I piccoli ospedali dai costi proibitivi e le ambulanze usate due volte al mese

GLI OSTACOLI AI TAGLI VOLUTI DALLA GIUNTA LOMBARDO

Salute da difendere e false illusioni. La soluzione? Un «118» che funzioni

Come si può dare torto a un paese in rivolta, con blocchi stradali, scioperi della fame e strade strapiene di manifestanti perché un ragazzo è morto dissanguato dopo un incidente stradale? Ognuno di quei cittadini ha diritto a essere curato al meglio, come se abitasse non nella Sicilia profonda ma nel centro di Milano. Eppure l’insurrezione di Mazzarino meri ta una riflessione più complessa. È davvero possibile tenere aperti tutti gli ospedali italia ni con un pugno di posti letto? E siamo sicu ri che questa sarebbe una scelta a favore del la salute di quei cittadini? I fatti, per sommi capi, sono noti. Nella tarda serata di giovedì scorso, verso le 11, nel pieno centro di Maz zarino, in provincia di Caltanissetta, Filippo Li Gambi sbanda con la moto e cade rovino samente.

Chiamano il 118, arriva un’ambulanza, lo portano al vicino ospedale del paese. Ha un’arteria tibiale ridotta in condizioni terribi li, perde sangue copiosamente. Impossibile operarlo sul posto: la sala operatoria è chiu sa da quattro mesi perché il piccolo nosoco mio è destinato a essere ridotto al solo pron to soccorso e pochi servizi di base quindi il turn-over è bloccato e nessuno mai verreb be per un contratto di poche settimane. Il ra gazzo viene caricato di nuovo sull’ambulan za e portato al «Sant’Elia» di Caltanissetta, a 40 minuti di macchina. Troppo tardi. Muore. «Poteva essere salvato», ha detto il padre. «Poteva essere salvato», ha detto il paese. «Poteva essere salvato», ha detto il sindaco Vincenzo D’Asaro, che ha subito preso carta e penna e scritto a Giorgio Napolitano: «Il mio popolo non chiede favori politici, chie de il rispetto del territorio, chiede che sia ri spettata la legalità e la democrazia. Chiede che sia garantito il diritto alla salute dei citta dini ».

Giusto. Vale per chi vive nelle linde valli altoatesine come sulle aspre montagne cala bresi. Se qualcuno ha sbagliato, deve pagare. Deciderà la magistratura. La rivolta di Mazzarino, sindaco in testa, rischia però di confondere l’obiettivo. Certo, se quel ragaz zo avesse sbandato con la moto a un chilo metro dal Niguarda o dal policlinico di Paler mo forse oggi sarebbe vivo: avere un ospeda le a portata di mano, se ti saltano venti centi metri di arteria tibiale, aiuta. Ma chi voglia preoccuparsi sul serio della salute delle per sone uscendo dalla reazione istintiva dettata dallo strazio, ha il dovere di chiedersi quello che dicevamo all’inizio: siamo sicuri che la scelta di tenere aperti ospedali minuscoli co me quello di Mazzarino aiuti sul serio i citta dini? Dal punto di vista economico, non ci sono dubbi. La Sicilia, oppressa da un folle debito sanitario accumulato negli anni che il nuovo assessore alla sanità Massimo Russo sta cercando disperatamente di arginare, si ritrova oggi con 64 ospedali pubblici.

