Controlliamo i beni dello Stato

Finalmente una buona notizia: è on-line il sito dell’Agenzia del Demanio dove è possibile scoprire quali beni appartengano allo Stato…

Speriamo di non trovare qualche sorpresa del tipo: “Ma in quella casa ci abito io…!”

Infatti a primo impatto nel sito (ma dobbiamo approfondire) in un Comune (non facciamo nomi per mancanza di riscontro) durante la seconda guerra mondiale erano stati dati a degli sfollati case pubbliche perchè le loro erano state bombardate, ma attualmente sono occupati da privati… Speriamo solo che nel dopoguerra abbiano regolarmente acquistato le abitazioni e che il sito (nuovo) sia obsoleto.

Se volete segnalare anomalie lo potete fare aggiungendo un commento.

PS: il sito avrà un aggiornamento quindicinale… ma vi pare normale?

Le poltrone libere per i politici bocciati: trovano posto nelle società di Stato

 

 

CENTRODESTRA E CENTROSINISTRA APPLICANO DA ANNI LO STESSO METODO DOPO OGNI ELEZIONE

Dai Beni culturali alla compagnia aerea delle Poste italiane, da Finmeccanica a Eni ed Enel

 

Aspiravano a un seggio di palazzo Madama. Si dovranno accontentare invece del regalo di Natale: un poltrona in una società di Stato. Il 18 dicembre Mauro Mainardi, imprenditore con un debole per il Popolo della libertà, e Paolo Dalla Vecchia, avvocato, esponente di Alleanza nazionale, che già aveva tentato invano nel 1995 di conquistare la Provincia di Venezia, sono entrati nel consiglio di amministrazione di Arcus, società dei Beni culturali e delle infrastrutture. Entrambi accomunati dal medesimo destino. Candidati al Senato in Veneto, rispettivamente al decimo e al tredicesimo posto, per un soffio non ce l’hanno fatta. Ma ora potranno mettere la loro passione, congiunta, al servizio dell’arte e della cultura.

Giacomo de Ghislanzoni (da Forzaitalia.org)
Giacomo de Ghislanzoni (da Forzaitalia.org)

Esattamente come Giacomo de Ghislanzoni, già parlamentare di Forza Italia, ex presidente della Commissione agricoltura della Camera: anche lui nominato nel consiglio di Arcus, su designazione del ministero dell’Economia. Se queste saranno state le scelte giuste lo dirà il tempo. Ma quel che è certo è che grazie ai politici la vita di Arcus è stata finora abbastanza tormentata. Prima le dimissioni in massa del consiglio, al tempo del ministro dei Beni culturali Rocco Buttiglione. Poi il commissariamento, affidato al consigliere giuridico dell’ex ministro della Margherita Francesco Rutelli. Quindi un nuovo commissario (Arnaldo Sciarelli), che si dichiarò subito «un vecchio socialista iscritto ai Ds e tra i più grandi sostenitori del Partito democratico». Ancora un terzo commissario nominato da Bondi, e infine un nuovo consiglio di amministrazione: per metà composto da politici della nuova maggioranza. Poteva andare diversamente? Poteva, se il ragionevole appello che aveva lanciato l’ex presidente della Confindustria Luca Cordero di Montezemolo quando ancora governava Romano Prodi («abbiamo o no il diritto di dire basta alle cariche pubbliche che con i soldi dei contribuenti fanno da discarica dei politici trombati?») non fosse caduto anche questa volta nel vuoto. Con una differenza: che nella «discarica» non finiscono più soltanto i politici «trombati», cioè quelli rimasti senza un posto.

Giovanni Marras (da Forzaitalia.org)
Giovanni Marras (da Forzaitalia.org)

Vero è che nel consiglio dell’Ipi, l’istituto di promozione industriale controllato dal ministero dello Sviluppo, si è trovata una poltrona per l’ex deputato di Forza Italia Giovanni Marras, insieme a Marco Claudio Lupi, consigliere leghista del Comune di Sanremo (nella roccaforte elettorale del ministro Claudio Scajola), e all’imprenditrice Luisa Todini, un tempo parlamentare europea di Forza Italia. Come è vero che Antonio Martusciello, già potentissimo luogotenente di Berlusconi in Campania, attualmente privo di seggio parlamentare è stato prontamente recapitato alla presidenza di Mistral Air. Cos’è? Una compagnia aerea fondata nel 1981 da Bud Spencer, ma ora posseduta dalle Poste italiane, che assiste fra l’altro l’Opera romana pellegrinaggi nei collegamenti con Lourdes, Santiago de Compostela, Chestochowa… E sia. Ma perché Martusciello? Domanda, si badi bene, che potrebbe essere rivolta in moltissimi altri casi.

Per esempio: perché nel consiglio di amministrazione della Tirrenia, compagnia di navigazione con base a Napoli, è stato nominato Giuseppe Venturini, ex consigliere regionale della Dc, oggi esponente di Forza Italia, veronese e presidente della società che gestisce gli immobili del Comune di Verona? Interrogativo ovviamente destinato, come il precedente, a restare senza una risposta plausibile. Caso destinato probabilmente a fare scuola è poi quello di Dario Galli. Senatore della Lega Nord per tre legislature, quest’anno ha deciso di cambiare aria. Lo scorso aprile si è presentato alle elezioni provinciali varesine e ha preso più del 64% dei voti. Nominato presidente della Provincia di Varese, questo non gli ha impedito, nemmeno due mesi più tardi, di avere l’incarico di consigliere di amministrazione della Finmeccanica, società controllata dal Tesoro e, dettaglio non trascurabile, quotata in Borsa. Altro che «trombato». Nessuno griderà allo scandalo: fra i consiglieri della Finmeccanica resiste anche un politico di lunghissimo corso come l’ex senatore democristiano Franco Bonferroni, all’epoca del Caf luogotenente di Arnaldo Forlani in Emilia. Ma, a differenza di Bonferroni, si dà il caso che il pur competente Galli (ha lavorato all’Aermacchi di Varese) sia un politico che ricopre un incarico istituzionale. Nemmeno di secondo piano. Il bello è che non è neanche l’unico.

