Divise dalla storia o create in laboratorio Province, gli accorpamenti (im)possibili

AMMINISTRAZIONI – VIAGGIO TRA SERBATOI DI POLTRONE CHE NESSUNO È MAI RIUSCITO A ELIMINARE

Enti a «testata multipla» e città rivali costrette a immaginarsi riunite per «sopravvivere» ai tagli del governo

ROMA – L’hanno combinata davvero grossa, a Fermo. Anche lì volevano la Provincia e ne hanno ammazzate due. È una banalissima questione di numeri. Con 175.047 abitanti, 860 chilometri quadrati e 40 Comuni, Fermo non rispetta nemmeno uno dei tre parametri (minimo 350 mila abitanti, minimo 3 mila chilometri quadrati, minimo 50 Comuni) che gli potrebbero garantire la sopravvivenza, secondo il progetto del ministro Filippo Patroni Griffi. Il bello è che anche Ascoli Piceno adesso è nei guai: divisa praticamente a metà per consentire la nascita di Fermo, è destinata a dissolversi. A meno che i fermani, due anni dopo aver brindato alla nuova Provincia, non vogliano tornare indietro. In caso contrario, c’è sempre Macerata…

E Lodi? Ci aveva messo qualche secolo per affrancarsi da Milano. Nel 1992, alla fine della Prima repubblica era riuscita ai lodigiani una impresa che nemmeno ai tempi del Barbarossa era stata possibile. Poi, dopo soltanto vent’anni di «indipendenza», la più cocente delle delusioni. La Provincia di Lodi dovrà mestamente sparire. Tornando assieme a Milano. Corsi e ricorsi vichiani…

Per non parlare di Rimini. Anche sulla romagnola s’era assaporato, in quel 1992, il miele dell’«indipendenza». L’indipendenza da Forlì, obbligata a una doppia concessione: mollare 27 Comuni a Rimini e allargare la denominazione provinciale a Cesena. Ma ora si dovrà fare marcia indietro. In una nuova grande Provincia romagnola che comprenda anche Ravenna? Chissà? Certo è che neppure il referendum con il quale sette Comuni dell’alta Valmarecchia già appartenenti alla Provincia di Pesaro Urbino fra cui San Leo – dove Cagliostro trascorse gli ultimi anni di vita in prigionia e una mano sconosciuta non fa mai mancare un fiore fresco nella rocca in sua memoria e ogni agosto ospita un imponente raduno di massoni – hanno decretato tre anni fa l’annessione a Rimini l’hanno potuta salvare. Ma tant’è.

Comunque vada, un risultato la proposta di Patroni Griffi certamente la otterrà: quello di segnare una nuova era nella guerra dei campanili provinciali. In Emilia potrà rinascere una sola Provincia sui territori di Parma e Piacenza, come ai tempi dei Papi Farnese. E in Toscana, dove teoricamente potrebbe sopravvivere una sola delle Province esistenti, quella di Firenze, che ne sarà di Arezzo? Fiorentini e aretini si guardano in cagnesco dalla battaglia di Anghiari di sei secoli fa. Cruciale per i destini della Toscana e la supremazia di Firenze, fu poco più di una rissa da stadio, se dobbiamo credere a ciò che scrisse Niccolò Machiavelli: «Ed in tanta rotta e in sì lunga zuffa che durò dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì che un uomo, il quale non di ferite ne d’altro virtuoso colpo, ma caduto da cavallo e calpesto spirò». Pare certo che morirono più cavalli che cristiani, ma a Sansepolcro, ne potete stare certi, c’è qualcuno che ancora gli girano. Come siamo pronti a giurare che a Siena c’è chi non si rassegna al fatto che buona parte dei famosi «paschi» da cui ha preso il nome la grande e oggi ferita banca cittadina, il Monte dei paschi, siano finiti sotto giurisdizione grossetana. Rimpiangendo i fasti di quando i borghi maremmani erano cinti dalle mura senesi. Al tempo stesso, chissà quanti livornesi stanno ripassando in vista di un possibile matrimonio con Pisa la lista dei proverbi, cominciando dal più famoso: «Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio».

