 68,6%: tredici punti sotto i penultimi, che risultavano francesi col 79,5%.

E adesso? Boh… Scottati dai dati che svergognavano gli eletti all’assemblea, i depositari delle informazioni sono diventati via via più avari di notizie. Al punto che quando l’eurodeputato radicale Marco Cappato, in ottobre, chiese ufficialmente di vedere le tabelle delle presenze per fare luce sulla realtà dopo mille polemiche (come quella che aveva visto Renato Brunetta, accusato da un sito Internet di essere stato lui pure un po’ discolo a Strasburgo, fare fuoco e fiamme spiegando di avere partecipato negli ultimi anni al 66,9% delle sedute) il segretario generale Harald Rømer gli rispose picche: poteva chiedere solo i dati suoi. Fine: «Non esiste alcun documento consolidato che riporti il numero totale di presenze per deputato alle diverse riunioni ufficiali» e il regolamento «non obbliga in alcun modo le Istituzioni a creare documenti per rispondere ad una richiesta».

Una risposta burocraticamente impeccabile, ma politicamente reticente. Ricevuta la quale il parlamentare, convinto che le democrazie «basate sulla preminenza del diritto sono tenute all’osservanza del principio della pubblicità», ha presentato una risoluzione per impegnare l’Europarlamento alla massima trasparenza. Quello centrale è il punto 5. Che sprona a «varare, prima delle elezioni europee del 2009, un piano d’azione speciale per assicurare sul proprio sito web, ad esempio nel quadro dell’iniziativa e-Parlamento, una maggiore e più agevole disponibilità di informazioni». Gli obiettivi nel mirino sono soprattutto due. Primo: «attività, partecipazione e presenza dei deputati europei ai lavori parlamentari in termini assoluti, relativi e percentuali, rendendo tali dati disponibili ed accessibili ai cittadini anche mediante criteri di ricerca». Secondo: «le indennità e le spese dei deputati, conformemente alla posizione assunta dal Mediatore», cioè il difensore civico europeo, «nonché tutte le dichiarazioni di interessi finanziari per tutti i deputati al PE, e tali informazioni sono rese disponibili in tutte le lingue ufficiali dell’UE ».

Bene: la risoluzione è passata. Con una maggioranza larghissima: 355 voti a favore, 195 contrari, 18 astenuti. Evviva. Ma è la lettura degli elenchi di come hanno votato questo e quel parlamentare a essere particolarmente istruttiva. Il centro- sinistra italiano, memore della legnata alle elezioni di aprile dove lasciò che il tema dei tagli ai costi della politica fosse impugnato dalla destra, è stato infatti compatto: dagli ex margheritini ai comunisti al cane sciolto Gianni Rivera. Tutti favorevoli e nessun contrario. La destra, invece, si è spaccata. E se i leghisti Erminio «Obelix» Boso e Mario Borghezio hanno votato a favore della trasparenza insieme coi «neri» Roberto Fiore e Luca Romagnoli, il «pensionato» Carlo Fatuzzo, il ciellino Mario Mauro e Jas Gawronski, i rappresentanti del Pdl si sono massicciamente trincerati sul no. Sia i forzisti berlusconiani (dall’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, da Guido Podestà a Elisabetta Gardini, da Lia Sartori fino a Beppe Gargani) sia i nazional- alleati Roberta Angelilli, Domenico Basile, Sergio Berlato, Antonio Mussa, Nello Musumeci, Salvatore Tatarella. Potete scommettere che oggi diranno in coro che no, il loro voto contro la risoluzione per la massima trasparenza non era contro la massima trasparenza e a favore del top-secret sugli assenteisti e che aveva delle serissime motivazioni e che la sinistra è stata compatta solo per motivi strumentali eccetera eccetera eccetera. Ma il punto resta: che messaggio arriva agli italiani, dopo mesi di furenti invettive contro l’assenteismo altrui?

Gian Antonio Stella

Fonte: Corriere della Sera

Confronti dei costi della politica in Europa

Libro-inchiesta dei giornalisti del Corriere: spese cresciute del 61% in 10 anni, fermo lo «stipendio» del Presidente