Da segnalare, all’Eni, la nomina di Paolo Marchioni, capogruppo della Lega nel consiglio provinciale di Verbano Cusio Ossola. Prima di lui, a rappresentare la Lega nel consiglio della compagnia petrolifera pubblica, c’era addirittura un senatore in carica (Dario Fruscio). All’Enel il Carroccio si è ritenuto soddisfatto, si fa per dire, con un posto assegnato a un consigliere comunale di Busto Arsizio: Gianfranco Tosi. Alle Poste, invece, è stato confermato il solito ex parlamentare della Lega Mauro Michielon, accanto all’ex sindaco forzista di Monza, Roberto Colombo. Non che il centrosinistra non abbia avuto il suo. Sulla presidenza delle Poste è planato Giovanni Ialongo, già segretario dei postali della Cisl. Sindacato che ha così coronato il sogno di entrare nella stanza dei bottoni. Scavalcando d’un balzo la barricata. Ialongo non è un politico di mestiere, ma la sua fede nel Partito democratico non è in discussione, come neppure il suo legame con l’ex presidente del Senato Franco Marini.

Nemmeno Antonio Mastrapasqua, che ha un carnet di mezzo centinaio di incarichi, molti dei quali in società pubbliche, è un politico di professione. Ma se il governo l’ha spedito al vertice dell’Inps, ente previdenziale lottizzato per definizione, un motivo ci sarà pure. Anche se, dal punto di vista puramente estetico, fa forse più impressione la nomina al vertice dell’Inpdap, l’Istituto di previdenza dei dipendenti pubblici, di Paolo Crescimbeni: coordinatore regionale di Alleanza nazionale in Umbria, aveva inutilmente tentato la strada del Senato sia nel 2001 che nel 2006. Per due legislature ha avuto invece un seggio in Parlamento, nei banchi della Lega Nord, Marco Fabio Sartori, ora al vertice dell’Inail. Naturalmente ogni storia è diversa. Così la qualità, le competenze e le motivazioni delle persone. In qualche caso certe decisioni sono perfino inevitabili.

Come sorprendersi, per citare un caso, del fatto che il nuovo ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, abbia nominato direttore dell’Agenzia per i giovani, dove Giovanna Melandri aveva collocato l’ulivista Luca Bergamo, il vicepresidente di Azione giovani (l’ex Fronte della gioventù), Paolo Di Caro? Ma si possono trovare tutte le giustificazioni: resta il fatto che la politica non ha smesso di penetrare anche nei gangli più remoti degli enti pubblici, delle società statali, delle municipalizzate. Talvolta pure quando meno te l’aspetti. La società Stretto di Messina, per esempio. Mentre il governo di Romano Prodi avrebbe voluto spazzarla via insieme al ponte, quello di Silvio Berlusconi, che il ponte vuole rilanciarlo, ha deciso di irrobustirla. Con un paio di nuovi e «pesanti» consiglieri di amministrazione.

Il primo è l’ex parlamentare di Alleanza nazionale Guglielmo Rositani, settant’anni di Varapodio, in provincia di Reggio Calabria. Il secondo è nientemeno che il palermitano Antonio Pappalardo. Ex ufficiale del Cocer dei Carabinieri, è stato protagonista di un tumultuoso percorso politico che l’ha portato nel 1992 in Parlamento con il Partito socialdemocratico, quindi sottosegretario alle Finanze nel governo di Carlo Azeglio Ciampi, poi capolista al Comune di Roma contro Rutelli, in seguito nel Patto di Mario Segni, in Alleanza nazionale e di nuovo nei Carabinieri. Prima di fondare il movimento Popolari europei, fare l’occhiolino a Sergio D’Antoni e Antonio Di Pietro, candidarsi al Senato con la Lega d’Azione meridionale collegata a Giancarlo Cito, ritornare al Psdi con Franco Nicolazzi, partecipare al V-day e infine aderire al Movimento per l’autonomia di Raffaele Lombardo. Anche in questo caso, senza riuscire a essere eletto, ma guadagnando almeno l’investitura lombardiana per la società dello Stretto. Resisterà almeno sul ponte?

 

 

