Le Tasse più assurde

Cetto La Qualunque

E’ proprio in data odierna che è uscito un libro con i cento balzelli più assurdi d’Italia… e ciò mi ricorda il peronaggio politico nella foto. Ridiamo per non piangere!

“La sottolineatura di storture — spiega Confesercenti – ci consente di evidenziare la necessità di correre ai ripari per riportare dentro gli argini questo fiume in piena, riducendo la pressione fiscale dal 43,5% attuale al 39,5% in 4 anni e semplificando il tutto attraverso una consistente riduzione degli adempimenti fonte di costi, di perdite di tempo e di ansie per gli imprenditori e per i cittadini”.

Iniziamo con le “paleo-tasse“, datate nel tempo ma sempre in vigore.
Ecco la top ten tra quelle raccolte nel dossier “Balzelli d’Italia”.

  1. La tassa sui gradini.
    Pagata un tempo assieme ai ballatoi dei palazzi, è stata rispolverata dai comuni per finanziare il servizio di pulizia delle strade; sono tenuti a pagarla tutti i proprietari di case che hanno i gradini d’ingresso su una strada pubblica.
  2. La tassa sull’ombra.
    La tenda del vostro locale sporge al punto da “invadere” il suolo pubblico? Dovrete pagare l’imposta per l’occupazione di suolo pubblico.
  3. La tassa sui ballatoi.
    Va pagata dai condominii che abbiano ballatoi prospicenti sulla pubblica strada; è stata riesumata dal Comune di Agrigento nel 2008.
  4. L’imposta sulle immagini.
    È l’imposta di pubblicità che riguarda tutti i mezzi pubblicitari affissi per la pubblica via.
  5. La tassa sulle paludi.
    In origine era un contributo di bonifica nato con regio decreto nel 1904. Ma ancora negli anni Sessanta milioni di proprietari che andavano ad abitare nelle case sorte sulle terre bonificate si trovavano a pagarla. Oggi la tassa è dovuta soltanto nel caso in cui le opere di bonifica abbiano determinato un effettivo incremento di valore dell’immobile, con un beneficio diretto e specifico, che, in caso di contestazione, deve essere provato dal Consorzio di bonifica. Però ancora in molti sono chiamati a versarla.
  6. Tassa sulla raccolta dei funghi.
    Imposta di bollo per i permessi di raccolta dei funghi.
  7. Imposta sui cani.
    Alcuni Enti locali hanno o sono in procinto di istituire nuovamente la tassa sul possesso dei cani introdotta dal Regio decreto n. 1393 del 1918, reso poi obbligatorio definitivamente nel 1931. La tassa consiste nel pagamento di un corrispettivo annuale per il possesso di ogni singolo cane custodito che varia dai 20 euro ai 50 euro per ogni cane di proprietà a seconda della taglia di Fido.
  8. La tassa sulle suppliche.
    Sono soggetti a imposta le istanze, petizioni, ricorsi, e relative memorie diretti agli uffici dell’amministrazione dello Stato tendenti ad ottenere l’emanazione di un provvedimento.
  9. La gabella sugli sposi (ius primae gabellae).
    Per consentire la celebrazione del matrimonio in Comune, alcuni enti locali previsto il pagamento di un corrispettivo a prezzo unico. A Roma, ad esempio, costa € 200 sposarsi in Campidoglio nel week-end ed € 150 nei giorni feriali per tutti coloro che non risiedono nella Capitale.
  10. L’imposta sull’uscita di casa.
    Tassa sui passi carrai che ricorda le imposte medievali ma è stata ideata nel 1997: in legge finanziaria vennero tagliati i fondi all’Anas a cui era lasciata però l’opzione di “rifarsi” sui cittadini. La medesima normativa prevedeva che il secondo anno la tassa potesse essere incrementata del 150% lasciando poi libero arbitrio negli anni successivi. Così facendo si è arrivati a casi di aumenti addirittura dell’8000%. All’Anas si sono aggiunti i comuni e le province, per le rispettive strade.
  11. La prima garantisce un gettito nelle casse dello Stato che sfiora i 164 miliardi di euro all’anno, la seconda poco più di 93 miliardi di euro. Messe assieme queste due imposte incidono per oltre il 54 per cento sul totale delle entrate tributarie.