Per tornare a epoche più recenti, da quando c’è l’Italia unita non c’è politico che non abbia fatto propaganda promettendo la Provincia. Non è trascorsa praticamente legislatura che non venisse proposta l’istituzione della Provincia di Melfi, rivendicando una vocazione storica della città lucana. «Onorevoli senatori, già nel 1866 Melfi e il suo circondario…». Nel 1866 il brigante Carmine Crocco, prozio dell’attore Michele Placido (che ne va fierissimo) che cinque anni prima aveva occupato e tenuto in pugno Melfi, era già in carcere, dove sarebbe morto nel 1905. Dopo Melfi fu la volta di Nola, «importantissimo nodo di transito e centro di confluenza e riferimento, già dall’antichità…». Quindi Aversa, Sibari, Sala Consilina, al Sud. Busto Arsizio, Pinerolo, Bassano del Grappa, al Nord. E Civitavecchia, nel Centro. Il massimo, però, erano le Province a testata multipla. Per esempio, quella della Venezia orientale: con due capoluoghi come Portogruaro e San Donà di Piave. O quella del Basso Lazio, capitali Cassino, Formia e Sora. Oppure l’Arcipelago Toscano. Ma il top è la proposta di creare la Provincia Ufita-Baronia-Calore-Alta Irpinia partorita da Lello di Gioia, nato a San Marco La Catola, nel foggiano, che allargò così gli orizzonti di chi ignorava l’Ufita: «Trattasi di un fiume lungo chilometri 49 che, nato dal monte Formicolo, affluisce nel fiume Calore Irpino che scorre fra l’Irpinia e il Sannio…».

Dai e dai, alla fine le Province a testata multipla hanno superato il muro della diffidenza. Ecco allora Verbano-Cusio-Ossola. Ed ecco dunque Barletta-Andria-Trani, la mitica Bat. Dieci comuni in tutto, tre dei quali capoluoghi di Provincia. Gli altri sette, perché no?

Nel 1861, all’Unità d’Italia, c’erano 59 Province. La loro estensione era misurata più o meno sul tempo necessario ad attraversarle completamente: una giornata di cavallo. Nonostante il declino degli equini per il trasporto umano, nel 1947 erano diventate 91. Mica poche, ma non c’erano le Regioni, che per quanto previste dalla Costituzione, sarebbero nate soltanto nel 1970. Dovevano sopravvivere giusto il tempo per passare il testimone a quegli enti, poi però nessuno ha avuto il coraggio di impartirgli l’estrema unzione, e sono rimaste spesso come formidabile serbatoio di poltrone, posti di sottogoverno e soldi. Quanti? Secondo il Sole 24 Ore , nel 2008 costavano 17 miliardi di euro, con un aumento di ben il 70% rispetto al 2000.

Non limitandosi alla semplice sopravvivenza, si sono moltiplicate con rapidità sconcertante. Nel 1974 erano diventate 95. Nel 1992, 103. Nel 2001, poi, ci ha pensato la Regione autonoma della Sardegna, raddoppiando in un sol colpo le sue Province, da 4 a 8.