Sergio Rizzo

Fonte: Corriere della Sera

Mastella e consorte: quando la politica è la professione

«Nella buona e nella cattiva sorte»: non poteva che andare così, la love story di Clemente & Alessandrina, sancita quando lui diede a lei il primo bacio sulla spiaggia newyorkese di Oyster Bay, Long Island. Insieme al catechismo, insieme nella gioventù cattolica, insieme all’altare, insieme nella scalata al potere, insieme nei guai giudiziari. Roba da fotoromanzi d’altri tempi. Quelli in cui lui dice a lei: «Salvati! Sono perduto!» E lei: «Mai! Piuttosto morta!» Certo, non è la loro l’unica coppia della politica italiana. Basti ricordare Palmiro Togliatti e Nilde Jotti (contro i quali i parroci affiggevano perfidi manifestini: «Non solo Togliatti ci ha l’amante / ma la ricopre di pellicce e brillanti») oppure sul fronte opposto Raffaele Jervolino e Maria de Unterrichter, ministro lui e sottosegretario lei. O ancora, in tempi recenti, Piero Fassino e Anna Serafini. Clemente e Alessandrina («Così mi chiamo: il segretario comunale era fissato coi diminutivi e registrava tutte le neonate così: Franceschina, Carmelina, Assuntina…») hanno però qualcosa di speciale. Lui ammise un giorno: «Io non sono Clinton e Sandra non è Hillary». Per anni, però, dopo averla svezzata portandosela dietro ai congressi democristiani («Stavo seduta in prima fila per un’intera settimana») ha cercato d’imporla nel «suo» mondo. Prima piazzandola su poltrone come quella di commissario straordinario della Croce rossa regionale o di amministratore dell’Azienda di soggiorno di Capri. Poi tentando di farla eleggere alla Camera, quindi ipotizzando lanciarla come sindaco di Benevento («La gente mi vorrebbe ma al Nord non capirebbero») e infine sistemandola non solo come consigliere ma addirittura alla guida dell’assemblea regionale. Familismo? Fece spallucce: «La verità è che senza Sandra il Consiglio sarebbe rimasto imballato. Ringraziassero il cielo con la faccia per terra».
Lei ricambiò compiendo a Ceppaloni il primo viaggio ufficiale da presidentessa, accolta dal marito ministro e sindaco del paesello sannita con la fascia tricolore: «Signor sindaco…», «Signora presidente…». Non bastasse, non ha perso occasione in questi anni di dipingere il consorte con toni agiografici non si sa quanto venati di ironia: «È il più grande statista del mondo». Ne parla, ha scritto Aldo Cazzullo, come se parlasse di Adenauer. E giura che non è amore: «Lo stimo». Quando hanno letto il provvedimento giudiziario firmato dal giudice per le indagini preliminari Francesco Chiaromonte, quelli che conoscono un po’ Clemente & Alessandrina, il loro entourage familiare, la loro rete di rapporti politici hanno sorriso. Perché, se in Internet c’è chi esulta, a partire da http://www.mastellatiodio.com e dal blog di Beppe Grillo che mette in primo piano un video mastelliano con la canzone «Vaffanculo» di Marco Masini, è fuori discussione che almeno una parte delle accuse contestate appaiono a prima vista sconcertanti anche al più incallito degli anti-mastelliani. Una multa stracciata? Un’interrogazione parlamentare presentata per dare fastidio al direttore generale dell’ospedale Caserta Luigi Annunziata? Una pressione su Bassolino perché «desse loro una utilità consistita nell’assicurare loro la nomina a commissario dell’Area Sviluppo Industriale di Benevento di una persona designata dal Mastella»? Per carità, può darsi che i magistrati abbiano in mano prove schiaccianti di reati non ancora rivelate. Come può darsi che la scelta di cedere subito l’inchiesta a Napoli riconoscendo la propria incompetenza ma solo «dopo» avere spiccato gli ordini di cattura e avere terremotato la politica italiana sia formalmente corretta. Si vedrà. Una eventuale forzatura, però, sarebbe devastante. Perché ciò che i critici rimproverano a Clemente e Alessandrina, fermo restando l’obbligo di colpire i reati, ha a che fare più con la sanzione morale che con i provvedimenti giudiziari. Mai negato, Clemente, il suo modo di fare politica. Lo scrisse anche in un vecchio diario spiegando come occupa i momenti liberi: «Ne approfitto per sbrigare qualche pratica clientelare: pensioni, richieste di trasferimento, assunzioni, sussidi vari, orfani e invalidi civili». E ammiccava: «Mi raccomandano i figli che devono fare gli esami di maturità. Rispondo di sì a tutti, in realtà non mi impegno». Cos’è poi una raccomandazione? «Un peccato veniale. Per molto tempo servita a riequilibrare le ingiustizie nord-sud». Per lui la politica è questo: «Non può essere testimonianza od oltranza». Se lo sfidano risponde: «Sono Mastellik, sulle poltrone non mi fregano». Vogliamo dirlo? Nella sfrontatezza con cui parla di potere, sindaci, ministeri o sottosegretariati, c’è un candore che fa di lui un politico meno ipocrita e più trasparente di tanti altri. La moglie, che Dagospia incoronò come «femmina d’irreparabile bellezza », è uguale. Parola di Clemente: «È Sandra che tiene per me i contatti con la gente comune. Da lei capisco quello che pensa. Partecipa a comunioni e matrimoni. Cinquanta regali solo in giugno. Ci vorrebbe un’indennità supplementare per i deputati del Sud». Lei manda torroncini natalizi a centinaia di persone e lei si batte per la Falanghina e il caciocavallo di Castelfranco in Miscano e le provole affumicate del Matese e lei porta il marito al Columbus Day per incontrare gli emigrati di New York che possono tornare comodo e ancora lei organizza spettacolari serate a casa con decine di invitati («A mio marito per i 25 anni di matrimonio non ho chiesto l’anello col brillante ma una cucina da ristorante ») ed elettori e amici e clienti. Perché, certo, anche ieri ha ripetuto che lei e Clemente fanno politica in difesa «dei valori cattolici». Ma come li difendi, questi valori, senza un po’ di primari, di assessori, di consiglieri comunali, di caporedattori o direttori nelle Asl?
Gian Antonio Stella
fonte: Corriere della Sera 

Monopoli di Stato: 98 miliardi non riscossi e finiti alla mafia e ai politici

Video denuncia per l’evasione dei monopoli di stato per 98 miliardi di EURO!! prego coloro che sono preposti ai controlli, di fare qualcosa!!!