    A gravare maggiormente sui bilanci delle aziende, invece, sono l’Irap (Imposta regionale sulle attività produttive), che assicura 33,2 miliardi di gettito all’anno, e l’Ires (Imposta sul reddito delle società), che consente all’erario di incassare 32,9 miliardi di euro.

    “Quest’anno – sottolinea Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA – ciascun italiano pagherà mediamente 11.800 euro di imposte, tasse e contributi previdenziali. E in questo conto sono compresi tutti i cittadini, anche i bambini e gli ultra centenari. Tuttavia, il dato disarmante è che gli italiani non usufruiscono di servizi adeguati. Molto spesso, nel momento del bisogno, il cittadino è costretto a rivolgersi al privato, anziché utilizzare il servizio pubblico”.

    “Questa situazione – ha aggiunto Bortolussi – si traduce in un concetto molto semplice: spesso siamo costretti a pagare due volte lo stesso servizio. Gli esempi che si possono fare sono moltissimi: succede se dobbiamo inviare un pacco, se abbiamo bisogno di un esame medico o di una visita specialistica, di spostarci, ma anche nel momento in cui vogliamo che la giustizia faccia il suo corso in tempi ragionevoli con quelli richiesti da una società moderna”.ECCO L’ELENCO COMPLETO DELLE CENTO TASSE

    1 Addizionale comunale sui diritti d’imbarco di passeggeri sulle aeromobili
    2 Addizionale comunale sull’Irpef
    3 Addizionale erariale tassa automobilistica per auto di potenza sup 185 kw
    4 Addizionale IRES imprese settore energetico
    5 Addizionale provinciale all’accisa su energia elettrica
    6 Addizionale regionale all’accisa sul gas naturale
    7 Addizionale regionale sull’Irpef
    8 Bollo auto
    9 Canoni su telecomunicazioni e Rai Tv
    10 Cedolare secca sugli affitti

    11 Concessioni governative
    12 Contributi concessioni edilizie
    13 Contributi consortili
    14 Contributo al SSN sui premi RC auto
    15 Contributo di perequazione pensioni elevate (1)
    16 Contributo solidarietà sui redditi elevati (2)
    17 Contributo unificato di iscrizione a ruolo (3)
    18 Contributo unificato processo tributario
    19 Diritti catastali
    20 Diritti delle Camere di commercio

    21 Diritti di magazzinaggio
    22 Diritti erariali su pubblici spettacoli
    23 Diritti per contrassegni apposti alle merci
    24 Imposta catastale
    25 Imposta di bollo
    26 Imposta di bollo sui capitali all’estero
    27 Imposta di bollo sulla secretazione dei capitali scudati
    28 Imposta di registro e sostitutiva
    29 Imposta di scopo
    30 Imposta di soggiorno

    31 Imposta erariale sui aeromobili privati
    32 Imposta erariale sui voli passeggeri aerotaxi
    33 Imposta ipotecaria
    34 Imposta municipale propria (Imu)
    35 Imposta per l’adeguamento dei principi contabili (Ias)
    36 Imposta plusvalenze cessioni azioni (capital gain)
    37 Imposta provinciale di trascrizione
    38 Imposta regionale sulla benzina per autotrazione
    39 Imposta regionale sulle attività produttive (Irap)
    40 Imposta regionale sulle emissioni sonore degli aeromobili

    41 Imposta sulla sigaretta elettronica (4)
    42 Imposta sostitutiva contribuenti minimi e regime vantaggio
    43 Imposta sostitutiva sui premi e vincite
    44 Imposta su consumi carbone
    45 Imposta su immobili all’estero
    46 Imposta sugli oli minerali e derivati
    47 Imposta sugli spiriti
    48 Imposta sui gas incondensabili
    49 Imposta sui giuochi, abilità e concorsi pronostici
    50 Imposta sui tabacchi

    51 Imposta sul gas metano
    52 Imposta sul gioco del Totocalcio e dell’ Enalotto
    53 Imposta sul gioco Totip e sulle scommesse Unire
    54 Imposta sul lotto e le lotterie
    55 Imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef)
    56 Imposta sul valore aggiunto (Iva)
    57 Imposta sulla birra
    58 Imposta sulle assicurazioni
    59 Imposta sulle assicurazioni Rc auto
    60 Imposta sulle concessioni statali dei beni del demanio e patrimonio indisponibile

