Autoassunzioni e «affitti d’oro» L’allegra sanità calabrese

I PASTICCI DEGLI AMMINISTRATORI DI COSENZA

Stabile affittato a 420 mila euro l’anno. Ma è ancora incompiuto ed è al centro di una disputa con il Comune

C’è chi aveva assunto il figlio, chi la moglie, chi la cognata, il cugino o il fratello della morosa ma il signor Michele Fazzolari ha detto no, basta coi parenti. E ha assunto direttamente se stesso. Togliendosi la soddisfazione di firmare di suo pugno la delibera. È successo a Cosenza, in quella Calabria che negli ultimi anni aveva già registrato altri episodi indimenticabili. Ricordate? Egidio Masella, appena nominato assessore regionale al Lavoro per Rifondazione, assunse come responsabile amministrativo la moglie Lucia. Pino Guerriero, presidente sociali sta della Commissione regionale anti mafia, assunse come autista il nipote. E il capogruppo dell’Udc Gianni Nuce ra tentò il capolavoro: l’assunzione a spese della Regione prima della moglie Felicia, poi del figlio Carmelo, poi del l’altro figlio Francesco. Capolavoro bloccato all’ultimo istante, con lui che sospirava: «Volevo solo avere qualcu no di cui fidarmi».

Anche Michele Fazzolari voleva qual cuno di cui fidarsi. Lo avevano preso all’Azienda Sanitaria Provinciale con un contratto di tre anni con scadenza a febbraio 2011. Un lavoro precario. Ma, facendo pesare un passato di segreta rio provinciale della Cisl, era riuscito a farsi affidare un incarico delicato. Lui, precario, doveva occuparsi della stabi lizzazione dei precari. Detto fatto, ha istruito una bella pratica per stabilizza re, con un contratto «individuale» a tempo indeterminato e la qualifica «ex 7˚ livello», l’uomo di cui più si fida: se stesso. Ha firmato la «determina» e l’ha passata per la controfirma al diret tore generale, Franco Petramala. Che senza batter ciglio ha dato il suo okey. Tirandosi addosso un acquazzone di polemiche.

Ma era solo l’inizio. Neanche il tem po di assorbire le prime accuse e su Pe tramala, additato come uomo vicino al presidente della provincia di Cosenza, il democratico Mario Oliverio, è arriva ta una nuova grandinata. Causata da un altro contratto. Quello firmato dal direttore generale dell’Asp per prende re in affitto una palazzina in località Muoio, alla periferia della città, oltre l’autostrada. Una brutta e anonima palazzina co me tante altre. Se non fosse per un det taglio: è ancora «al grezzo» e, come ha scritto sul Quotidiano di Calabria Mas simo Clausi, che già aveva dato la noti zia dell’auto-assunzione di Fazzolari, lo stesso contratto di locazione ricono sce che mancano gli intonaci e «non risultano ancora realizzati gli impianti tecnici e i solai e i laterizi per l’irrigidi­mento orizzontale si presentano an ch’essi allo stato rustico».

Ma il meglio deve ancora venire: lo stabile è infatti al centro da un decen nio di un braccio di ferro amministrati vo, burocratico e giudiziario. Che vede da una parte la società dei costruttori, che si chiama «Edera srl» e ha come amministratore unico Fausto Aquino, e dall’altra il comune di Cosenza fin dai tempi in cui era sindaco Giacomo Man cini. La storia si può riassumere in po che parole: avuto il permesso per co struire 16 appartamenti di edilizia po polare, la «Edera» aveva presentato una variante per aggiungerne altri otto e arrivare a 24, il Comune non aveva risposto e la società aveva deciso di procedere lo stesso puntando a chiude re con una sanatoria. Il vecchio Manci ni, però, non aveva voluto sentire ra gioni. E aveva mandato le ruspe con l’ordine di abbattere: sedici dovevano essere le abitazioni e sedici sarebbero state.