La sola provincia di Caltanissetta, con 273.000 abitanti pari a un quartiere di Roma, ne ha sei: il Sant’Elia nel capoluogo più uno a Gela, uno a Mussomeli, uno a Niscemi, uno a San Cataldo e l’ultimo, appunto, a Maz zarino. Tema: ha senso tenere aperto, con tutti i doppioni, per esempio, quello di San Cataldo che è a sette chilometri da Caltanis setta? Ha senso tenere aperto quello di Maz zarino, che ha 32 posti letto in chirurgia, ostetricia e medicina, più 10 di day-hospital e impiega, tra medici, infermieri e personale vario, 110 persone per un totale nel 2008 di 1.515 ricoveri, pari a tre al giorno? Quanto alla chirurgia: ha senso tenere aperto un re parto che per funzionare al meglio, stando ai parametri, dovrebbe avere almeno 6 medici e 12 infermieri più il personale d’appoggio (più 6 anestesisti per tenere aperta anche la sala operatoria) se i 12 posti letto sono stati occupati in un anno da 183 ricoveri, cioè uno ogni due giorni? La risposta, se voglia moaccantonare la demagogia, è no. Mille ospedali in miniatura con tutti i servizi co me Mazzarino non può permetterseli l’Italia. E neanche la Svizzera o il sultanato del Bru nei. Ma non si tratta solo di una questione economica: per la salute dei cittadini uno Sta to serio deve essere sempre disposto ad an­dare in rosso. Il fatto è che, secondo tutti gli esperti del mondo, si tutela meglio la sanità collettiva offrendo dei servizi di base sparpa gliati sul territorio e concentrando le risorse economiche, le attrezzature più sofisticate, le intelligenze più brillanti, i «bisturi» più ca paci in alcuni centri di eccellenza. È lì che de vono finire i casi più gravi.

«Anche se fosse stata aperta la sala opera toria non avremmo potuto fare niente», ha confidato alGiornale di Sicilia il primario di chirurgia di Mazzarino Antonio Tirrò, «avrei avuto bisogno di un chirurgo vascolare, di un ortopedico e di un rianimatore». Di più: al di là delle attrezzature, non c’è équipe chirurgica che possa essere davvero all’altezza di affrontare un’emergenza se si ritrova a gestire un tran tran quotidiano interrotto solo da interventi delicatissimi rari e sporadici. Molto meglio avere un 118 che funzioni davvero e sia in grado di andare a recuperare i malati (in elicottero, se serve) anche nelle località più lontane e nelle condizioni più difficili.

Ma questo è un altro dei tasti dolenti. Anzi, in Sicilia forse il più dolente di tutti. Dopo avere praticamente dimezzato le Asl, dimezzato i manager, tagliato drasticamente certi conti che gridavano vendetta e avviato la riduzione degli ospedali da 64 a una ventina (più i Pronto Soccorso e alcuni servizi di base che resteranno là dove sono i nosocomi attuali), l’assessore Russo, un ex magistrato che Lombardo ha imposto per dimostrare a Roma che voleva davvero voltare pagina, ha appena cominciato a metterci le mani. E quanto sia indispensabile mettercele lo dice un rapporto di due anni fa della «Joint Com mission », il maggiore ente internazionale per la certificazione dei centri sanitari, dove si spiegava che il 118 siciliano costava allora 230 milioni di euro contro i 90 dell’analogo servizio in Piemonte che forniva prestazioni infinitamente migliori.

Colpa, certo, del fatto che nelle regioni set tentrionali buona parte dei servizi vengono svolti da volontari e in Sicilia, al contrario, non c’è autista o portantino che non debba essere pagato. Ma colpa anche d’una filoso fia organizzativa che per anni ha anteposto all’interesse dei cittadini, anche nella sanità, la distribuzione dei posti. Col risultato, co me ha rivelato pochi mesi fa un’inchiesta di Antonio Fraschilla sulla Repubblica di Paler mo , che le 52 postazioni attive «nel 2008 han no fatto in media meno di 160 interventi: cioè hanno lavorato un giorno sì e un giorno no». Quella, però, è la media. Perché se alcu ne hanno fatto in un anno oltre tremila soc corsi, altre si sono rivelate abissalmente al di sotto del minimo del minimo. Basti pensare a Erice, dove il centro 118 ha compiuto in media due interventi al mese ed è stato tenu to in vita (coi suoi dodici addetti per ogni ambulanza) nonostante la cittadina sia a 13 chilometri da Trapani. Per non dire di Antil lo, un borgo di 1.300 abitanti sui monti Ne brodi, dove il telefono del 118 squilla in me dia due volte al mese. Può darsi che avere lì ad Antillo un’ambulanza a disposizione rassi curi la gente. Ma è fuori discussione che quella gente sarebbe più tutelata da un 118 informatizzato (sembra impossibile ma non lo è ancora: lo sarà solo ad ottobre) in grado in caso di emergenza di spedire un elicottero e smistare il paziente nell’ospedale giusto, con la sala operatoria giusta, i chirurghi giu sti. O no?