    61 Imposta sulle patenti
    62 Imposta sulle riserve matematiche di assicurazione
    63 Imposta sulle transazioni finanziarie (Tobin Tax)
    64 Imposta sull’energia elettrica
    65 Imposte giochi abilità e concorsi pronostici
    66 Imposte comunali sulla pubblicità e sulle affissioni
    67 Imposte sostitutive su risparmio gestito
    68 Imposte su assicurazione vita e previdenza complementare
    69 Imposte sul reddito delle società (Ires)
    70 Imposte sulle successioni e donazioni

    71 Maggiorazione IRES Società di comodo
    72 Maggiorazione TARES
    73 Nuova imposta sostitutiva rivalutazione beni aziendali
    74 Proventi dei Casinò
    75 Ritenuta acconto (Tfr)
    76 Ritenute sugli interessi e su altri redditi da capitale
    77 Ritenute sugli utili distribuiti dalle società
    78 Sovraimposta di confine su gas incondensabili (5)
    79 Sovraimposta di confine su gas metano (6)
    80 Sovraimposta di confine sugli spiriti

    81 Sovraimposta di confine sui fiammiferi
    82 Sovraimposta di confine sui sacchetti di plastica non biodegradabili
    83 Sovraimposta di confine sulla birra
    84 Sovrimposta di confine sugli oli minerali
    85 Tassa annuale sulla numerazione e bollatura di libri e registri contabili
    86 Tassa annuale unità da diporto
    87 Tassa di ancoraggio nei porti, rade o spiagge dello Stato
    88 Tassa emissione di anidride solforosa e di ossidi di azoto
    89 Tassa occupazione di spazi e aree pubbliche TOSAP (comunale)

    90 Tassa portuale sulle merci imbarcate e sbarcate nei porti, rade o spiagge dello Stato
    91 Tassa regionale di abilitazione all’esercizio professionale
    92 Tassa regionale di occupazione di spazi e aree pubbliche regionali
    93 Tassa regionale per il diritto allo studio universitario
    94 Tassa smaltimento rifiuti (TIA, TARSU, TARES)
    95 Tassa sulle concessioni regionali
    96 Tassazione addizionale stock option settore finanziario
    97 Tasse e contributi universitari
    98 Tasse scolastiche (iscrizione, frequenza, tassa esame, tassa diploma)
    99 Tributo provinciale per la tutela ambientale
    100 Tributo speciale discarica

    (Elaborazione Ufficio studi CGIA)

Elenco completo di Imposte, Tasse e Contributi in Italia

Vorrei elencare per quanto possibile un elenco completo di Imposte, Tasse e Contributi dello Stato Italiano. Chiedo ad ogni visitatore di elencare le proprie conoscenze in modo tale da divulgarle agli altri. Dalla nascita alla morte di una persona siamo completamente immersi dalle tasse per usufruire giustamente dei servizi pubblici essenziali. Lo slogan “Pagare tutti per pagare meno” è solo tale o lo si può applicare? Qui non si vuole discutere sulla giustezza o meno, ma si vuole creare semplicemente un elenco.

In questo blog sono state elencate le tasse sulla benzina… tanto per iniziare.

Le marche da bollo.

La tasse sulla circolazione.

La tassa di proprietà dei beni immobili.

L’I.V.A..

L’imposta sul reddito delle persone fisiche.

La previdenza sociale.

L’assicurazione sugli infortuni sul lavoro.

 Le tasse scolastiche.

Le imposte cimiteriali.

Le tasse sugli acquisti degli immobili.

(il presente post verrà aggiornato da voi con i vostri commenti). Grazie!

 

Altri 14 euro regalati!

I rimborsi elettorali segnalati da “Il Fatto Quotidiano” mi hanno fatto pensare a quanto è costato il sostentamento dei partiti fino ad oggi: i rimborsi sono 800 milioni in 4 anni diviso circa 60 milioni di abitanti (se tutti pagassero) farebbero 14 euro regalati… aggirando il referendum che abrogava i finanziamenti ai partiti.