Oltre dieci anni dopo il tormentone, tra sentenze del Tar, verdetti del Consi glio di Stato, ricorsi, contro-ricorsi, rinvii, rifiuti dell’amministrazione mu nicipale di accettare la variante, richie ste di risarcimenti danni per dieci mi lioni di euro, non si è ancora chiuso. Nel frattempo, però, ecco la sorpresa. Mentre un pezzo del sistema pubblico (cioè il Comune) dava battaglia al l’ «Edera», un altro pezzo (l’azienda sa nitaria) si metteva d’accordo. E facen dosi promettere che i lavori saranno fi niti in pochi mesi ha preso in affitto lo stabile per sei anni. Il canone? Tenete vi forte: 420mila euro l’anno. Per sedi ci appartamenti di edilizia popolare. Totale complessivo: oltre 2 milioni e mezzo di euro. Per una palazzina di periferia desti nata ad ospitare fino al 2016 un po’ di uffici, di archivi, di garage… Evidentemente la Sanità calabrese, nonostante le notizie catastrofiche, ha ancora soldi da spendere…

G.A. Stella

fonte: Corriere della Sera

Attenzione ai medici

Amate il brivido? Venite a farvi ricoverare a Vibo Valentia. Dove c’è perfino un chirurgo che s’è fatto esentare dalla sala operatoria perché ha un debole per il vino ma è stato premiato lo stesso con l’«alta specializzazione». Concessa, dalla generosa Asl vibonese, alla bellezza di 153 medici. Oltre ai primariati di serie A, a quelli di serie B, alle direzioni varie… La più alta densità planetaria di luminari. La storia dell’ultimo anno, in realtà, dice qualcosa di diverso. Basti ricordare il caso di Federica Monteleone, la sedicenne morta dopo un blackout elettrico mentre era sotto i ferri per una banale appendicectomia. O quello di Eva Ruscio, l’altra ragazzina deceduta un mese fa dopo il ricovero per un ascesso alle tonsille. O ancora quello di Orazio Maccarone, il vecchio morto il giorno di Santo Stefano dopo quattro ore al pronto soccorso, ore che il figlio Michele ricorda per la difficoltà di parlare con certi medici dall’approccio «superficiale e strafottente». Insomma: un ospedale inaccettabile in un Paese civile. Sgarrupato. Sporco. Come buona parte delle strutture sanitarie calabresi. Al punto di spingere la stessa Livia Turco a scendere la vigilia di Natale a Lametia Terme per incontrare i familiari delle vittime. E sono gli stessi medici (meglio: una parte dei medici) a denunciarlo. Come Michele Soriano, il primario di ortopedia che a metà ottobre mandò una lettera al presidente regionale: «L’ospedale è in coma». Colpa degli organici gonfiati. Dei direttori generali «addomesticati» via via «inviati da Catanzaro a sbarcare il lunario». Dei sindacati medici «lontani anni luce dalla gente che lavora ». Parole dure quanto quelle del direttore sanitario Pietro Schirripa, vicino al vescovo di Locri Giancarlo Bregantini: «Abbiamo almeno 400 esuberi nel settore amministrativo ». O ancora del neurologo Domenico Consoli: «Purtroppo la classe medica vibonese, con le debite eccezioni, non è libera. È debitrice verso gli elargitori di prebende di carriera». Il governatore Agazio Loiero ha promesso «piazza pulita». Le autorità hanno chiuso un po’ di reparti a rischio. Il comando regionale dei Carabinieri è stato allertato per 98 «documenti di rilevante interesse» e informato di 132 contestazioni disciplinari contro singoli dipendenti e ditte appaltatrici. L’attività di qualche sala operatoria è stata fermata per «mancanza di anestesisti».
NOTA SURREALE – Una nota (surreale) ha disposto che «il primario anestesista dovrà essere in servizio, anche come seconda unità, rispettando rigorosamente l’orario », come se non lo facesse mai. E da Roma dovrebbe arrivare oggi il prefetto Achille Serra, mandato a guidare una commissione d’inchiesta sulla sanità calabrese composta di persone in larghissima parte estranee alla Regione e alla politica locale. Politica toccata appena due giorni fa dall’ultima condanna: cinque anni a Giorgio Campisi, del-l’Udc, riconosciuto colpevole con Armando Crupi, già direttore generale dell’Azienda sanitaria, di un giro di tangenti che ruotava intorno all’appalto per il nuovo ospedale di Vibo Valentia. Un panorama da incubo. Tanto più che il «nuovo ospedale» era già stato promesso da un ventennio. Di