G.A. Stella

fonte: Il Corriere della Sera

Attenzione ai medici

Amate il brivido? Venite a farvi ricoverare a Vibo Valentia. Dove c’è perfino un chirurgo che s’è fatto esentare dalla sala operatoria perché ha un debole per il vino ma è stato premiato lo stesso con l’«alta specializzazione». Concessa, dalla generosa Asl vibonese, alla bellezza di 153 medici. Oltre ai primariati di serie A, a quelli di serie B, alle direzioni varie… La più alta densità planetaria di luminari. La storia dell’ultimo anno, in realtà, dice qualcosa di diverso. Basti ricordare il caso di Federica Monteleone, la sedicenne morta dopo un blackout elettrico mentre era sotto i ferri per una banale appendicectomia. O quello di Eva Ruscio, l’altra ragazzina deceduta un mese fa dopo il ricovero per un ascesso alle tonsille. O ancora quello di Orazio Maccarone, il vecchio morto il giorno di Santo Stefano dopo quattro ore al pronto soccorso, ore che il figlio Michele ricorda per la difficoltà di parlare con certi medici dall’approccio «superficiale e strafottente». Insomma: un ospedale inaccettabile in un Paese civile. Sgarrupato. Sporco. Come buona parte delle strutture sanitarie calabresi. Al punto di spingere la stessa Livia Turco a scendere la vigilia di Natale a Lametia Terme per incontrare i familiari delle vittime. E sono gli stessi medici (meglio: una parte dei medici) a denunciarlo. Come Michele Soriano, il primario di ortopedia che a metà ottobre mandò una lettera al presidente regionale: «L’ospedale è in coma». Colpa degli organici gonfiati. Dei direttori generali «addomesticati» via via «inviati da Catanzaro a sbarcare il lunario». Dei sindacati medici «lontani anni luce dalla gente che lavora ». Parole dure quanto quelle del direttore sanitario Pietro Schirripa, vicino al vescovo di Locri Giancarlo Bregantini: «Abbiamo almeno 400 esuberi nel settore amministrativo ». O ancora del neurologo Domenico Consoli: «Purtroppo la classe medica vibonese, con le debite eccezioni, non è libera. È debitrice verso gli elargitori di prebende di carriera». Il governatore Agazio Loiero ha promesso «piazza pulita». Le autorità hanno chiuso un po’ di reparti a rischio. Il comando regionale dei Carabinieri è stato allertato per 98 «documenti di rilevante interesse» e informato di 132 contestazioni disciplinari contro singoli dipendenti e ditte appaltatrici. L’attività di qualche sala operatoria è stata fermata per «mancanza di anestesisti».
NOTA SURREALE – Una nota (surreale) ha disposto che «il primario anestesista dovrà essere in servizio, anche come seconda unità, rispettando rigorosamente l’orario », come se non lo facesse mai. E da Roma dovrebbe arrivare oggi il prefetto Achille Serra, mandato a guidare una commissione d’inchiesta sulla sanità calabrese composta di persone in larghissima parte estranee alla Regione e alla politica locale. Politica toccata appena due giorni fa dall’ultima condanna: cinque anni a Giorgio Campisi, del-l’Udc, riconosciuto colpevole con Armando Crupi, già direttore generale dell’Azienda sanitaria, di un giro di tangenti che ruotava intorno all’appalto per il nuovo ospedale di Vibo Valentia. Un panorama da incubo. Tanto più che il «nuovo ospedale» era già stato promesso da un ventennio. Di più: gli allora responsabili della Asl, Michelangelo Lupoi e Rodolfo Gianani, assicurarono nel 1999 al vostro cronista che di ospedali nuovi ne avevano in mente due: uno a Nicotera (a 40 chilometri di tornanti dall’autostrada) per farne «un “Gaslini” del Sud ed evitare i viaggi della speranza al Nord» e uno appunto a Vibo per un totale di cento miliardi di lire: «Anche noi come a Padova abbiamo previsto di metterci un anno e mezzo a costruirlo!», spiegava