Due giornalisti del Secolo XIX di Genova, Menduni e Sansa, denunciano da tempo le imposte non pagate dai Monopoli di Stato. Tenetevi forte, sono 98 MILIARDI DI EURO.
Dove sono finiti questi soldi? Ai partiti, alle Mafie, a privati cittadini? Tangentopoli in confronto sembra una barzelletta e Valentino Rossi un bambino che ha rubato le caramelle.
Visco se ci sei batti un colpo, dato che le federazioni dei Ds sono proprietarie di sale Bingo. Fini e Alemanno, così impegnati sui costi della politica, chiedete informazioni ai vostri consiglieri delle società concessionarie delle slot machine.
Di seguito la lettera di Menduni e Sansa al signor Tino, direttore dei Monopoli di Stato.

Gentile dottor Giorgio Tino,
ci piacerebbe porgerle queste domande a voce, ma parlarLe sembra essere impossibile. Da mesi La cerchiamo inutilmente, cominciamo quasi a dubitare che Lei esista davvero. E dire che Lei avrebbe interesse a rispondere (oltre che il dovere).
Secondo il rapporto di una commissione di inchiesta parlamentare e secondo gli uomini della Guardia di Finanza infatti, tra imposte non pagate e multe non riscosse le società concessionarie delle slot machine devono allo Stato 98 miliardi di euro. Sarebbe una delle più grandi evasioni della storia d’Italia.
Secondo la commissione e gli investigatori, questo tesoro sarebbe stato regalato alle società che gestiscono il gioco d’azzardo legalizzato. Di più: nei consigli di amministrazione di alcune di queste società siedono uomini appartenenti a famiglie legate alla Mafia. Insomma, lo Stato italiano invece di combattere Cosa Nostra le avrebbe regalato decine di miliardi di euro.
Con quel denaro si potrebbero costruire metropolitane in tutte le principali città d’Italia. Si potrebbero comprare 1.000 Canadair per spegnere gli incendi. Potremmo ammodernare cinquecento ospedali oppure organizzare quattro olimpiadi. Si potrebbero realizzare impianti fotovoltaici capaci di fornire energia elettrica a milioni di persone oppure si potrebbe costruire la migliore rete di ferroviaria del mondo.
Da mesi noi abbiamo riportato sul nostro giornale, Il Secolo XIX, i risultati dell’indagine. Decine di pagine di cronaca che non sono mai state smentite. Secondo la commissione d’inchiesta, i Monopoli di Stato hanno gravi responsabilità nella vicenda. Non solo: la Corte dei Conti ha chiesto alle società concessionarie di pagare decine di miliardi di euro per il risarcimento del danno ingiusto patito dallo Stato. E nei Suoi confronti, signor Tino, i magistrati hanno aperto un procedimento per chiedere il pagamento di 1,2 miliardi di euro di danni.
Ma Lei che cosa fa? Tace e rimane al suo posto, come tutti i responsabili dei Monopoli, dalla dottoressa Barbarito alla dottoressa Alemanno (sorella dell’ex ministro di Alleanza Nazionale).
E, cosa ancora più incredibile, tace il vice-ministro dell’Economia, Vincenzo Visco (che da mesi ha ricevuto il rapporto della commissione di inchiesta), da cui Lei dipende.
Può spiegarci per filo e per segno che fine hanno fatto quei 98 miliardi di euro che secondo la Finanza sono stati sottratti alle casse dello Stato?
Finora Lei non ci ha mai voluto rispondere. Forse conta sul sostegno del mondo politico. Del resto la Sua poltrona è una delle più ambite d’Italia. Pochi lo sanno, ma i Monopoli gestiscono il commercio del tabacco e del gioco d’azzardo legalizzato. Insomma, un tesoro, su cui i partiti si sono lanciati da anni: An ha suoi rappresentanti proprio nei consigli di amministrazione delle società concessionarie delle slot machine, mentre le federazioni dei Ds sono proprietarie di molte sale Bingo.
Così Lei può permettersi di tacere. Ma chissà che cosa farebbe se a ripeterLe queste domande fossero decine di migliaia di visitatori di questo blog (l’indirizzo dell’ufficio stampa è: ufficiostampa@aams.it)?”

Marco Menduni e Ferruccio Sansa

Lettera completa

 

Inchiesta scoop de Il Secolo XIXMarco Menduni e Ferruccio Sansa

Altro che tesoretto. C’è un tesoro da quasi cento miliardi di euro che lo Stato non ha mai riscosso, nel mega business delle macchinette videopoker e dei giochi. Tre Finanziarie. Lacrime e sangue che potevano essere risparmiati agli italiani solo garantendo il rispetto delle regole. È scritto nero su bianco nella relazione di una supercommissione di esperti, guidata dal sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi e dal generale della Finanza Castore Palmerini, finita sul tavolo del viceministro Vincenzo Visco.

Ma l’aspetto più allarmante è che, secondo il Gruppo antifrodi tecnologiche della Guardia di Finanza, parte di questo denaro è finito dritto dritto nelle tasche della criminalità organizzata. Di Cosa Nostra, soprattutto della cosca di Nitto Santapaola. Sotto il naso di chi avrebbe dovuto controllare: i Monopoli di Stato. E ora su questo scandalo indagano gli uomini migliori delle Fiamme Gialle, la procura della Corte dei Conti a Roma, diverse procure in tutta Italia (Venezia, Bologna e Roma). Un mosaico che si sta ricomponendo.

Un’inchiesta che si riferisce soprattutto agli anni 2004 e 2005, ma la situazione non è cambiata: «È da segnalare a tutt’oggi – scrive la Commissione – il permanere di una percentuale (anche questa “testimoniata”) di apparecchiature che dovrebbero essere in rete e che invece non vengono rilevate». Un’inchiesta svolta non senza pericoli, lasciano intendere i finanzieri. Ma alla fine la tradizionale conferenza stampa non si fa. Bloccata «per ordini superiori» all’ultimo istante.