più: gli allora responsabili della Asl, Michelangelo Lupoi e Rodolfo Gianani, assicurarono nel 1999 al vostro cronista che di ospedali nuovi ne avevano in mente due: uno a Nicotera (a 40 chilometri di tornanti dall’autostrada) per farne «un “Gaslini” del Sud ed evitare i viaggi della speranza al Nord» e uno appunto a Vibo per un totale di cento miliardi di lire: «Anche noi come a Padova abbiamo previsto di metterci un anno e mezzo a costruirlo!», spiegava l’uno. «Un anno e mezzo!», gli faceva eco l’altro. Un decennio dopo, non è stata ancora posata la prima pietra. E non sono stati ancora chiuse le decrepite strutture ospedaliere di Vibo e Nicotera più quelle (un po’ di ricoveri, un po’ di day hospital, un po’ di ambulatori) di Soriano, Tropea, Serra San Bruno e Pizzo Calabro. Dove svetta immortale l’opera incompiuta più incompiuta del pianeta: un ospedale iniziato nel ’49 (l’anno del debutto a teatro del Quartetto Cetra) e mai aperto nonostante i premurosi amministratori avessero già comprato centinaia di scarpe per le infermiere da assumere. Scarpe col tacco alto, da spogliarellista. Sono ancora tutte lì, quelle sei strutture ospedaliere. Esattamente come 10 anni fa: sei per una provincia di 170 mila abitanti. Per questo Vibo è il posto giusto. Perché qui puoi vedere, in un contesto allucinante con radici nel passato che neppure le persone di buona volontà sono riuscite a cambiare, come sia stata stravolta la «nuova organizzazione dell’ospedale moderno ». Ricordate? Si era detto: basta poltrone a vita, basta baronie, basta automatismi. D’ora in avanti, ai medici, solo incarichi a tempo da 3 a 5 anni. Premi in carriera e in denaro ai meritevoli. Valutazioni periodiche. Rimozione e retrocessione per gli scadenti. E massimo riconoscimento alle capacità professionali con l’introduzione di sei «fasce di responsabilità professionale».
TUTTI DIRIGENTI – Tutti «dirigenti», ma con peso crescente in base alla preparazione. Spiegare ogni fascia non ha senso. Basti dire che grossomodo le tre superiori sono: dirigente di struttura semplice (una specie di vice-primario), dirigente di struttura complessa (il primario di una volta), dirigente dipartimentale con incarichi direttivi. Cosa è successo, nel tempo? Che come in altri casi (si pensi ai 3.769 dirigenti ministeriali tutti benedetti con la valutazione «ottimo») i premi sono stati spartiti e distribuiti a pioggia. Per dare qualche soddisfazione. Per garantire un ritocco agli stipendi. Per consolare i depressi. Fatto sta che (anche per colpa del «caos valutativo», denuncia Stefano Biasioli, segretario nazionale della Cimo, il sindacato dei medici schematicamente considerato a destra che recentemente se l’è presa anche con le nomine dei direttori generali «amici» fatte da Giancarlo Galan) è successo un po’ ovunque. Dalla Lombardia alla Sicilia. Al Sud, però, in forme abnormi. Prendiamo appunto l’Asl di Vibo Valentia, dove secondo l’avvocato Giuseppe Pasquino, c’è nel mondo sanitario «un carrierismo sfrenato, sostenuto da politica e massoneria, che porta ai vertici più alti gente spesso incapace». Sapete quanti sono i dipendenti? Oltre 1.900. Dei quali 386 medici (115 in ospedale, gli altri «fuori sul territorio»), 680 infermieri e tecnici (220 in ospedale, gli altri «fuori»), 140 ausiliari (16 in ospedale, gli altri «fuori»), 650 impiegati amministrativi e tecnici, dei quali solo 10 (dieci!) in ospedale. Il tutto per un totale di 200 letti e 191 ricoveri medi giornalieri. «Non è una Asl, è uno spezzatino — sorride Carlo Lusenti, segretario nazionale dell’Anaao —. Noi a Reggio Emilia, con lo stesso numero di persone, mandiamo avanti una struttura col quadruplo di letti, servizi d’avanguardia e professionisti di livello internazionale ». Anche a Vibo, sulla carta. I numeri dell’Asl sono sfolgoranti: 40 primari, 85 dirigenti di strutture semplici e 153 medici ad «alta specializzazione ». Compresi molti che, allo stesso tempo, non possono esercitare perché hanno il certificato di inidoneità. Al dipartimento materno infantile ad esempio, tra medici e infermieri, sono circa la metà: il 45%. Ma che te ne fai di un ostetrico che non può assistere ai parti?