l’uno. «Un anno e mezzo!», gli faceva eco l’altro. Un decennio dopo, non è stata ancora posata la prima pietra. E non sono stati ancora chiuse le decrepite strutture ospedaliere di Vibo e Nicotera più quelle (un po’ di ricoveri, un po’ di day hospital, un po’ di ambulatori) di Soriano, Tropea, Serra San Bruno e Pizzo Calabro. Dove svetta immortale l’opera incompiuta più incompiuta del pianeta: un ospedale iniziato nel ’49 (l’anno del debutto a teatro del Quartetto Cetra) e mai aperto nonostante i premurosi amministratori avessero già comprato centinaia di scarpe per le infermiere da assumere. Scarpe col tacco alto, da spogliarellista. Sono ancora tutte lì, quelle sei strutture ospedaliere. Esattamente come 10 anni fa: sei per una provincia di 170 mila abitanti. Per questo Vibo è il posto giusto. Perché qui puoi vedere, in un contesto allucinante con radici nel passato che neppure le persone di buona volontà sono riuscite a cambiare, come sia stata stravolta la «nuova organizzazione dell’ospedale moderno ». Ricordate? Si era detto: basta poltrone a vita, basta baronie, basta automatismi. D’ora in avanti, ai medici, solo incarichi a tempo da 3 a 5 anni. Premi in carriera e in denaro ai meritevoli. Valutazioni periodiche. Rimozione e retrocessione per gli scadenti. E massimo riconoscimento alle capacità professionali con l’introduzione di sei «fasce di responsabilità professionale».
TUTTI DIRIGENTI – Tutti «dirigenti», ma con peso crescente in base alla preparazione. Spiegare ogni fascia non ha senso. Basti dire che grossomodo le tre superiori sono: dirigente di struttura semplice (una specie di vice-primario), dirigente di struttura complessa (il primario di una volta), dirigente dipartimentale con incarichi direttivi. Cosa è successo, nel tempo? Che come in altri casi (si pensi ai 3.769 dirigenti ministeriali tutti benedetti con la valutazione «ottimo») i premi sono stati spartiti e distribuiti a pioggia. Per dare qualche soddisfazione. Per garantire un ritocco agli stipendi. Per consolare i depressi. Fatto sta che (anche per colpa del «caos valutativo», denuncia Stefano Biasioli, segretario nazionale della Cimo, il sindacato dei medici schematicamente considerato a destra che recentemente se l’è presa anche con le nomine dei direttori generali «amici» fatte da Giancarlo Galan) è successo un po’ ovunque. Dalla Lombardia alla Sicilia. Al Sud, però, in forme abnormi. Prendiamo appunto l’Asl di Vibo Valentia, dove secondo l’avvocato Giuseppe Pasquino, c’è nel mondo sanitario «un carrierismo sfrenato, sostenuto da politica e massoneria, che porta ai vertici più alti gente spesso incapace». Sapete quanti sono i dipendenti? Oltre 1.900. Dei quali 386 medici (115 in ospedale, gli altri «fuori sul territorio»), 680 infermieri e tecnici (220 in ospedale, gli altri «fuori»), 140 ausiliari (16 in ospedale, gli altri «fuori»), 650 impiegati amministrativi e tecnici, dei quali solo 10 (dieci!) in ospedale. Il tutto per un totale di 200 letti e 191 ricoveri medi giornalieri. «Non è una Asl, è uno spezzatino — sorride Carlo Lusenti, segretario nazionale dell’Anaao —. Noi a Reggio Emilia, con lo stesso numero di persone, mandiamo avanti una struttura col quadruplo di letti, servizi d’avanguardia e professionisti di livello internazionale ». Anche a Vibo, sulla carta. I numeri dell’Asl sono sfolgoranti: 40 primari, 85 dirigenti di strutture semplici e 153 medici ad «alta specializzazione ». Compresi molti che, allo stesso tempo, non possono esercitare perché hanno il certificato di inidoneità. Al dipartimento materno infantile ad esempio, tra medici e infermieri, sono circa la metà: il 45%. Ma che te ne fai di un ostetrico che non può assistere ai parti?