Tutto è rimasto – almeno per adesso – sotto silenzio. E uno dei commissari rivela al Secolo XIX: «Pensavamo che questa relazione fosse un’autentica scossa. Invece se n’è parlato pochissimo e la parte relativa alla criminalità organizzata è praticamente “scomparsa”».

Marco Menduni e Ferruccio Sansa de IL Secolo XIX ai microfoni di Radio19

La relazione della commissione d’indagine

Macchinette sotto accusa

Secondo la relazione della Commissione di Indagine (chiusa il 23 marzo scorso) il fiume di denaro esce dagli apparecchi che, per la legge, dovrebbero essere collegati via modem con il cervellone della Sogei (la Società Generale di Informatica che si occupa di controlli sul pagamento delle imposte): una rete di controllo.

Così dovrebbe essere possibile verificare l’ammontare delle entrate e chiedere il pagamento delle imposte. In teoria. In realtà il business, secondo la Commissione, nasconderebbe una delle più grandi evasioni d’imposta e di sanzioni non pagate della storia della Repubblica. Scrivono gli esperti: «Per il 2006, secondo i dati dei Monopoli, a fronte di un volume di affari (ovvero la “raccolta di gioco”) pari a circa 15,4 miliardi di euro (di cui la quasi totalità derivante da apparecchi con vincite di denaro), vi è stato un gettito fiscale pari a 2 miliardi e 72 milioni di euro con circa 200mila apparecchi attivati».

Tutto a posto? Neanche per idea: «L’effettiva raccolta di gioco sarebbe di molto superiore alla cifra citata. Secondo stime della Finanza (in sostanziale accordo con le testimonianze di vari operatori del settore), la predetta raccolta di gioco ammonterebbe a 43,5 miliardi di euro». Come dire: il trecento per cento della somma “ufficiale”. Possibile? Sì, perché i due terzi delle macchinette non sono collegate alla rete di controllo, assicurano gli investigatori della Finanza, il Gat guidato dal colonnello Umberto Rapetto.

La “montagna” dei videopoker”

L’esempio più clamoroso arriva dalla Sicilia. La legge dice che i videopoker non collegabili alla rete di controllo devono essere chiusi in un magazzino. Bene: nel Comune di Riposto, in provincia di Catania (13.951 abitanti), nei locali di un solo bar di cinquanta metri quadrati sarebbero state depositate, in un solo giorno, 26.858 macchinette. Secondo un’elaborazione della Finanza, accatastate una sull’altra raggiungerebbero l’altezza del vicino Etna.

Il Secolo XIX ha visitato il bar di Riposto e il reportage si può leggere a pagina 2. È logico pensare che gli apparecchi “scollegati” siano stati utilizzati altrove, al di fuori di ogni verifica. Scrive la Commissione: «Dai dati forniti dagli stessi Monopoli emerge un numero esorbitante di apparecchi collocati in magazzino (40 mila) che, in realtà, potrebbero essere in esercizio senza connessione alla rete».

I controlli colabrodo

D’altra parte è difficile pensare che anche le verifiche siano state davvero incisive. Una “perla” di quel che è accaduto affiora dalla prima bozza della relazione, dove si racconta: «Nel corso degli accertamenti è risultato che, tra i funzionari verificatori “tecnici” fosse incaricato un “ingegnere” che risulterebbe essere stato condannato per usurpazione di titolo».

Ma la commissione guidata dal sottosegretario spara a zero su tutta la catena dei controlli. E non basta. Sul “malfunzionamento” del sistema «ha inciso anche la cattiva volontà di qualche concessionario scorretto, che, svolgendo contemporaneamente la funzione di controllore e di controllato, non aveva alcun interesse a collegare le macchine alla rete».

Le critiche ai Monopoli

La relazione della Commissione ripercorre punto per punto il fiume di denaro. Indica tutte le possibili perdite. E usa parole certo non indulgenti nei confronti dell’Agenzia per i Monopoli di Stato. «Nel corso dell’indagine sono sorti alcuni interrogativi su specifici comportamenti tenuti dai Monopoli in particolari occasioni», è riportato nella bozza del documento.

«Essi riguardano sia la fase di avvio delle reti telematiche e in particolare l’esito positivo dei collaudi allora condotti (sulle macchinette, ndr), subito dopo smentiti dall’esperienza applicativa, sia l’accelerato rilascio di nulla-osta di distribuzione per apparecchi nell’imminenza dell’entrata in vigore di una disciplina più stringente, sia infine l’omessa applicazione di sanzioni previste dalla legge e “l’invenzione” di regimi fiscali forfettari. A tali interrogativi i Monopoli dovrebbero essere chiamati a rispondere puntualmente».

Rivela ancora uno dei componenti della Commissione interpellato dal Secolo XIX: «I Monopoli hanno autorizzato persino macchinette apparentemente innocue, giochi di puro intrattenimento, senza scoprire che premendo un pulsante si trasformavano in slot-machine». Ancora: «L’applicazione di forfait ha permesso il dilagare di anomalie, perché la “cifra fissa” è assai più bassa di quella che potrebbe essere rilevata dalle macchine. Così in moltissimi casi sono state dichiarate avarie, guasti, difficoltà di collegamento dei modem solo per poter pagare di meno, con una perdita secca per lo Stato di miliardi di euro».