A questo punto ci rassegnamo e si paga! Paghiamo tutti per pagare meno!

La caccia al tesoretto fiscale

ROMA – Pagare le tasse è un perentorio «dovere civico». L’hanno ribadito, nell’ordine: il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi, il segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone e il papa Joseph Ratzinger. Benedetto XVI ha scomodato perfino San Massimo, il primo vescovo cristiano, trecento anni dopo il più grande condono fiscale della storia (voluto dall’imperatore Adriano al rischio di far saltare per aria l’Erario di Roma) ad aver puntato il dito accusatore verso gli evasori fiscali. Bastava questo. Invece all’Agenzia delle Entrate hanno voluto strafare, ricordando con un lungo articolo sul quotidiano telematico Nuovo Fisco Oggi che per i musulmani pagare le imposte è addirittura «un atto di fede». Ma più che sopportabile, visto che la zakat, ovvero «tassa santa», unica imposta sul reddito delle persone fisiche è appena del 2,5%. Tanto modesta che l’anno scorso Osama bin Laden in un messaggio televisivo ha cercato di ingolosire così i contribuenti americani: «Convertitevi all’Islam, non si pagano le tasse». Quale sia il contenuto subliminale del messaggio pubblicato su un sito di un governo presso il quale i precetti islamici non sono certamente popolari, non è dato sapere. Ma è sospetta la coincidenza con la notizia che i proventi della lotta all’evasione sono aumentati del 46%, apparsa sullo stesso sito. È forse in arrivo per i contribuenti infedeli una sharia berlusconiana? Oppure è soltanto un’abile mossa propagandistica, come lascia intendere l’opposizione?

Intanto però Osvaldo Napoli, parlamentare del Pdl e uomo forte dell’Associazione dei comuni, gongola: «Gli italiani sanno da oggi che esiste veramente un tesoretto e sanno pure che dal prossimo anno ci sarà una distribuzione fiscale più generosa. Le denunce della sinistra che accusava il governo di aver allentato la lotta all’evasione vengono clamorosamente smentite». Rieccolo, il «tesoretto», che a molti era sembrato l’unico vero successo (virtuale) del governo di Romano Prodi. Salta fuori ogni volta che il Fisco dice di aver fatto il pieno, per sparire poi regolarmente subito dopo. Evaporato con il centrosinistra, evaporato pure con il centrodestra. Anche sulla portata dello scrigno, poi, si passa con facilità dalle dimensioni di una social card a quelle dell’assegno del Signor Bonaventura. Inseguito per mesi, del famoso «extragettito » dovuto al recupero dell’evasione fiscale che doveva essere utilizzato per redistribuire reddito alle famiglie e ai pensionati, non si è mai avuta traccia.

Un mese prima di vincere le elezioni, il Cavaliere dichiarò «guerra all’evasione fiscale», accusando la sinistra di aver barato: «Si è vantata di aver tirato fuori 40 miliardi di euro dalla lotta all’evasione, ma non è vero. I miliardi sono due». Poi, qualche giorno prima del voto, disse che una pressione fiscale «del 50-60% giustifica l’elusione e l’evasione». Appena al governo, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti tagliò corto: «Il tesoretto non esiste. Anche ammessa l’esistenza di questa entità ectoplasmatica, era già impegnata per ridurre il deficit. Da gennaio l’evasione è ripartita». Finché Vincenzo Visco, un giorno di ottobre, mentre già infuriava la bufera finanziaria, ha sentenziato a sua volta: «È chiaro che non c’è più una tenuta rispetto all’evasione fiscale. Le imposte più sensibili all’evasione stanno già crollando. Per quest’anno le cose andranno bene, ma l’anno prossimo saranno dolori ».