Gian Antonio Stella
fonte: Corriere della Sera

Medici in trincea

A nome di chi scrivono, i medici di Vibo Valentia autori della lettera che chiede polemicamente la chiusura dell’ospedale? Questo è il punto. Perché se scrivono a nome di tutti i colleghi (anche se non sembra visti gli accenni polemici ai «tanti» imboscati «grazie ad una raccomandazione politica») sbagliano mira. Per carità, può darsi che i giornali e le televisioni talvolta abbiano calcato la mano pigliandosela frontalmente con gli errori di certi medici senza valutare appieno il contesto, cioè le strutture sanitarie disastrose nelle quali lavorano. Può darsi. Ma da qui al sentirsi vittime d’una sorta di immotivata e offensiva fobia collettiva («derisi, maltrattati, oltraggiati, offesi, aggrediti, intimiditi») ce ne corre. Che senso ha denunciare che quello di Vibo Valentia è «l’unico esempio tra gli ospedali italiani e d’Europa nel quale gli eventi infausti e le disgrazie portano alla persecuzione quotidiana e selvaggia di un’intera categoria di professionisti »?

Ma certo, gli «eventi infausti e le disgrazie» possono capitare ovunque. Anche nel più bello, nuovo, lindo, efficiente ospedale svizzero o svedese. Ma lì sì, l’invocazione del destino crudele è più facile da accettare: negli ospedali calabresi, diciamolo, il Fato ha più probabilità di incidere. Ci si può schiantare in curva sulla neve anche con una «4×4» perfetta con le gomme invernali e le catene: senza catene e con le gomme lisce, però, è più facile. O no? Questo è il problema, che persone di buon senso dello stesso «Jazzolino» hanno segnalato all’autorità giudiziaria: in una situazione come quella dell’ospedale di Vibo, «alla lunga incidenti non possono non avvenire ». E infatti sono avvenuti. Colpa dei giornali? Delle tivù? Dell’opinione pubblica? Ma per favore! Dietro il legittimo scoramento dei camici bianchi aggalla nella lettera la solita, vecchia, asfissiante tentazione di gridare al complotto. Del Nord contro il Sud, dei ricchi contro i poveri, delle province calabresi forti contro quelle deboli: «Vibonesi! Vogliono togliervi il Vostro ospedale!». Un passaggio colpisce su tutti. Quello in cui si lamenta che alla fine tutto va a ricadere sul Pronto Soccorso «povero di personale che colleziona turni su turni» lavorando «eroicamente, per garantire la salute dei cittadini, fra un avviso di garanzia ed una maledizione». È verissimo. Ma perché? Perché il Settentrione drena i soldi, Roma è spilorcia, la politica è impicciona e il governatore Agazio Loiero è un incapace?