Critiche, quindi, al vertice dei Monopoli. Ma dalla relazione emergono anche accuse di corruzione nei confronti dei semplici funzionari chiamati a verificare il funzionamento delle macchinette: c’è stata «una retrodatazione delle autorizzazioni… tale anomala procedura avrebbe consentito ad almeno 28 aziende (alcune delle quali oggetto di indagini da parte della magistratura per presunti reati di corruzione nei confronti di dirigenti dei Monopoli) di eludere le disposizioni introdotte» successivamente dalla legge.

Le multe dimenticate

Nel paragrafo “Difetti di sistema riscontrati”, la commissione rincara la dose: «I Monopoli hanno sostanzialmente tollerato che l’impianto predisposto» per regolare il gioco e ottenere il pagamento delle imposte «non entrasse a regime per più di un anno, rinunciando a qualunque forma di sanzionamento che avrebbe dovuto essere attuata». E ancora: perché i Monopoli non hanno preteso il pagamento delle somme dovute? «Con riferimento ai debiti dei concessionari, le azioni poste in essere dai Monopoli per il recupero del credito sono state improntate, per motivazioni che andrebbero approfondite, su soluzioni gestionali (per esempio dilazioni) piuttosto che amministrativo-contrattuali (per esempio applicazione di penali, escussione delle fideiussioni prestate dai concessionari debitori, revoca della concessione), che alla commissione sembrano atti dovuti e obbligatori».

Il caso Atlantis

La relazione della Commissione spende molte parole per uno dei concessionari, la Atlantis World Group of Companies. È il 25 ottobre 2005 quando i Monopoli indirizzano una nota disponendo che «ogni apparecchio dotato di nulla-osta (cioè in regola, ndr) ma non collegato alla rete telematica dovrà obbligatoriamente essere collocato in un magazzino». Ma gli investigatori ipotizzano che proprio qui si siano verificate le più considerevoli anomalie. Proprio come quella del bar di Riposto, dove la Atlantis avrebbe stipato quasi 27 mila apparecchi.

L’inchiesta di Potenza

Ma a chi fa capo davvero Atlantis? Per ricostruirlo i finanzieri hanno utilizzato anche il risultato delle indagini della Procura di Potenza. È la stessa commissione che lo racconta: «Abbiamo tenuto conto dell’indagine avviata dalla magistratura di Potenza (quella, cioè, sul gioco d’azzardo che portò all’arresto del principe Vittorio Emanuele di Savoia, ndr) e degli elementi che questa ha fornito.

E abbiamo stabilito rapporti anche con il magistrato di Roma che ha ereditato per competenza il procedimento di Potenza contenente una lista di possibili imputati comprendenti il dottor Giorgio Tino (direttore dell’Agenzia dei Monopoli, ndr) e la dottoressa Anna Maria Barbarito (dirigente dei Monopoli , ndr)».

Il nome della società – come ha raccontato anche Marco Lillo sull’Espresso in un’inchiesta all’indomani dell’arresto di Vittoro Emanuele – emerge quando Henry Woodcock, pm di Potenza, convoca nel suo ufficio Amedeo Laboccetta, un esponente storico di An a Napoli, amico personale di Gianfranco Fini.

Laboccetta non si occupa, però, soltanto di politica, è anche il rappresentante in Italia di Atlantis, cioè della principale società concessionaria dei Monopoli per il controllo delle slot machine. Così i magistrati nel mare di intercettazioni che passa loro per le mani, ne trovano una in cui – nella primavera 2005 – Laboccetta parla con il segretario particolare di Gianfranco Fini, Francesco Proietti (eletto alla Camera nel 2006).

E il pm di Potenza, nella richiesta di arresto nei confronti di Vittorio Emanuele, accusa Proietti di aver effettuato una sorta di baratto con Giorgio Tino, il direttore dei Monopoli di Stato, proprio il soggetto che avrebbe l’obbligo di vigilare sui giochi d’azzardo. Proietti e i suoi amici di An, secondo la ricostruzione del magistrato, evitano la revoca della concessione per Atlantis World e in cambio sostengono la scelta di Tino al vertice dei Monopoli.

Il dirigente, nominato dall’ex ministro Giulio Tremonti, è stato riconfermato dal centrosinistra nonostante l’indagine di Potenza. Dalle telefonate si comprendono gli interessi in gioco: si parla di milioni di euro che i Monopoli dovrebbero incassare e che mancano all’appello. Atlantis è il leader del mercato, ma è in ritardo con il versamento della quota spettante allo Stato. E il rischio del ritiro della concessione avrebbe prodotto un danno di milioni di euro alla società guidata da Laboccetta, un’impresa con base alle Antille.

Tra i soci di maggior peso ci sarebbe Francesco Corallo, figlio del pregiudicato Gaetano, condannato per associazione a delinquere. «Don Gaetano – ricostruisce Marco Lillo – ha scontato la sua pena, ma negli anni Ottanta fu arrestato per la scalata ai casinò di Campione e Sanremo. In quella indagine emersero i rapporti di don Tano con il boss della mafia catanese Nitto Santapaola. Corallo junior non era indagato e oggi guida un impero che controlla tre casinò alle Antille».

E nell’isola di Saint Marteen, Fini e la moglie vanno in vacanza nel 2004. «Il presidente, come è noto, è amante della pesca subacquea», spiegano negli ambienti di An.

Un tesoro da 98 miliardi

La formula magica ha uno strano nome, Preu, che poi è l’acronimo di prelievo erariale unico. Di fatto, la tassa sui videopoker, che assegna allo Stato il 13,5 del giro d’affari. I Monopoli, spiega la commissione, invece di pretendere il pagamento dell’imposta prevista dalla legge, si accontentano di un forfait. Ma non basta. Per evitare trucchi le norme prevedevano multe salate, salatissime: 50 euro per ogni ora di mancata connessione alla rete Sogei. Le macchinette collegate, però, per molti mesi sono rimaste una piccola minoranza. Gli stessi Monopoli, in un passo della relazione, ammettono: «Nel 2004 c’erano 95.767 macchine autorizzate, ma nessuna collegata alla rete».