Chi ha ragione? Il centrodestra che accusa l’opposizione di aver truccato le carte quando era al governo, o il centrosinistra, dove molti considerano quello di Berlusconi il partito degli evasori? Il deputato del Pd Nicola Rossi considera stucchevole questo dibattito, al pari della discussione su un tesoretto che nessuno, tanto più oggi, tirerà fuori. «Che sia stata abbandonata la lotta all’evasione fiscale è pura fantasia. Ritengo anzi che ci sia piena continuità fra il precedente governo e questo», dice. E poi spiega: «Il centrosinistra ha contrastato il fenomeno rendendo soltanto più dura la vita al contribuente e di conseguenza più difficile l’evasione. Adesso non è cambiato molto. Visco teorizzava che l’evasione si combatte con la repressione. Tremonti soltanto non lo teorizza. Il recupero a cui assistiamo è unicamente frutto della repressione, ma è niente rispetto all’evasione reale». Per quanto la crescita del 46% abbia suscitato trionfalistici commenti nella maggioranza, i valori assoluti sono infatti assai modesti. Rispetto all’anno scorso circa 700 milioni di euro in più, e appena un centinaio in più dai ruoli. La maggior parte, 600 milioni di aumento, viene per giunta dagli strumenti «deflativi ». Si tratta di «istituti amministrativi» introdotti negli anni per limitare un contenzioso tributario che ha raggiunto livelli da capogiro: 600 mila cause pendenti, con una durata anche di quattro anni per il solo primo grado di giudizio. Le norme prevedono l’accertamento con adesione, l’acquiescenza e la conciliazione giudiziale.

Recentemente Tremonti ha introdotto nel decreto anticrisi uno sconto notevole per le sanzioni a carico di chi accetta di pagare volontariamente senza far ricorso: norma bollata dall’Italia dei Valori come «un condono che di fatto va a incentivare l’evasione ». Ma anche se i dipietristi si sbagliassero e lo sconto inducesse gli evasori (quelli piccoli, s’intende) a versare il dovuto senza fare troppe storie, sarebbe sempre una goccia nel mare. I 2,3 miliardi recuperati nei primi 11 mesi di quest’anno, anche grazie alla tax compliance (la condiscendenza fiscale che secondo Visco avrebbe fatto boom durante il governo di centrosinistra contribuendo all’incasso di 23 miliardi di euro di somme precedentemente non pagate), rappresentano poco più del 2% dell’evasione fiscale totale, valutabile in oltre 100 miliardi di euro l’anno. Senza considerare poi che dell’evasione accertata soltanto una piccola parte viene effettivamente incassata. Al 31 dicembre 2006, secondo i dati contenuti in un recente rapporto della Corte dei conti, l’Agenzia delle Entrate doveva riscuotere dai ruoli 160 miliardi 154 milioni di euro: circa il 10% del Prodotto interno lordo. Ma di questa enorme cifra, che farebbe precipitare il nostro debito pubblico ben al di sotto del 100% del Pil, più di 136 miliardi erano stati già considerati dal Fisco irrecuperabili. Perduti. Volatilizzati per le ragioni più varie. Altro che il tesoretto.

Sergio Rizzo

Fonte: Corriere della Sera

Tracciare una strada? Servono 6 anni

Dossier Ance sulle opere pubbliche: 2.137 giorni solo per il sì ai progetti

Dal Metrobus di Brescia all’autostrada Catania-Augusta: «Ritardi dovuti a burocrazie e procedure sbagliate»

ROMA — A Cuba era in corso lo storico incontro fra Giovanni Paolo secondo e Fidel Castro. Negli Stati Uniti stava per uscire il capolavoro di Stephen Spielberg Salvate il soldato Ryan. Mentre a Roma, nello stesso momento, i responsabili della Fiat engineering firmavano il contratto per eseguire la progettazione dell’autostrada Catania-Augusta. Era il 22 gennaio 1998, dieci anni fa: era insediato il primo governo di Romano Prodi. Da allora, soltanto per aprire i cantieri, il 24 febbraio 2005, ci sono voluti 2.590 giorni. Tre mesi per ognuno dei quaranta chilometri che compongono il breve tratto autostradale. E che dire del Metrobus, la metropolitana leggera di Brescia?