Gian Antonio Stella
fonte: Corriere della Sera

Medici in trincea

A nome di chi scrivono, i medici di Vibo Valentia autori della lettera che chiede polemicamente la chiusura dell’ospedale? Questo è il punto. Perché se scrivono a nome di tutti i colleghi (anche se non sembra visti gli accenni polemici ai «tanti» imboscati «grazie ad una raccomandazione politica») sbagliano mira. Per carità, può darsi che i giornali e le televisioni talvolta abbiano calcato la mano pigliandosela frontalmente con gli errori di certi medici senza valutare appieno il contesto, cioè le strutture sanitarie disastrose nelle quali lavorano. Può darsi. Ma da qui al sentirsi vittime d’una sorta di immotivata e offensiva fobia collettiva («derisi, maltrattati, oltraggiati, offesi, aggrediti, intimiditi») ce ne corre. Che senso ha denunciare che quello di Vibo Valentia è «l’unico esempio tra gli ospedali italiani e d’Europa nel quale gli eventi infausti e le disgrazie portano alla persecuzione quotidiana e selvaggia di un’intera categoria di professionisti »?

Ma certo, gli «eventi infausti e le disgrazie» possono capitare ovunque. Anche nel più bello, nuovo, lindo, efficiente ospedale svizzero o svedese. Ma lì sì, l’invocazione del destino crudele è più facile da accettare: negli ospedali calabresi, diciamolo, il Fato ha più probabilità di incidere. Ci si può schiantare in curva sulla neve anche con una «4×4» perfetta con le gomme invernali e le catene: senza catene e con le gomme lisce, però, è più facile. O no? Questo è il problema, che persone di buon senso dello stesso «Jazzolino» hanno segnalato all’autorità giudiziaria: in una situazione come quella dell’ospedale di Vibo, «alla lunga incidenti non possono non avvenire ». E infatti sono avvenuti. Colpa dei giornali? Delle tivù? Dell’opinione pubblica? Ma per favore! Dietro il legittimo scoramento dei camici bianchi aggalla nella lettera la solita, vecchia, asfissiante tentazione di gridare al complotto. Del Nord contro il Sud, dei ricchi contro i poveri, delle province calabresi forti contro quelle deboli: «Vibonesi! Vogliono togliervi il Vostro ospedale!». Un passaggio colpisce su tutti. Quello in cui si lamenta che alla fine tutto va a ricadere sul Pronto Soccorso «povero di personale che colleziona turni su turni» lavorando «eroicamente, per garantire la salute dei cittadini, fra un avviso di garanzia ed una maledizione». È verissimo. Ma perché? Perché il Settentrione drena i soldi, Roma è spilorcia, la politica è impicciona e il governatore Agazio Loiero è un incapace?

