Asili nido, 15 mila euro a bimbo

È il costo annuo in alcuni Comuni, Roma compresa Pochi posti disponibili, solo l’11,4% trova spazio

È sempre stato uno dei pezzi forti della propaganda politica. Da che mondo è mondo, quale ministro o politico non ha promesso un impegno straordinario per gli asili nido? Nel 1997 il ministro della Solidarietà sociale Livia Turco annunciò la riforma. Otto anni più tardi Grazia Sestini, sottosegretario del governo Berlusconi, rivendicò polemizzando con il segretario dei Ds Piero Fassino un aumento monstre «da 140 mila a 240 mila» del numero dei piccoli ospitati dagli asili nido. L’anno seguente Romano Prodi promise che nella sua legislatura avrebbe «raddoppiato i posti». Antonio Bassolino, presidente della Campania, regione nella quale gli asili vanno cercati con il lanternino, proclamò nel 2007: «Vogliamo raggiungere l’obiettivo di un asilo nido ogni ventimila abitanti». E un mese prima delle elezioni del 2008 l’ex ministro Rosy Bindi insisteva: «Entro il 2009 la copertura della domanda di asili nido raggiungerà il 15%».

Promesse e buoni propositi si sono tuttavia sempre scontrati con una dura realtà, che rende ancora attualissima la conclusione dell’indagine voluta nel 1984 dall’allora ministro Costante Degan: «La massima parte degli asili nido è concentrata nell’Italia centro settentrionale mentre una carenza si registra nelle Regioni meridionali e insulari. Motivo di preoccupazione è poi l’elevato costo di gestione dovuto sia alla parcellizzazione degli acquisti per vitto e materiali di consumo sia al mantenimento di personale spesso più numeroso delle necessità».

Per avere conferma chiedere al sindaco di Roma Gianni Alemanno che il 30 ottobre 2008 ha avvertito il ministro dell’Economia Giulio Tremonti: «Anche lui si deve piegare alla necessità di nuovi asili nido. Dovremmo ragionare su una legge che spinga le grandi attività produttive, compresi gli enti pubblici, ad avere asili nido». Bella scoperta: sono anni che se ne parla inutilmente. Secondo uno studio dell’Ifel, organismo dell’Associazione dei comuni italiani, nella capitale il tasso di copertura delle domande di asili nido è fermo al 14%. E Alemanno si può leccare i baffi, perché è una percentuale ben superiore alla media italiana. L’ultimo dato certificato dall’Istat è dell’ 11,4%. Un’indagine di Banca Intesa sostiene invece che per i soli istituti pubblici non si va oltre l’8%, «con punte estreme del 21% in Emilia-Romagna e dell’1% in Campania».
Ma cambia davvero poco, soprattutto se si considera che l’obiettivo di Lisbona concordato in sede europea stabilisce che per il 2010, cioè il prossimo anno, ogni Paese dell’Unione debba avere tanti asili nido da soddisfare almeno il 33% della domanda.

Vero è che in Italia presenta domanda per far accedere i propri figli al nido soltanto l’11,3% di quelli che Banca Intesa definisce gli «utenti potenziali ». Ma è pur vero che l’offerta è così bassa che appena il 76% riesce a mandare i piccoli all’asilo comunale. E andrebbe ancora peggio se nel 2006 non fossero stati aperti 122 nuovi nidi, visto che nel 2005 i cittadini che riuscivano ad avere il posto non raggiungevano il 60% di quanti l’avevano chiesto.

Piuttosto il sindaco di Roma dovrebbe preoccuparsi, come 25 anni fa il ministro Degan, dei costi. Dallo studio dell’Anci, che ha passato al setaccio praticamente tutti i Comuni italiani, si ricava infatti che Alemanno spenderebbe di meno pagando una baby sitter a ogni bambino. Ogni posto in un asilo nido romano costa 15.049 euro l’anno: 1.254 euro al mese per dodici mesi. E non è affatto il record assoluto. Il Comune dove gli asili nido sono più salati è Leonforte, 14 mila anime in provincia di Enna: 15.746 euro, ovvero 1.312 euro al mese per un anno intero. Appena sette euro e cinquanta al mese più di quanto costi un posto al nido comunale di Ascoli Piceno: 15.656 euro l’anno. Scendendo ancora nella classifica, si incontrano la città ligure di Ospedaletti (15.575), il paese siciliano di Piraino (15.399), poi Ventimiglia (14.622), Vimercate (14.483) in provincia di Milano, Venezia (14.098), Nizza Monferrato (14.045), Borghetto Santo Spirito (13.856) in Liguria, Brescia (13.840), Marcianise (13.580) in Campania, Como (13.288).