Lo studio di fattibilità risale addirittura al primo giugno del 1986: primo governo di Bettino Craxi. Per arrivare al progetto preliminare, ma soltanto del primo lotto, sono trascorsi tredici anni esatti. Ora i lavori sono in corso e l’opera potrebbe essere pronta il primo novembre del 2011: a un quarto di secolo di distanza dall’avvio dell’opera. E non è molto diverso per altre opere, come il porto di Civitavecchia o il Passante di Mestre. Situazioni che fanno letteralmente cadere le braccia, perché dimostrano come la lentezza della realizzazione delle opere pubbliche in Italia denunciata da una recente inchiesta del Corriere, spesso dipenda da insuperabili colli di bottiglia piazzati a monte dell’apertura dei cantieri. Il rapporto (ancora inedito) sulle infrastrutture italiane che l’Associazione dei costruttori ha messo a punto con Ecosfera analizzando le procedure di 196 opere pubbliche, contiene numeri sconcertanti. Per progettare un’opera di importo superiore a 50 milioni, come un breve tratto di strada o la banchina di un grande porto, ci vogliono in media 2.137 giorni.

Poco meno di sei anni, così suddivisi: un anno e cinque mesi per il preliminare, due anni e 11 mesi per il progetto definitivo, un anno e tre mesi per l’esecutivo. Ma chi pensa che per opere più piccole sia tutta un’altra musica si sbaglia di grosso. La fase di progettazione per opere di importo inferiore a 50 milioni di euro è di 1.591 giorni, quattro anni e mezzo. Colpa degli ingegneri? Il rapporto dell’associazione presieduta da Paolo Buzzetti denuncia soprattutto ritardi burocratici e procedurali, come i tempi per la Conferenza dei servizi sul progetto definitivo, quando non le difficoltà nel reperimento dei finanziamenti. Il bello è che neppure con le procedure della legge obiettivo, uno dei primi provvedimenti varati dal governo Berlusconi nel 2001, c’è stata una svolta radicale. La tempistica per le prime due fasi progettuali, quella del preliminare e del definitivo, si è ridotta da quattro anni a tre anni e sette mesi. Ma non è finita qui. Perché dopo la progettazione c’è la fase del bando di gara. Per prepararlo passano anche 188 giorni. Con il paradosso che ci vuole più tempo per le opere più piccole. Per non parlare della durata delle gare d’appalto.

Il rapporto Ance-Ecosfera l’ha quantificata mediamente in un anno e due mesi per gli interventi che presuppongono una spesa superiore a 50 milioni di euro. Lumaca più lenta delle altre lumache, secondo il documento, è l’Anas, che «con una durata fino a 463 giorni per le gare di importo maggiore », impiegherebbe molto di più rispetto ad altri «enti appaltanti» come le Ferrovie: 291 giorni. Una volta assegnato l’appalto, sarebbe logico pensare che si possa finalmente partire. Invece no: c’è ancora la fase della consegna dei lavori. Altri 97 giorni per le opere più piccole e «soltanto» 71 per quelle di dimensioni maggiori. A quel punto il Calvario sarebbe da considerarsi finito. Se non ci si mettessero anche i ritardi nella realizzazione dei lavori. Per le 79 opere ultimate delle 196 che hanno costituito il campione dell’indagine, c’è stato un ritardo accumulato nella fase del cantiere pari a 292 giorni in media: il 43,2% del tempo contrattuale. Tutto questo a causa delle varianti in corso d’opera che hanno colpito soprattutto le opere stradali e ferroviarie di importo più modesto. I lavori «minori» dell’Anas e delle Ferrovie, in particolare, hanno accusato un ritardo rispettivamente del 61% e del 47,2% rispetto ai tempi contrattuali. Dire che la responsabilità di questa situazione sia tutta quanta della pubblica amministrazione o degli «enti appaltanti » sarebbe forse ingeneroso. Anche perché le perizie di variante spesso sono il sistema grazie al quale le imprese riescono a recuperare i ribassi eccessivi con cui si sono aggiudicate l’opera. E questo lo sanno anche le pietre. Adesso i costruttori dicono che è arrivato il momento di «disincentivare atteggiamenti sleali da parte delle imprese nella fase realizzativa e premiare comportamenti d’eccellenza». Affermando che «l’unico modo per premiare la serietà delle imprese nelle fasi di gara e nella successiva realizzazione è introdurre criteri che sappiano valorizzare la reputazione basata sulle prestazioni passate della stessa impresa».

Una specie di bollino di credibilità che dovrebbe essere utilizzato per selezionare le imprese da invitare alle gare o addirittura per decidere l’aggiudicazione dell’opera. Sempre che anche per questo non si debbano aspettare le Calende greche.