E la situazione non si è poi schiodata di molto. Almeno fino alla consegna della relazione della Commissione. Dopo le rivelazioni degli esperti, qualcuno ha finalmente pensato ad affrontare la questione. Gli uomini del Gat hanno provato a calcolare l’ammontare di tutte le sanzioni non riscosse. Poi a queste hanno aggiunto le imposte non pagate. Ne è venuta fuori una cifra talmente enorme che gli stessi finanzieri all’inizio stentavano a crederci: 98 miliardi di euro. Potevano essere nelle tasche degli italiani. Invece sono finite in parte alle concessionarie meno oneste, in parte alla mafia.

Questo governo è sorprendente. Vuole la caccia agli evasori e quando li trova non va fino in fondo. 98 miliardi di euro di evasione sono 4/5 finanziarie. L’evasore italiano per essere perseguito deve pagare le tasse, avere un debito modesto con il fisco e non essere colluso con i partiti.
Invece il GRANDE EVASORE MAZZETTARO non rischia mai nulla. Male che gli vada si quota in Borsa e distribuisce i suoi debiti ai piccoli investitori.

Testo:
Ferruccio Sansa: “E’ bellissimo che, finalmente, qualcuno applauda i giornalisti ed è bellissimo che qualcuno risponda all’inchiesta che abbiamo fatto visto che sono mesi che chiediamo a Visco e Prodi di risponderci e non si sono degnati di dire una parola.
La tattica che hanno usato è quella del muro di gomma: noi dobbiamo evitare che possano utilizzare questa tattica con successo. Dobbiamo ripetere fino alla noia queste domande a costo di sembrare ripetitivi. Loro vogliono stancarci, noi dobbiamo continuare, resistere, ripetere le stesse domande fino a fiaccarli.
Non ce lo siamo inventato né abbiamo intenzione di prendercela con questa o quella parte politica. Ci siamo basati su atti di una Commissione d’inchiesta e su quello che ha detto la Corte dei Conti. Atti pubblici. Ci hanno detto, che in base a un’inchiesta della Guardia di Finanza, non di pericolosi sovversivi, le Concessionarie di slot machine devono allo Stato, quindi a noi, 98 miliardi – quelli con nove “zero” – di euro. Quando ci chiederanno nuove tasse per una manovra da 12-13 miliardi ricordatevi cos’hanno regalato a queste società, alcune delle quali vedono nel loro consiglio di amministrazione famiglie vicino a Cosa Nostra e altre sono amministrate da membri di partiti politici, soprattutto Alleanza Nazionale, come il Bingo era in mano ai DS e alla Lega.
Ricordiamolo sempre: ci chiedete nuove tasse per 11-12 miliardi di euro? Ci chiedete sacrifici per tagli da 11-12 miliardi di euro? Ma dove sono finiti questi 98 miliardi di euro?
In Parlamento già si parla di una legge. Le soluzioni sono due: o una forfetizzazione della multa, e allora quando prenderò la prossima multa per divieto di sosta chiederò che mi sia forfettizzata; oppure parlano di un condono tombale, cioè regalare 98 miliardi di euro a società private. Noi seguiremo questa vicenda fino alla fine, voi stateci vicini e non dimenticatela. Se si parlerà di condono tombale sarà regalare a società quotate in borsa un tesoro molto più grande di quello che chiedono a noi. L’altro giorno decine, centinaia di nostri lettori hanno scritto a Prodi chiedendo una risposta. Sul sito del governo la risposta è stata questa: “Ci vuole cautela poiché si tratta di società quotate in borsa.Noi non siamo quotati in borsa ma abbiamo bisogno dello stesso rispetto. Grazie a tutti.” Ferruccio Sansa

 

fonti: Blog di Beppe Grillo, Il Secolo XIX

Restituzione beni allo Stato

ROMA – Oro, smeraldi, rubini. E poi ancora diamanti, lapislazzuli, zaffiri. Otto gioielli da donna, destinati a Flavia Prodi (due parure complete), e tre oggetti unici che capi di Stato stranieri hanno donato in questo anno e mezzo al presidente del Consiglio, tra i quali un fucile interamente in oro e due sculture. Ecco cosa contiene quella sorta di ripostiglio delle meraviglie che per volontà del premier è stato provvisoriamente allestito al dipartimento informazione per la sicurezza di Palazzo Chigi, per custodire i regali di valore ricevuti dalla coppia presidenziale. In attesa che la segreteria generale decida che fare di tutti gli oggetti che superano i 300 euro dopo il decreto del governo che il 21 dicembre ha fissato quella come soglia massima per i regali che premier e ministri (e familiari) possono accettare. Il resto sarà messo a disposizione dello Stato, che deciderà se e come alienarlo per destinare il ricavato in beneficenza. Oppure potrà essere riscattato pagando la differenza.

Il decreto (che segue l’esempio di altri paesi Ue) è rivolto all’intero governo. Fino ieri, tuttavia, gli unici oggetti di un certo valore recapitati – da un anno e mezzo a questa parte – erano i presenti ricevuti dalla coppia di padroni di casa. Ad ogni modo una buona base di partenza per l’eventuale asta benefica. La signora Flavia ha ricevuto (e depositato) una parure di gioielli completa, composta da un collier, un anello, un bracciale e un paio di orecchini in diamanti e rubini per un valore di 300 mila euro e una seconda in smeraldi e rubini stimata in 350 mila euro. Sui donatori regna il massimo riserbo, ma certamente è roba da mille e una notte, come hanno confermato gli esperti. Il Professore invece ha consegnato il fucile in oro con zaffiri cabochon del valore di 120 mila euro (dono degli Emirati) ma anche due opere definite dagli esperti di valore inestimabile: una cassa con palme in un’oasi, interamente ricoperta con scaglie di oro, e un vasetto di onice con gazzelle d’argento.