Ma dai! Quel pronto soccorso ha un solo medico dipendente in organico (uno solo: uno!!!) più cinque giovani convenzionati part-time delle Guardie Mediche fino a un massimo di 36 ore settimanali perché su 386 dottori a carico della Asl non ce n’è un altro che accetti di stare lì, in trincea. Perché abbondano i «primari » (40), abbondano i dirigenti di struttura semplice (85, compresi servizi in-dis-pen-sa-bi-li come «tutela degli animali da affezione e lotta al randagismo») e abbondano i cervelloni ad «alta specializzazione» (153) ma non si trova un novello Ippocrate disposto a farsi carico delle emergenze. Il tutto in linea con un andazzo mortale: la scelta di dare la precedenza non all’utente ma alla gestione (politica e clientelare) dei posti di lavoro. Ed ecco che a Napoli non ha la precedenza il cittadino che non sa dove buttare i rifiuti ma i 20 mila spazzini (proporzionalmente 25 per ogni netturbino milanese) che devono essere assunti. A Palermo non il passeggero degli autobus urbani ma i 110 precari, tutti e 110 senza patente d’autobus, che vengono stabilizzati. A Vibo non il malato ma i 650 impiegati amministrativi e tecnici (e solo 10 vanno a timbrare il cartellino in ospedale!) tra i quali la stessa direzione segnala 400 esuberi. Aggiustino la mira sui veri colpevoli dello sfascio e della sfiducia, i medici di Vibo. E si accorgeranno di sentirsi meno soli.

Gian Antonio Stella
fonte: Corriere della Sera 

Politica e sanità

«Cercasi radiologo targato Ds». «AAA. Cercasi pediatra vicino An». «AAA. Cercasi neurochirurgo convintamente Udc». Dovrebbero avere l’onestà di pubblicare annunci così, i partiti: sarebbero più trasparenti. Perché questo emerge dalle intercettazioni della «Mastella Dynasty»: la conferma che la politica ha allungato le mani sulla sanità. Padiglione per padiglione, reparto per reparto, corsia per corsia. A donna Alessandrina, che oltre a preparare cicatielli con ragù di tracchiole si diletta di spartizione di poltrone, sarebbero servite «due cortesie: una in Neurochirurgia e una in Cardiologia». Il marito invece, a sentire lo sfogo telefonico del consuocero Carlo Camilleri, si sarebbe arrabbiato assai per «l’incarico di primario a ginecologia al fratello di Mino Izzo… Ma ti pare… Proprio il fratello di uno di Forza Italia che è di Benevento ed è contro di me… Ma non teniamo un altro ginecologo a cui dare questo incarico?». Vi chiederete: che se ne fa Clemente d’un ginecologo «suo»? E poi, con nove milioni di processi pendenti e i tagli folli ai bilanci dei tribunali e i giudici che si portano la carta igienica da casa, come faceva il ministro della Giustizia a trovare il tempo di occuparsi della bottega clientelare?Ecco il punto: è in corso da anni, ma diventa sempre più combattuto e feroce, un vero e proprio assalto dei segretari, dei padroni delle tessere, dei capicorrente al mondo della sanità. Visto come un territorio dove distribuire piaceri per raccogliere consensi. Vale per il Sud, vale per il Nord. Per le regioni d’un colore o di un altro. Nella Vibo Valentia in mano al centrosinistra ardono le polemiche sulla decisione di distribuire 40 primariati (di cui 38 a compaesani vibonesi: evviva l’apertura alle intelligenze mondiali), 85 «primariati junior» e 153 bollini d’«alta specializzazione» in coincidenza con le primarie del Pd e il consolidamento del Partito Democratico Meridionale di Loiero, capace di folgorare un uomo noto in città come il primario del 118 Antonio Talesa, prima con An. Nel Veneto divampano quelle sull’«arroganza» (parola del capogruppo leghista in Regione Franco Manzato) di Giancarlo Galan. Il quale è messo in croce da un paio di settimane dai suoi stessi alleati del centro-destra per le nomine dei direttori generali nelle Asl. «Poltrone per la Lega, una. Per An, zero. Per l’Udc, zero. Per i fedelissimi del presidente, tutte le altre», ha riassunto un giornale non sinistrorso come Libero. «Un sistema feudale», secondo Raffaele Zanon, di An. In pratica, accusa Stefano Biasioli, il segretario della Cimo, la più antica delle sigle sindacali dei medici ospedalieri, additata come vicina ai moderati, «Galan ha nominato 23 fedelissimi su 24 direttori. Tranne che a Bussolengo (lì ha dovuto cederne uno al sindaco di Verona Tosi) sono tutti suoi. Di Forza Italia…».