ROMA — Giorgio Napolitano non ha mai messo i cappellini della regina Elisabetta. Dio lo benedica. Non ha un marito gaffeur come il principe Filippo che a una donna cieca col cane guida che vedeva per lei disse: «Lo sa cara che ci sono cani che mangiano per le anoressiche?». E Dio lo benedica. Preferisce i babà del caffè Gambrinus alle cakes di patate, frutta secca e pancetta affumicata. E Dio lo benedica. Sulla trasparenza, però, Dio salvi la regina. La quale ha messo on line tutti i suoi conti: tutti. Precisando quanto spende per questo e quanto spende per quello fin nei dettagli. Fino all’ultimo centesimo. Da noi no: segreto. Il bilancio del Quirinale è vietato ai cittadini. (…) O meglio, alcuni dati generici il Colle li ha dati. Per la prima volta, come se volesse farsi britannicamente carico dei nomignoli di «Sir George» e di «Lord Carrington» che si trascina da una vita, il presidente ha deciso, nel gennaio del 2007, di render note le «fondamentali scelte contenute nel bilancio interno». (…) La fitta coltre di nebbia sui costi della Presidenza, però, è stata appena scalfita. (…) Tutto pubblico, in Gran Bretagna.Su Internet: www.royal.gov.uk/output/page3954.asp. Con 33 pagine ricche di dettagli sulle tabelle entrate-uscite dedicate alla prima voce, 54 alle residenze, 33 ai viaggi. Sei un cittadino? Hai diritto di sapere che i dipendenti a tempo indeterminato a carico della Civil List alla fine del 2005 erano 310, cioè 3 in più rispetto all’anno prima. Che la regina ha avuto regali ufficiali per 152.000 euro. Che nelle cantine reali sono stoccati vini e liquori «in ordine di annata», per un valore stimato in 608.000 euro. Che le uniformi del personale sono costate 152.000 euro e «catering e ospitalità» 1.520.000. Che sul volo di Stato numero tale, il giorno tale, in viaggio da qui a lì c’erano i passeggeri Tizio, Caio e Sempronio. La convinzione democratica che chi sta ai vertici del potere abbia il dovere (non la facoltà: il dovere) di rendere conto del pubblico denaro è talmente radicata che una tabellina indica, con nome e cognome, lo stipendio dei massimi dirigenti. Sappiamo quindi che la busta paga di Lord Chamberlain (Richard Luce fino all’11 ottobre del 2006, poi William Peel) è stata di 97.000 euro, quella del segretario particolare della regina Robin Janvrin di 253.000, quella del responsabile del Portafoglio privato Alain Reid di 276.000, quella del Maestro di Casa David Walker 191.000 euro. E da noi? Boh… (…)

Certo è che i costi, stando all’unica fonte a disposizione (la comunicazione annuale con cui il Quirinale informa il governo di aver bisogno di «tot soldi» senza spiegare nulla su come vengano spesi) hanno continuato inesorabilmente a lievitare senza che mai sia stato segnalato un taglio e senza che mai sia stata fornita una risposta alle richieste di aggiornamento dei dati conosciuti e mai smentiti. Ci sono ancora 71 alloggi a disposizione dei massimi dirigenti e dei collaboratori più stretti? I cavalli della ex Guardia del re sono ancora 60? (…) Dall’altra parte, in Inghilterra, la regina ha deciso di fornire ai cittadini non solo tutti i particolari del bilancio ma di far certificare questo bilancio dalla Kpmg. (…) Altra cultura. Un giorno di qualche anno fa, per dire, il governo inglese si accorse che la Civil List aveva calcolato un’inflazione (7,5%) più alta di quella poi effettivamente registrata, col risultato che la famiglia reale aveva ricevuto 45 milioni di euro in più. Bene: Tony Blair e il cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown, come riportarono tutti i giornali, decisero il congelamento dell’appannaggio per andare al recupero dei soldi. Invitata a «dimagrire», Elisabetta II ha preso l’impegno molto sul serio. Taglia di qua e taglia di là, per fare un solo esempio, a Buckingham Palace ci sono oggi 6 centralinisti a tempo pieno. La metà di quelli assunti dalla Asl di Frosinone nella tornata del dicembre del 2002. (…) Gli operai (falegnami, tappezzieri, orologiai…) impegnati nelle manutenzioni di Buckingham Palace sono in tutto 15, compreso il supervisore. Va da sé che la situazione finanziaria è letteralmente rifiorita. (…) Nel 1991-1992 la spesa pubblica per la Corona era di 132 milioni di euro, oggi è sotto i 57 milioni. Un taglio radicale. E il Quirinale? Negli ultimi anni, una sola voce è rimasta uguale: la busta paga del capo dello Stato. Che a partire da Enrico De Nicola, che non toccava gli 11 milioni di lire l’anno di indennità, è ancora praticamente la stessa. (…)