Ma dai! Quel pronto soccorso ha un solo medico dipendente in organico (uno solo: uno!!!) più cinque giovani convenzionati part-time delle Guardie Mediche fino a un massimo di 36 ore settimanali perché su 386 dottori a carico della Asl non ce n’è un altro che accetti di stare lì, in trincea. Perché abbondano i «primari » (40), abbondano i dirigenti di struttura semplice (85, compresi servizi in-dis-pen-sa-bi-li come «tutela degli animali da affezione e lotta al randagismo») e abbondano i cervelloni ad «alta specializzazione» (153) ma non si trova un novello Ippocrate disposto a farsi carico delle emergenze. Il tutto in linea con un andazzo mortale: la scelta di dare la precedenza non all’utente ma alla gestione (politica e clientelare) dei posti di lavoro. Ed ecco che a Napoli non ha la precedenza il cittadino che non sa dove buttare i rifiuti ma i 20 mila spazzini (proporzionalmente 25 per ogni netturbino milanese) che devono essere assunti. A Palermo non il passeggero degli autobus urbani ma i 110 precari, tutti e 110 senza patente d’autobus, che vengono stabilizzati. A Vibo non il malato ma i 650 impiegati amministrativi e tecnici (e solo 10 vanno a timbrare il cartellino in ospedale!) tra i quali la stessa direzione segnala 400 esuberi. Aggiustino la mira sui veri colpevoli dello sfascio e della sfiducia, i medici di Vibo. E si accorgeranno di sentirsi meno soli.

Gian Antonio Stella
fonte: Corriere della Sera 

La sanità dei primari con la tessera

Per un trapianto di reni vi affidereste a un primario casiniano o diessino, forzista o mastelliano? Se la domanda vi sembra idiota, toccate ferro: i primari vengono scelti così, per la tessera, sempre più spesso. Il bubbone è scoppiato a Genova, grazie allo sfogo di un notissimo chirurgo. Ma lo scandalo si sta rapidamente allargando e forse richiamerà finalmente l’attenzione pubblica su un tema troppo a lungo occultato: le mani della politica nelle nomine perfino delle persone cui è affidata la nostra vita.

Ma partiamo dalla cronaca. Nell’aula magna dell’ospedale universitario San Martino di Genova, uno dei più antichi e dei più grandi d’Europa, Edoardo Berti Riboli tiene la relazione di chiusura della sua presidenza della Società ligure di chirurgia. Occasione solenne. Atmosfera formale. Finché il relatore butta lì: «Marco Bertolotto è diventato primario mentre era presidente della Provincia di Savona. Non ha nemmeno pensato di dimettersi o di andare in aspettativa. È diventato primario perché era politico o politico perché era medico?». È l’inizio d’un atto di accusa violentissimo. Contro i colleghi: «Ci sono chirurghi che non hanno mai davvero esercitato e sono stati promossi grazie alla lunga e fedele militanza politica ». Contro le «scorribande» delle lobby: «San Martino è terra di conquista per un intreccio tra politica e massoneria. C’è un chirurgo assunto grazie a by-pass massonici».

Contro i partiti: «Nel nostro ambiente si procede soltanto grazie al partito. Fra destra o sinistra non faccio differenze. Hanno la stessa voracità, solo che la sinistra è molto più strutturata ». Contro il governatore Claudio Burlando: «Si comporta come un dittatorello sudamericano… Se noi dobbiamo ringraziare chi ha curato i nostri genitori gli regaliamo dei fiori. Lui per dimostrare la sua gratitudine alla dottoressa che ha curato suo padre ha creato un reparto di ospedale».