Nella classifica stilata dall’Anci non mancano sorprese, che fanno sorgere molti interrogativi. Innanzitutto fra le grandi città italiane gli asili nido di Roma sono i più costosi in assoluto, considerando che la media delle metropoli è di 6.802 euro pro capite l’anno. A Roma costano quasi il doppio rispetto a Milano (7.774 euro l’anno), città che può soddisfare il 22% delle domande. Ancora meno che nel capoluogo lombardo costano gli asili al Comune di Napoli: 5.830 euro l’anno pro capite. Peccato però che nel capoluogo campano il tasso di copertura delle domande non vada oltre il 4%.
Ma anche da questo punto di vista c’è chi sta peggio. A Foggia, tanto per fare un caso, trova posto nell’asilo pubblico appena un bambino su cento. A Reggio Calabria e Marcianise, Sant’Antimo, Nocera Inferiore e Torre Annunziata, tutti comuni della Campania, uno su cinquanta. A Vittoria, in Sicilia, e San Giovanni in Fiore, provincia di Cosenza, tre su cento. Sugli stessi livelli di Napoli ci sono anche Castelfranco Veneto, Vimercate (Milano) e Tivoli, in provincia di Roma. Appena meglio va a Pomigliano D’Arco, ma anche a Cesano Maderno, in Lombardia, Civitanova Marche, Besana in Brianza e Capannori (Lucca): qui il tasso di copertura è del 5%. A dimostrazione del fatto che anche al Nord ci sono condizioni difficili.

Come anche al Sud, d’altra parte, si trovano situazioni che demoliscono molti luoghi comuni. Tipica quella di Campofranco, un paese di circa 3.600 abitanti nella provincia di Caltanissetta. Va da sé che con una popolazione così esigua l’esistenza stessa di un asilo nido fa sembrare quello di Lisbona un obiettivo di retroguardia.

Ma un tasso di copertura del 90% non si registra, secondo lo studio dell’Anci, nemmeno nei più ricchi ed efficienti comuni settentrionali. Ci si avvicina, per modo di dire, Gaglianico, 4 mila abitanti nella provincia di Biella, dove c’è posto all’asilo nido comunale per i due terzi dei potenziali utenti.
Più o meno come accade in un altro comune siciliano, Caltabellotta, nella provincia di Agrigento, che con il 65% supera di un soffio anche la cremonese Piadena (64%). Sotto questo livello si trovano Peccioli (Pisa) con il 62%, Arcidosso (Grosseto) con il 56%, e poi Fogliano Redipuglia, in Friuli Venezia Giulia, e Ghemme, in Piemonte, con il 52%. Fino al 50% di Brescello, il paese dove Giovannino Guareschi ambientò la saga di Peppone e Don Camillo.

Bisogna precisare che si tratta di Comuni piccoli, che raramente superano 5 mila abitanti. Ben diversa è la situazione degli asili nido anche nelle più ricche e organizzate città del Centro Nord. L’unico capoluogo di Regione che supera il fatidico obiettivo di Lisbona è Bologna, con il 35%. Firenze si ferma al 29%, quattro punti al di sotto della soglia stabilita in sede europea.

Differenze enormi ci sono anche nei costi del servizio. Al comune di Massafra, 32 mila abitanti nella provincia di Taranto, un posto nell’asilo nido costa appena 1.074 euro l’anno: 89 euro e cinquanta al mese. Quasi quindici volte meno di Leonforte, quattordici meno rispetto a Roma, e un euro in più nei confronti di Montignoso, in Toscana. Che per un pelo non è il comune con l’asilo meno caro d’Italia.

Sergio Rizzo

Fonte: Corriere della Sera
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Università, il miracolo dei laureati precoci

Corsi e diplomi Il sistema delle convenzioni con Ordini, sindacati e forze di polizia per accumulare iscritti e fondi.

Sono cresciuti in un anno del 57 per cento. La metà negli atenei di Siena e ChietiUniversità, il business dei laureati precoci.