“Ho fatto in tempo a vedere una delle due parure, neanche l’altra. Ma il nostro è un gesto che non comporta alcun sacrificio. E’ una prassi consolidata negli anni della presidenza Ue – racconta Flavia Prodi – Semplicemente una regola di buon senso che tiene conto della cultura diversa dei paesi donanti. A Bruxelles gli oggetti di valore venivano affidati all’associazione “Femmes d’Europe” perché venissero destinati in beneficenza”. E anche se il diretto interessato probabilmente non lo sa – ricorda ancora la moglie del premier – divenne il primo e prezioso premio dell’asta natalizia di beneficenza l’orologio di gran pregio che Silvio Berlusconi regalò a mio marito, allora numero uno della Commissione, nell’anno della presidenza di turno italiana”. Unica eccezione, i due tappeti ricevuti da paesi orientali che Prodi teneva nei suoi uffici a Bruxelles: sono stati riscattati e portati in Italia. Rimaste alla Ue, anche per ragioni ecologiste, le due giacche in pelle di foca donate dai paesi scandinavi.
fonte: La Repubblica 

Accise sui carburanti

Vorrei cogliere l’occasione per ricordare a tutti che ci sono tasse stranissime sui carburanti:

Iniziò Mussolini a introdurre 1,90 lire al litro sulla benzina per finanziare la guerra di conquista dell’Abissinia nel 1935. Ma poi tutti i governi che si sono succeduti, indipendentemente dal colore politico, hanno proseguito nell’opera del finanziamento facile, prelevando all’occorrenza il necessario direttamente dalle tasche degli automobilisti. Basti ricordare il «contributo» imposto nel 1956 per compensare la crisi economica derivante dalla chiusura del canale di Suez. E poi il disastro del Vajont (1963), l’alluvione di Firenze (1966), il terremoto del Belice nel ’68, quello del Friuli nel ’76 e quello dell’Irpinia nell’80; ma anche le missioni militari in Libano (1983) e in Bosnia (1996); per finire – si fa per dire, perché il tema è sempre aperto – con il rinnovo del contratto degli autisti di tram e autobus del 2004. Non più tardi di qualche mese fa questo argomento è tornato d’attualità, con il ministro dell’Ambiente Matteoli che è andato alla carica, proponendo un decreto per aumentare le accise su benzina e gasolio (rispettivamente 0,1 e 0,05 euro al litro). Obiettivo: ottenere 350 milioni per finanziare la sostituzione degli autobus inquinanti. Sarebbe stata l’undicesima accisa.
Prese singolarmente si tratta di cifre minime, nell’ordine del millesimo di euro o di 10 centesimi, eppure messe in fila una dopo l’altra, queste dieci una tantum sono diventate col passare degli anni una massa che determina un gravame complessivo di quasi 25 centesimi, un quarto di euro, o se si preferisce 485,90 vecchie lire, che ancora oggi pesano sul prezzo finale di ogni litro di benzina. Non basta però: c’è anche la «tassa sulla tassa». Vale a dire che su questi 25 centesimi di euro, sommati alla vera e propria imposta di fabbricazione (definita per decreti ministeriali), viene aggiunta pure l’Iva del 20%. Risultato: essendo questo tipo di imposta in percentuale sull’ammontare complessivo di tasse e costo del prodotto industriale, e utilizzando gli aumenti di prezzo del carburante dovuti alle variazioni internazionali, il governo può disporre di introiti certi e crescenti. In soldoni: ogni centesimo di aumento sul carburante comporta un maggiore introito di circa 20 milioni di euro al mese per le casse dello Stato. E’ appena il caso di ricordare che, comunque, ogni 3 centesimi di aumento del carburante determinano una ricaduta negativa sull’inflazione, con un incremento dello 0,1%. Complessivamente, l’ordine di grandezza delle entrate fiscali alimentate dai prodotti petroliferi è stato lo scorso anno, secondo i dati dell’Unione petrolifera, superiore ai 35 miliardi (24,7 derivanti dalle accise e 10,5 dall’Iva).

Nel territorio italiano, sull’acquisto dei carburanti gravano un insieme di accise, istituite nel corso degli anni allo scopo di finanziare diverse emergenze. Alcune di esse, però, risultano talmente anacronistiche (la meno recente prevede tuttora il finanziamento della guerra di Etiopia del 1935) da suscitare non poche polemiche a riguardo.

L’elenco completo comprende le seguenti accise:

1,90 lire per il finanziamento della guerra di Etiopia del 1935;
14 lire per il finaziamento della crisi di Suez del 1956;
10 lire per il finanziamento del disastro del Vajont del 1963;
10 lire per il finanziamento dell’alluvione di Firenze del 1966;
10 lire per il finanziamento del terremoto del Belice del 1968;
99 lire per il finanziamento del terremoto del Friuli del 1976;
75 lire per il finanziamento del terremoto dell’Irpinia del 1980;
205 lire per il finanziamento della guerra del Libano del 1983;
22 lire per il finanziamento della missione in Bosnia del 1996;
39 lire per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004.
La somma di tali accise evidenzia, pertanto, una tassazione di 485,90 lire (ossia 25 centesimi di euro) per ogni litro di carburante acquistato.

fonti: Corriere della Sera e Wikipedia