E nel 2004 la stessa maggioranza guidata da Berlusconi, che ha vinto quattro anni dopo le elezioni promettendo di abolirle, ha completato l’opera portando il totale a 109 (Trento e Bolzano comprese). Con risultati esilaranti. La Provincia di Fermo, ancora: una specie di scissione dell’atomo che ha avuto come effetto la crescita improvvida dei consiglieri provinciali; dai 30 di Ascoli Piceno ai 24+24=48 delle due nuove entità spezzettate. Costo supplementare dell’operazione un paio di milioncini, per gradire. Quindi la Provincia di Monza e della Brianza, che ha fatto vacillare per un attimo il record negativo di estensione territoriale che apparteneva a Trieste: 212 chilometri quadrati. Con i suoi 363 chilometri quadrati copre la superficie di un quadrato di 19 chilometri di lato. Ma la Provincia italiana più cementificata (dice l’Istat che oltre metà del territorio non è più naturale) si salverà perché oltre a essere popolosissima (840 mila abitanti) ha 55 Comuni. C’è anche Arcore, residenza del Cavaliere…

Sergio Rizzo

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Sicilia, muro di Lombardo e Pdl, Province «salvate» dall’abolizione

Costano 890 milioni, basterebbe un tratto di penna. Ma vota sì solo il Pd.

«Articolo 15: Le circoscrizioni provinciali e gli organi ed enti pubblici che ne derivano sono soppressi nell’ambito della Regione siciliana». «Oooh, finalmente un bel regalo di Natale!», direte voi. Macché: quelle parole erano nello Statuto di autonomia del 1946. Mai applicato. Anzi: l’abolizione (vera, stavolta) delle province siciliane è stata appena, e di nuovo, bocciata. Non si toccano. Che i consiglieri provinciali nell’isola si prendano sul serio è notorio. Qualche anno fa il presidente catanese Nello Musumeci, che militava allora in An e aveva stipulato una polizza con la Reale Mutua Assicurazioni per coprire se stesso e i colleghi di giunta da eventuali condanne della Corte dei Conti, arrivò a presentare una delibera stupefacente. Delibera che, sulla base di certi studi storici secondo i quali «tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, i rappresentanti della Provincia costituivano l’Onorevole consiglio», riconosceva ai membri dell’assemblea il titolo di «onorevoli». Al punto che, votata a stragrande maggioranza la decisione con soli sei voti contrari della sinistra, il presidente del consiglio, Santo Pulvirenti, chiuse la seduta salutando tutti come «onorevoli colleghi». Eppure, come dicevamo, le province siciliane più ancora delle altre non dovrebbero neppure esistere. Nello Statuto che il 15 maggio 1946 riconosceva l’autonomia della Regione, il già citato articolo 15 non lasciava dubbi: abolizione. E ribadiva, se mai qualcuno fosse duro d’orecchio, che «l’ordinamento degli enti locali si basa nella Regione stessa sui Comuni e sui liberi Consorzi comunali». Tutto chiaro? Macché: restarono provvisoriamente in vita come amministrazioni straordinarie per un anno, due anni, tre anni, quattro anni… E poi ancora cinque e sei e sette… E poi ancora otto e nove e dieci… Finché nel 1986, dopo quarant’anni di proroghe, l’assemblea regionale decise infine di smetterla con quella ipocrisia. E le province provvisorie furono ribattezzate: d’ora in avanti si sarebbero chiamate Province Regionali. Cosa fanno? Boh… Distribuiscono incarichi e prebende, dirà qualcuno. Ultimo esempio, quello denunciato da «Il Dito», un settimanale online di Catania vicino a Enzo Bianco, che ha scoperto come Raffaele Lombardo, allora potentissimo presidente della provincia etnea, abbia passato il Natale dell’anno scorso firmando decine e decine di «nomine o proroghe di dirigenti, collaboratori esterni, consulenze varie»: 57 in due giorni. Uno sforzo pesante per il polso, ma utile elettoralmente, visto che il fondatore dell’Mpa stava per candidarsi alla presidenza regionale al posto di Cuffaro. Una chicca tra le tante: l’assegnazione nel 2006 a uno studio legale di un incarico per «l’assistenza tecnico-legale al programma di cooperazione Bulgaria-Romania, uno studio finalizzato alla promozione delle imprese catanesi in quelle nazioni e all’avvio di uno stand informativo presso la Provincia». ù