Marko Tasic, un serbo di 19 anni, è finito su tutti i giornali del mondo perché, partito per l’ America per studiare, ha preso la laurea e pure il dottorato in otto giorni? Noi italiani, di geni, ne abbiamo a migliaia. O almeno così dicono i numeri, stupefacenti, di alcune università. Numeri che, da soli, rivelano più di mille dossier sul degrado del titolo di «dottore». I «laureati precoci», studenti straordinari che riescono a finire l’ università in anticipo sul previsto, ci sono sempre stati. È l’ accelerazione degli ultimi anni ad essere sbalorditiva. Soprattutto nei corsi di laurea triennali, dove i «precoci» tra il 2006 e il 2007, stando alla banca dati del ministero dell’ Università, sono cresciuti del 57% arrivando ad essere 11.874: pari al 6,83% del totale. Tema: è mai possibile che un «dottore» su 14 vada veloce come Usain Bolt? C’ è di più: stando al rapporto 2007 sull’ università elaborato dal Cnvsu, il Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario, quasi la metà di tutti questi Usain Bolt, per la precisione il 46%, ha preso nel 2006 l’ alloro in due soli atenei. Per capirci: in due hanno sfornato tanti «dottori» quanto tutti gli altri 92 messi insieme. Quali sono queste culle del sapere occidentale colpevolmente ignorate dalle classifiche internazionali come quella della Shanghai Jiao Tong University secondo cui il primo ateneo italiano nel 2008, La Sapienza di Roma, è al 146° posto e Padova al 189°? Risposta ufficiale del Cnvsu: «Stiamo elaborando i dati aggiornati per la pubblicazione del rapporto 2008. Comunque i dati sui laureati sono pubblici e consultabili sul sito dell’ ufficio statistica del Miur». Infatti la risposta c’ è: le culle del sapere che sfornano più «precoci» sono l’ Università di Siena (494ª nella classifica di Shanghai) e la «Gabriele D’ Annunzio» di Chieti e Pescara, che non figura neppure tra le prime 500 del pianeta. Numeri alla mano, risulta che dall’ ateneo abruzzese, che grazie al contenitore unico di un’ omonima Fondazione presieduta dal rettore Franco Cuccurullo e finanziata da molte delle maggiori case farmaceutiche (Angelini, Kowa, Ingenix, Fournier, Astra Zeneca, Boheringer, Bristol-Myers…), conta su una università telematica parallela non meno generosa, sono usciti nel 2007 la bellezza di 5.718 studenti con laurea triennale. In maggioranza (53%) immatricolati, stando ai dati, nell’ anno accademico 2005-2006 o dopo. Il che fa pensare che si siano laureati in due anni o addirittura in pochi mesi. Quanto all’ ateneo di Siena, i precoci nel 2007 sono risultati 1.918 su un totale di 4.060 «triennali»: il 47,2%. La metà. Ancora più sorprendente, tuttavia, è la quota di maschi: su 1.918 sono 1.897. Contro 21 femmine. Come mai? Con ogni probabilità perché alla fine del 2003 l’ Università firmò una convenzione coi carabinieri che consentiva ai marescialli che avevano seguito il corso biennale interno di farsi riconoscere la bellezza di 124 «crediti formativi». Per raggiungere i 148 necessari ad ottenere la laurea triennale in Scienza dell’ amministrazione, a quel punto, bastava presentare tre tesine da 8 crediti ciascuna. E il gioco era fatto. Ma facciamo un passo indietro. Tutto era nato quando, alla fine degli anni Novanta, il ministro Luigi Berlinguer, adeguando le norme a quelle europee, aveva introdotto la laurea triennale. Laurea alla portata di chi, avendo accumulato anni d’ esperienza nel suo lavoro, poteva mettere a frutto questa sua professionalità grazie al riconoscimento di un certo numero di quei «crediti formativi» di cui dicevamo. Un’ innovazione di per sé sensata. Ma rivelatasi presto, all’ italiana, devastante. Colpa del peso che da noi viene dato nei concorsi pubblici, nelle graduatorie interne, nelle promozioni, non alle valutazioni sulle capacità professionali delle persone ma al «pezzo di carta», il cui valore legale non è mai stato (ahinoi!) abolito. Colpa del modo in cui molti atenei hanno interpretato l’ autonomia gestionale. Colpa delle crescenti ristrettezze economiche, che hanno spinto alcune università a lanciarsi in una pazza corsa ad accumulare più iscritti possibili per avere più rette possibili e chiedere al governo più finanziamenti possibili. Va da sé che, in una giungla di questo genere, la gara ad accaparrarsi il maggior numero di studenti è passata attraverso l’ offerta di convenzioni generosissime con grandi gruppi di persone unite da una divisa o da un Ordine professionale, un’ associazione o un sindacato. Dai vigili del fuoco ai giornalisti, dai finanzieri agli iscritti alla Uil. E va da sé che, per spuntarla, c’ è chi era arrivato a sbandierare «occasioni d’ oro, siore e siore, occasioni irripetibili». Come appunto quei 124 crediti su 148 necessari alla laurea, annullati solo