Sergio Rizzo
fonte: Corriere della Sera

Nuove tasse in arrivo!

Una tassa per combattere la criminalità. È la proposta del candidato premier dell’Unione di centro Pier Ferdinando Casini, che ha presentato oggi il pacchetto sicurezza e immigrazione del suo partito. Una «tassa di scopo, simbolica, in progressione a seconda del reddito, per fare una seria lotta alla criminalità». Gli italiani, secondo Casini, sarebbero contenti di pagarla.

«Le altre forze politiche – ha sottolineato Casini -fanno molti annunci sulla sicurezza e sulle forze dell’ordine, ma pochi fatti. Lanciano slogan, come quello del poliziotto di quartiere, difficile da realizzare se poi non vengono stanziati soldi per la benzina negli autoveicoli». L’altro slogan del leader dell’udc è «meno poliziotti negli uffici e più poliziotti nelle strade». Casini vuole, infatti, fare una rilevazione dei poliziotti che hanno impegni amministrativi o sono impegnati in servizi che non sarebbero di loro competenza per sollevarli da quegli incarichi. Gli altri partiti, dice, «sulla sicurezza fanno solo promesse o spendono lacrime di coccodrillo ai funerali, mentre ci vorrebbe più impegno per evitarli».

Casini ha poi proposto il diritto di voto per i cittadini extracomunitari alle elezioni amministrative, a condizione che siano in regola con la fiscalità e in possesso di stabile residenza da un periodo non inferiore a cinque anni. «Vogliamo fissare delle regole – ha detto Casini – per tenere in Italia gli extracomunitari onesti, puliti e per bene che sono cittadini a tutti gli effetti. È una proposta di serietà, avrei piacere di sapere cosa ne pensa Fini».

 

fonte: ilSole24Ore

Una nuova tassa??? ma va va!!! PAGATELA VOI CHE GUADAGNATE L’IRA DI DIO!! Invece di abbassare le tasse alle persone, alle imprese per far risollevare l’economia, qua si vuole aggiungere nuove tasse che SICURAMENTE andranno nelle tasche dei parlamentari! Abbassatevi lo stipendio, riducete al MINIMO i costi effettivi di gestione statale avendo come tetto massimo 1500 euro lordi a parlamentare…. poi vediamo se hanno ancora voglia di scherzare con i soldi degli altri…

Monopoli di Stato: 98 miliardi non riscossi e finiti alla mafia e ai politici

Video denuncia per l’evasione dei monopoli di stato per 98 miliardi di EURO!! prego coloro che sono preposti ai controlli, di fare qualcosa!!!

Due giornalisti del Secolo XIX di Genova, Menduni e Sansa, denunciano da tempo le imposte non pagate dai Monopoli di Stato. Tenetevi forte, sono 98 MILIARDI DI EURO.
Dove sono finiti questi soldi? Ai partiti, alle Mafie, a privati cittadini? Tangentopoli in confronto sembra una barzelletta e Valentino Rossi un bambino che ha rubato le caramelle.
Visco se ci sei batti un colpo, dato che le federazioni dei Ds sono proprietarie di sale Bingo. Fini e Alemanno, così impegnati sui costi della politica, chiedete informazioni ai vostri consiglieri delle società concessionarie delle slot machine.
Di seguito la lettera di Menduni e Sansa al signor Tino, direttore dei Monopoli di Stato.