Quanto costino nella sola Sicilia questi enti, che già il sindaco di Milano Emilio Caldara considerava un secolo fa «buoni solo per i manicomi e per le strade» ma che incassano un mucchio di denaro grazie soprattutto alle addizionali sull’energia elettrica e la Rc auto, lo dice un rapporto Istat sui bilanci 2006: 890 milioni di euro. Dei quali 237 spesi per stipendiare tutto il personale. E addirittura 228 (nel solo 2006!) per comperare beni immobili. Tema: che senso ha che un ente da decenni additato come inutile e da sopprimere faccia shopping immobiliare comprando sempre nuovi palazzi, nuovi uffici, nuove sedi distaccate? Quanto agli amministratori, il Sole 24 ore ha fatto i conti: di sole indennità (cioè la voce-base, alla quale vanno sommati i rimborsi, le diarie e altre voci che nel caso dei parlamentari nazionali o regionali fanno schizzare all’insù le entrate reali nette) i 315 consiglieri provinciali costano otto milioni e 300 mila euro. Una esagerazione. Che qua e là, scrive Nino Amadore, si fa ancora più eclatante: 98.089 di spesa di indennità ogni centomila abitanti a Palermo, 389.705 a Enna. E meno male che alle 9 province già esistenti (una ogni mezzo milione di abitanti, con un massimo di un milione e 235 mila nel caso di Palermo e un minimo di 177mila di Enna) non sono state (ancora) aggiunte le altre tre di cui si parla da anni: Caltagirone, Gela e Monti Nebrodi. Altrimenti le spese sarebbero ancora più vistose.

Fatto sta che qualche giorno fa il presidente della commissione antimafia in Regione, il democratico Lillo Speziale, ha pensato che forse era arrivato il momento per tentare uno strappo. Prima l’insofferenza dei cittadini per i costi esorbitanti della politica nata dalle denunce del Corriere della Sera, poi la campagna di Libero benedetta da un diluvio di firme di lettori e dal consenso di autorevoli esponenti di diverse appartenenze politiche… Come dubitare del successo di un blitz siciliano se l’unico partito che si è ufficialmente schierato contro l’abolizione delle province è la Lega che nell’isola ha uno spicchio di successo piuttosto eccentrico nella sola Lampedusa? Non bastasse, come ricorda il leader storico dei Difensori Civici Lino Buscemi (che minaccia di raccogliere le firme per un referendum abrogativo) l’abolizione delle province in Sicilia potrebbe essere fatta in un giorno. A differenza che a Roma infatti, a Palermo non servirebbe una modifica istituzionale: «Basterebbe un tratto di penna». E questo diceva infatti la proposta portata giorni fa in commissione Affari Istituzionali da Lillo Speziale. Articolo 1: «Le province regionali sono soppresse». Articolo 2: le loro funzioni sono «trasferite ai liberi consorzi di comuni istituiti a norma dell’art. 15, comma 2, dello Statuto della Regione. Nelle more di tale istituzione, esse sono trasferite ai comuni, ricompresi nella soppressa provincia, che le eserciteranno in forma singola o associata». Articolo 3: i dipendenti passano «nei ruoli dell’amministrazione dei comuni, in una qualifica corrispondente a quella di provenienza». Articolo 4: «I beni, mobili ed immobili, di proprietà delle province sono trasferiti nella proprietà dei comuni». E così via. Su tredici membri della commissione, i presenti erano otto. I quattro democratici hanno votato per l’abolizione e chi rappresentava l’Udc di Pier Ferdinando Casini (favorevole alla soppressione) non era presente. Gli altri, a partire dal presidente, il lombardiano Riccardo Minardo (il cui voto valeva doppio ed è stato determinante) hanno votato contro. Compresi i rappresentanti del Pdl. A dispetto delle promesse di Silvio Berlusconi e di quelle di Gianfranco Fini. Parole, parole, parole…

Gian Antonio Stella

Fonte: Corriere della Sera