dopo lo scoppio di roventi polemiche. Un andazzo pazzesco, interrotto solo nel maggio 2007 da Fabio Mussi («Mai più di 60 crediti: mai più!») quando ormai buona parte dei buoi era già scappata dalle stalle. Peggio. Perfino dopo quell’ argine eretto dal predecessore della Gelmini, c’ è chi ha tirato diritto. Come la «Kore» di Enna che, nonostante il provvedimento mussiano prevedesse che il taglio dei crediti doveva essere applicato tassativamente dall’ anno accademico 2006-2007, ha pubblicato sul suo sito internet il seguente avviso: «Si comunica che, a seguito della disposizione del ministro Mussi, l’ Università di Enna ha deciso di procedere alla riformulazione delle convenzioni» ma «facendo salvi i diritti acquisiti da coloro che vi abbiano fatto esplicito riferimento, sia in sede di immatricolazione che in sede di iscrizione a corsi singoli, nell’ ambito dell’ anno accademico 2006-2007». Bene: sapete quanti studenti risultano aver preso la laurea triennale nell’ ateneo siciliano in meno di due anni grazie ad accordi come quello con i poliziotti (76 crediti riconosciuti agli agenti, 106 ai sovrintendenti e addirittura 127 agli ispettori) che volevano diventare dottori in «Mediazione culturale e cooperazione euromediterranea»? Una marea: il 79%. Una percentuale superiore perfino a quella della Libera università degli Studi San Pio V di Roma: 645 precoci su 886, pari al 73%. E inferiore solo a quella della Tel.M.A., l’ università telematica legata al Formez, l’ ente di formazione che dipende dal Dipartimento della funzione pubblica: 428 «precoci» su 468 laureati. Vale a dire il 91,4%. Che senso ha regalare le lauree così, a chi ha l’ unico merito di essere iscritto alla Cisl o di lavorare all’ Aci? È una domanda ustionante, da girare a tutti coloro che hanno governato questo Paese. Tutti. E che certo non può essere liquidata buttando tutto nel calderone degli errori della sinistra, come ha fatto l’ altro ieri Mariastella Gelmini dicendo che di tutte le magagne universitarie «non ha certo colpa il governo Berlusconi che, anzi, è il primo governo che vuol mettere ordine». Sicura? Certo, non c’ era lei l’ altra volta alla guida del ministero. Ma la magica moltiplicazione delle università (soprattutto telematiche), la corsa alle convenzioni più assurde e il diluvio di «lauree sprint», lo dicono i numeri e le date, è avvenuta anche se non soprattutto negli anni berlusconiani dal 2001 al 2006. E pretendere oggi una delega in bianco perché «non si disturba il manovratore», è forse un po’ troppo. O no? Sergio Rizzo Gian Antonio Stella Le tappe Il debutto Fine anni ‘ 90, il ministro Berlinguer introduce le lauree triennali Il limite Nel 2007 il ministro Mussi (foto) dice stop: riconosciuti non più di 60 crediti I numeri e gli atenei 11.874 72,8% 47,2% 91,4% 32,3% 27,9% Gli iscritti all’ Università telematica Tel.M.A. di Roma laureati prima dei 3 anniGli studenti della Tuscia (Viterbo) laureati sfruttando crediti maturati con la professioneGli studenti che si sono laureati «con sconti» sui crediti all’ Università di SienaI laureati in anticipo all’ ateneo di Palermo: 1.662 studenti su 5.953Il presidente del Css Il rettore dell’ Università di Chieti Franco Cuccurullo. Nel suo ateneo i laureati «precoci» sono stati 3.046 su 5.718: il 53,2%L’ ex ministro Il rettore della Kore di Enna, Salvo Andò: 462 su 585 gli studenti laureati in anticipo nella sua università, il 78,9%I laureati della Triennale che nel 2007 hanno finito in anticipo il percorso di studiI «precoci» alla libera università San Pio V di Roma: si sono laureati in anticipo 645 su 886  pari al 73%. E inferiore solo a quella della Tel.M.A., l’università telematica legata al Formez, l’ente di formazione che dipende dal Dipartimento della funzione pubblica: 428 «precoci» su 468 laureati. Vale a dire il 91,4%. Che senso ha regalare le lauree così, a chi ha l’unico merito di essere iscritto alla Cisl o di lavorare all’Aci? È una domanda ustionante, da girare a tutti coloro che hanno governato questo Paese. Tutti. E che certo non può essere liquidata buttando tutto nel calderone degli errori della sinistra, come ha fatto l’altro ieri Mariastella Gelmini dicendo che di tutte le magagne universitarie «non ha certo colpa il governo Berlusconi che, anzi, è il primo governo che vuol mettere ordine». Sicura? Certo, non c’era lei l’altra volta alla guida del ministero. Ma la magica moltiplicazione delle università (soprattutto telematiche), la corsa alle convenzioni più assurde e il diluvio di «lauree sprint», lo dicono i numeri e le date, è avvenuta anche se non soprattutto negli anni berlusconiani dal 2001 al 2006. E pretendere oggi una delega in bianco perché «non si disturba il manovratore», è forse un po’ troppo. O no?