Intorno a lui, però, il Palazzo si è gonfiato e gonfiato e gonfiato negli anni senza che neppure Ciampi, che del risanamento dei conti pubblici e della sobrietà aveva fatto una ragione di vita riuscisse a fare argine. Eppure il nostro amatissimo Carlo Azeglio, già nel febbraio del 2001, aveva sotto gli occhi una fotografia nitida della situazione. Il rapporto del comitato che lui stesso aveva voluto subito dopo l’insediamento e guidato da Sabino Cassese. Le 49 pagine, allegati compresi, non furono mai rese note. E si capisce: le conclusioni, fra le righe, non erano lusinghiere. Nonostante i paragoni non fossero fatti con la monarchia inglese ma con la presidenza francese e quella tedesca. Al 31 agosto del 2000 il personale in servizio da noi era composto da 931 dipendenti diretti più 928 altrui avuti per «distacco», per un totale di 1.859 addetti. Tra i quali i soliti 274 corazzieri, 254 carabinieri (di cui 109 in servizio a Castelporziano!), 213 poliziotti, 77 finanzieri (64 della Tenenza di Torvajanica, che è davanti alla tenuta presidenziale sul mare sotto Ostia, e 14 della Legione Capo Posillipo), 21 vigili urbani e 16 guardie forestali, ancora a Castelporziano. Numeri sbalorditivi. Il solo gabinetto di Gaetano Gifuni era composto da 63 persone. Il servizio Tenute e Giardini da 115, fra cui 29 giardinieri (…) e 46 addetti a varie mansioni. Quanto ai famosi 15 craftsmen di Elisabetta II, artigiani vari impegnati nella manutenzione dei palazzi reali, al Quirinale erano allora 59 tra i quali 6 restauratrici al laboratorio degli arazzi, 30 operai, 6 tappezzieri, 2 orologiai, 3 ebanisti e 2 doratori. (…) Nel rapporto si sottolineava che la presidenza tedesca, dai compiti istituzionali simili, aveva dimensioni molto più contenute: 50 addetti alle tre direzioni organizzative, 100 ai servizi logistici e di supporto e 10 agli uffici degli ex presidenti. Totale: 160. Cioè 29 in meno dei soli addetti alla sicurezza di Castelporziano.

Quanto all’Eliseo, il confronto era almeno altrettanto imbarazzante: nonostante il presidente francese abbia poteri infinitamente superiori a quello italiano, aveva allora (compresi 388 militari) 923 dipendenti. La metà del Quirinale. E infatti costava pure quasi la metà: 86 milioni e mezzo di euro in valuta attuale, contro 152 e mezzo. Per non dire del confronto, umiliante, con la presidenza tedesca che sulle casse pubbliche pesava per 18 milioni e mezzo di euro: un ottavo della nostra. (…) Eppure, dopo quella denuncia interna sull’elefantiasi della struttura, non solo sono aumentati perfino i corazzieri ma il personale di ruolo è salito (…) a 1.072 persone. E ancora più marcato è stato l’aumento sul versante del «personale militare e delle forze di polizia distaccato per esigenze di sicurezza del presidente e dei compendi»: poliziotti, carabinieri e uomini di scorta vari sono 1.086. Cioè 382 in più rispetto a dieci anni fa. Con un balzo del 54%. Fatte le somme: nelle tre sedi rimaste in dotazione alla presidenza dopo la cessione alla Regione Toscana della tenuta di San Rossore, e cioè il Colle, Castelporziano e Villa Rosebery a Napoli, lavorano oggi 2.158 persone. Il doppio, come abbiamo visto, di quelle impiegate dalla corte inglese o dall’Eliseo. (…) Col risultato che il solo personale costa oltre 160 milioni di euro. Pari, grossolanamente, a una busta paga pro capite di oltre 74.000 euro. Il doppio dello stipendio di uno statale medio. E il doppio di un dipendente della regina. I numeri più ustionanti, tuttavia, sono quelli assoluti. La «macchina» del Quirinale costava nel 1997 «solo» 117 milioni di euro. Dieci anni dopo ne costa 224 (più altri 11 milioni che arrivano al Colle da «entrate proprie quali gli interessi attivi sui depositi e le ritenute previdenziali»). Un’impennata del 91%. Si dirà: c’è stata l’inflazione. Giusto. Fatta la tara, però, l’aumento netto resta del 61%. Per non dire del paragone con vent’anni fa. Sapete quanto costava la presidenza della Repubblica nel 1986? In valuta attuale meno di 73 milioni e mezzo di euro. Il che significa che in vent’anni la spesa reale, depurata dall’inflazione, è triplicata. Mentre lassù in Gran Bretagna veniva più che dimezzata. Col risultato che oggi Buckingham Palace costa un quarto del Quirinale.

Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella
fonte: Corriere della Sera