Ma non diverse sono le accuse, a parti rovesciate, contro la gestione delle Asl «unioniste» toscane, umbre, emiliano-romagnole, «solo che lì il “partito” è così forte che se ne stanno tutti quieti e zitti», rincara Biasioli. Per non dire dei veleni intorno alla distribuzione di cariche nella sanità campana, cuore delle inchieste di oggi. O degli scontri interni alla destra per l’accaparramento dei posti in Sicilia, dove su tutti svetta l’Udc di Totò Cuffaro. Il quale non casualmente è un medico in una terra in cui i medici (compresi quelli legati alla mafia come Michele Navarra o più recentemente Giuseppe Guttadauro) hanno sempre pesato tantissimo. Quanto questo peso sia attuale si è visto, del resto, alle ultime comunali di Messina. Quando tra i candidati c’erano almeno 111 medici. In buona parte ospedalieri. Tra i quali, in particolare, una ventina del «Papardo», la più importante struttura peloritana: il primario di oculistica e quello del laboratorio analisi, il primario di medicina e quello di neurologia, il primario di pneumologia e quelli di chirurgia vascolare, cardiologia, rianimazione. Quasi tutti schierati con An. E indovinate a che partito apparteneva il direttore generale? Esatto: An. «Li hanno militarizzati tutti», accusò indignato Nunzio Romeo, il candidato del Mpa. Peccato che lui stesso fosse medico e presidente dell’Ordine dei Medici e guidasse a nome del medico Raffaele Lombardo una lista con 41 medici.

Pietro Marrazzo, il governatore del Lazio, dice che basta, per quanto lo riguarda è ora di finirla: «Se vogliamo marcare una svolta di sistema io ci sto. Sono qui. Disposto a rinunciare già domani mattina alla facoltà di nominare i direttori generali». Ma quanti colleghi lo seguirebbero? E cosa direbbero i partiti che sostengono la sua giunta all’idea di rinunciare alla possibilità di incidere su un settore chiave come questo? E’ una tentazione comune a tutti, accusa Carlo Lusenti, segretario dell’Anao: «Se non sempre, la politica mette il naso 9 volte su 10. Per carità, non c’è solo la politica. Ci sono le lobby universitarie, le cordate, i sindacati… Però…». «E’ un’intrusione massiccia. Capillare», conferma Biasioli, presidente della Società ligure di chirurgia Edoardo Berti Riboli: «Nel nostro ambiente si procede soltanto grazie al partito. Fra destra o sinistra non faccio differenze. Hanno la stessa voracità, solo che la sinistra è molto più strutturata». Capita nell’«azzurra» Lombardia dove la stessa Padania scatenò due anni fa una campagna contro «lo strapotere di Comunione e Liberazione negli ospedali regionali». Arrivando a pubblicare un elenco di «primari ciellini» e un’indimenticabile lettera di Raffaele Pugliese. Lettera in cui il primario del Niguarda ricordava ai «suoi» pazienti quanto fosse fantastica la sanità lombarda. Quindi? «Mi permetto di suggerirLe di sostenere la rielezione dell’attuale presidente della giunta regionale Roberto Formigoni». E torniamo al tema: alcuni saranno bravi, altri geniali, altri straordinari. Ma perché dovremmo affidare la nostra pelle a un medico scelto per la tessera? E se il «mio» chirurgo fosse un fedelissimo trombone?

Gian Antonio Stella
fonte: Corriere della Sera