Stella Gian Antonio, Rizzo Sergio

Fonte: Corriere della Sera

Tante università, pochi studenti

C’è un Robinson disperso su un’isoletta universitaria di Forlì che non ha neanche un Venerdì con cui parlare: è l’unico iscritto al corso di Scienze della mediazione linguistica. Ma con chi può mediare, se non c’è un selvaggio con cui aprir bocca? Una solitudine da incubo.
La stessa che deve provare l’unico iscritto a Scienze storiche a
Bologna e l’unico a Ingegneria industriale a Rende e l’unico a Scienze e tecnologie farmaceutiche a Camerino e insomma tutti i solitari frequentatori di 37 corsi universitari sparsi per la penisola. Avete letto bene: ci sono trentasette mini-facoltà con un solo studente. Poi ce ne sono dieci con 2 frequentatori, altre dieci con 3, altre quindici con 4, altre otto con cinque e altre ventitré con 6 giù giù fino a un totale di 323 «universitine» che non arrivano a 15 iscritti. Con alcune situazioni piuttosto curiose. Come quella di Termoli, che come patrono ha San Basso ma accademicamente vola alto: dal sito del Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario si può apprendere infatti che i ragazzi della cittadina molisana che non si sentono predisposti ai viaggi, hanno a disposizione non una ma addirittura due possibilità di diventar dottori sotto casa. La prima viene loro offerta dalla facoltà di medicina e chirurgia dell’Ateneo del Molise (29 iscritti), la seconda dalla Cattolica del Sacro Cuore di Milano. La quale, invogliata dalle nuove normative, è salita ormai a 21 sedi diverse, posizionandosi anche in metropoli quali Guidonia Montecelio (32 iscritti a medicina), Pescopagano (33), Larino (37) e Moncrivello, ridente paesino in provincia di Vercelli con 1.477 abitanti, dei quali 14 decisi a diventare chirurghi, urologi o anestesisti. Un record da dedicare al santuario del Trompone, il cui nome ha una tale assonanza con certi professoroni universitari che il destino, diciamolo, era già prefigurato. Ma un record battuto, appunto, da Termoli. Dove gli iscritti a medicina, versante Cattolica, sono sei.
Meno male: tre maschi e tre femmine. Direte: quanto costeranno, certi atenei in miniatura? Valeva la pena di incoraggiare questa moltiplicazione di pani, pesci e cattedre finendo fatalmente per abbassare il livello medio degli insegnanti, visto che come nel calcio e nella lirica non ci sono abbastanza Totti e abbastanza Pavarotti per tutti gli stadi e tutti i teatri e occorre dunque ricorrere sempre più spesso a brocchi e ronzini? E’ quanto cercheremo di spiegare. Partendo da alcuni numeri. Primo fra tutti quello delle università “storiche”, italiane. Erano 27, figlie di una tradizione spesso secolare, e sono rimaste tali per un sacco di tempo. Salendo poi lentissimamente, dalla metà degli anni Cinquanta in avanti, fino ad arrivare alla fine del millennio a 41. Bene, da allora (c’è chi dice a causa delle scelte del ministro «rosso» Luigi Berlinguer e a causa di quelle del ministro «azzurro » Letizia Moratti) sono dilagate. Arrivando in una manciata di anni a 78. Più «ospiti» quali l’Università di Malta, più le «private» (sulle quali avremo modo di sorridere), più undici «telematiche» sulle quali esistono dettagli piuttosto curiosi da raccontare. Totale? Quelle col «bollino» sono 94. Ma il caos è ormai tale che la somma totale degli «atenei» veri o presunti (e meno male che qualcuno è stato burocraticamente raso al suolo da Fabio Mussi come quello