E via così. Parole pesanti. Subito raccolte dal Secolo XIX. E da Burlando respinte con amarezza: «È un attacco di cattivo gusto che rientra in uno scontro tra quelli che una volta si chiamavano “baroni”. Non sapevo nemmeno che avessero creato un reparto nuovo. È vero che mio padre è stato curato in quel reparto, ma questo mi ha fatto soltanto capire quanto sia importante. Ho visto che per fare certi esami era necessario perfino andare a Torino… ». Neanche il tempo che l’accorata difesa del governatore e di alcuni primari tirati in ballo a partire da Marco Bertolotto («Sono stato nominato con regolare concorso. Si dice sempre che gli amministratori non devono essere politici di professione e poi se uno fa il presidente della Provincia e il medico lo si accusa di essere raccomandato») fossero pubblicate, e il giornale rilanciava le rimostranze del direttore della clinica oculistica Giovanni Calabria: «Noi in un anno forniamo 20mila prestazioni, Foniatria 200. Invece di dargli due stanze in più gli hanno dato 800 metri quadri. Per un medico e l’assistente». E perché? «Eccesso di zelo. Quando siamo andati dal direttore sanitario Gaetano Cosenza a fargli presenti le nostre difficoltà ha risposto che la realizzazione del nuovo reparto era un desiderio espresso da Burlando, che aveva identificato la mancanza di questo servizio e gli aveva detto di crearlo». Replica Burlando: «Dover andare a Torino per quel genere di cure non lo ritenevo tollerabile, per una città come Genova». Troppo spazio? «È una cosa che nemmeno io so spiegarmi. Io ho solo evidenziato una criticità che pesava sui cittadini… ».

Chi abbia ragione e chi torto si vedrà. Così come si vedrà se i medici tirati in ballo riusciranno a spiegare le loro ragioni e se la polemica politica, sollevata dentro la stessa sinistra dal consigliere Franco Bonello prima ancora che dal capogruppo di An Gianni Plinio, finirà per diventare incandescente o se prevarrà il silenzio in base all’antico monito evangelico: «Chi è senza peccato… ». Certo è che lo scandalo genovese getta sale su una ferita che è forse poco nota alla pubblica opinione ma da tempo sanguina nel corpo stesso dei medici italiani: il problema della scelta dei direttori generali e più ancora dei primari. Se la tesi che le politiche sanitarie devono essere decise dalla politica e che spetta dunque alla politica nominare i vertici delle Asl, tesi sostenuta sia a destra sia a sinistra, è più complicato convincere i cittadini sulla legittimità che anche un primario di ostetricia possa essere scelto sulla base dello schieramento politico. O peggio ancora partitico.

Eppure così avviene. E non solo in Liguria. Lo sostengono, ad esempio, tutti i medici via via coinvolti sul sito polis- savona.it nella discussione aperta dal dottor Giorgio Menardo. Il quale spiega che, cancellati i vecchi concorsi dove la commissione era composta da «un professore universitario, estratto a sorte dagli elenchi nazionali, tre primari ospedalieri della materia anche loro sorteggiati, ed un medico dirigente del ministero della Salute con un rappresentante dell’amministrazione locale che bandiva il concorso (…), vi sono oggi due primari ospedalieri quasi sempre della stessa regione ove ha sede l’ospedale che bandisce il posto ». Gente direttamente coinvolta. Peggio, l’esame vero e proprio non c’è più: «È solo una formalità che nella stragrande maggioranza dei casi si conclude con la dichiarazione che tutti i concorrenti sono idonei a ricoprire quel posto lasciando al Direttore Generale carta bianca nel scegliere chi vuole». Risultato: la politica pesa tanto che, dato che si sa già chi vince, crolla ovunque il numero dei partecipanti ai concorsi. Direte: possibile? Sul serio i primari sono spesso scelti solo per le simpatie politiche? «Non spesso, sempre», risponde secco Stefano Biasioli, segretario nazionale della Cimo, la Confederazione Italiana Medici Ospedalieri, considerata a torto o a ragione vicina ai moderati. «È un’intrusione massiccia. Pesantissima. Non solo nella scelta dei primari ma anche dei medici, degli infermieri… Nelle regioni di destra e di sinistra. Certo, il fenomeno in Campania, in Calabria o in Sicilia è terrificante. Ma riguarda, purtroppo, tutto il Paese. Tutto ». Carlo Lusenti, il segretario dell’Anaao, conferma: «Se non sempre, la politica ci mette il naso nove volte su dieci. Per carità, non c’è solo la politica. Ci sono le lobby universitarie, le cordate, i sindacati… Ma è certo che, se non si cambia il sistema delle nomine…».

Gian Antonio Stella

fonte: Corriere della Sera