fondato in una palazzina di Villa San Giovanni da un certo Francesco Ranieri che la dedicò al suo omonimo nonno) è ormai difficile da calcolare. «Evviva!», esulteranno certi liberisti nostrani: tante università, tanta concorrenza. Tanta concorrenza, tanta selezione. Tanta selezione, tante eccellenze. E’ vero o no che lo stesso Salvatore Settis, acerrimo nemico della proliferazione, ha scritto che in America le cose chiamate «università» sono circa quattromila e dunque noi abbiamo ancora spazio per altre sei o settecento «atenei»? Verissimo, sulla carta. Non fosse per due dettagli sottolineati dal direttore della Normale di Pisa.
Il primo è che negli Stati Uniti chi non è all’altezza si arrangia: se trova studenti che pagano la retta per andarci bene, sennò chiude. Il secondo è che il titolo di studio, lì, non ha alcun valore legale: hai preso la laurea ad Harvard? Ti assumono tutti. L’hai presa in una pseudo- università allestita da un mestierante senza la biblioteca e senza laboratori e senza docenti di un certo livello? Non ti fila nessuno. Affari tuoi, se ti sei fatto imbrogliare. E non c’è concorso dove possa giocarti una laurea ridicola per accumulare punti in graduatoria e prenderti un posto immeritato. Qui è la prima contraddizione, denunciata da Francesco Giavazzi e Piero Ichino e Roberto Perotti e altri ancora: il via libera alla moltiplicazione degli atenei senza aver prima abolito il valore legale del titolo di studio è un errore fatale. Che toglie risorse, chiedendo una distribuzione a pioggia di stampo clientelare, alle università vere. Quelle serie. Sobrie. Spesso straordinarie. Che ci fanno onore in Italia e all’estero. Che hanno già levato alta la loro protesta. E oggi sono spesso costrette a mettersi in concorrenza coi furboni. E a cedere alla tentazione di aprire in città e paesi e borghi e contrade più o meno vicine nuove facoltà e nuovi corsi di laurea. Meglio: nuovi punti vendita. Basti pensare che questi corsi (per i quali non occorre l’autorizzazione ministeriale) erano 2.444 nel 2000/2001 e alla fine del 2005 erano già schizzati a 5.400. Numero destinato a un successivo incremento (più 861) nonostante, scrive l’ultimo rapporto del Miur, «le raccomandazioni a livello centrale di procedere a una semplificazione dell’offerta». E così, se le Università sono diventate 94, le facoltà sono cresciute fino a 610 e i dipartimenti fino a 1.864 e gli istituti a 319 e i «centri universitari» a vario titolo fino a 1.269. Fino a casi abnormi come quello della «Sapienza». Che da Roma ha alluvionato di sedi e «sedine» tutta l’Italia centrale fino ad avere oltre duecento (chissà se almeno il rettore conosce il numero esatto) indirizzi postali differenti. Dove sono stati coriandolizzati la bellezza di 341 corsi diversi: dall’infermieristica a Bracciano a logopedia ad Ariccia, dalle tecniche di laboratorio biomedico a Pozzilli all’architettura degli interni a Pomezia. Per un totale (professori ordinari e assistenti e ricercatori) di 4.766 docenti. Tutti bravi come Totti? Difficile da credere. Ma certo anche tra di loro c’è chi ama giocare. Come i docenti che hanno organizzato, tempo fa, un «corso di composizione floreale per imparare a realizzare decorazioni di Natale con rametti di pino, candele e bacche colorate». E poi dicono che l’Università italiana non punta sulle specializzazioni…
Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella
fonte: Corriere della Sera