Gentile dottor Giorgio Tino,
ci piacerebbe porgerle queste domande a voce, ma parlarLe sembra essere impossibile. Da mesi La cerchiamo inutilmente, cominciamo quasi a dubitare che Lei esista davvero. E dire che Lei avrebbe interesse a rispondere (oltre che il dovere).
Secondo il rapporto di una commissione di inchiesta parlamentare e secondo gli uomini della Guardia di Finanza infatti, tra imposte non pagate e multe non riscosse le società concessionarie delle slot machine devono allo Stato 98 miliardi di euro. Sarebbe una delle più grandi evasioni della storia d’Italia.
Secondo la commissione e gli investigatori, questo tesoro sarebbe stato regalato alle società che gestiscono il gioco d’azzardo legalizzato. Di più: nei consigli di amministrazione di alcune di queste società siedono uomini appartenenti a famiglie legate alla Mafia. Insomma, lo Stato italiano invece di combattere Cosa Nostra le avrebbe regalato decine di miliardi di euro.
Con quel denaro si potrebbero costruire metropolitane in tutte le principali città d’Italia. Si potrebbero comprare 1.000 Canadair per spegnere gli incendi. Potremmo ammodernare cinquecento ospedali oppure organizzare quattro olimpiadi. Si potrebbero realizzare impianti fotovoltaici capaci di fornire energia elettrica a milioni di persone oppure si potrebbe costruire la migliore rete di ferroviaria del mondo.
Da mesi noi abbiamo riportato sul nostro giornale, Il Secolo XIX, i risultati dell’indagine. Decine di pagine di cronaca che non sono mai state smentite. Secondo la commissione d’inchiesta, i Monopoli di Stato hanno gravi responsabilità nella vicenda. Non solo: la Corte dei Conti ha chiesto alle società concessionarie di pagare decine di miliardi di euro per il risarcimento del danno ingiusto patito dallo Stato. E nei Suoi confronti, signor Tino, i magistrati hanno aperto un procedimento per chiedere il pagamento di 1,2 miliardi di euro di danni.
Ma Lei che cosa fa? Tace e rimane al suo posto, come tutti i responsabili dei Monopoli, dalla dottoressa Barbarito alla dottoressa Alemanno (sorella dell’ex ministro di Alleanza Nazionale).
E, cosa ancora più incredibile, tace il vice-ministro dell’Economia, Vincenzo Visco (che da mesi ha ricevuto il rapporto della commissione di inchiesta), da cui Lei dipende.
Può spiegarci per filo e per segno che fine hanno fatto quei 98 miliardi di euro che secondo la Finanza sono stati sottratti alle casse dello Stato?
Finora Lei non ci ha mai voluto rispondere. Forse conta sul sostegno del mondo politico. Del resto la Sua poltrona è una delle più ambite d’Italia. Pochi lo sanno, ma i Monopoli gestiscono il commercio del tabacco e del gioco d’azzardo legalizzato. Insomma, un tesoro, su cui i partiti si sono lanciati da anni: An ha suoi rappresentanti proprio nei consigli di amministrazione delle società concessionarie delle slot machine, mentre le federazioni dei Ds sono proprietarie di molte sale Bingo.
Così Lei può permettersi di tacere. Ma chissà che cosa farebbe se a ripeterLe queste domande fossero decine di migliaia di visitatori di questo blog (l’indirizzo dell’ufficio stampa è: ufficiostampa@aams.it)?”

Marco Menduni e Ferruccio Sansa

Lettera completa

 

Inchiesta scoop de Il Secolo XIXMarco Menduni e Ferruccio Sansa

Altro che tesoretto. C’è un tesoro da quasi cento miliardi di euro che lo Stato non ha mai riscosso, nel mega business delle macchinette videopoker e dei giochi. Tre Finanziarie. Lacrime e sangue che potevano essere risparmiati agli italiani solo garantendo il rispetto delle regole. È scritto nero su bianco nella relazione di una supercommissione di esperti, guidata dal sottosegretario all’Economia Alfiero Grandi e dal generale della Finanza Castore Palmerini, finita sul tavolo del viceministro Vincenzo Visco.

Ma l’aspetto più allarmante è che, secondo il Gruppo antifrodi tecnologiche della Guardia di Finanza, parte di questo denaro è finito dritto dritto nelle tasche della criminalità organizzata. Di Cosa Nostra, soprattutto della cosca di Nitto Santapaola. Sotto il naso di chi avrebbe dovuto controllare: i Monopoli di Stato. E ora su questo scandalo indagano gli uomini migliori delle Fiamme Gialle, la procura della Corte dei Conti a Roma, diverse procure in tutta Italia (Venezia, Bologna e Roma). Un mosaico che si sta ricomponendo.

Un’inchiesta che si riferisce soprattutto agli anni 2004 e 2005, ma la situazione non è cambiata: «È da segnalare a tutt’oggi – scrive la Commissione – il permanere di una percentuale (anche questa “testimoniata”) di apparecchiature che dovrebbero essere in rete e che invece non vengono rilevate». Un’inchiesta svolta non senza pericoli, lasciano intendere i finanzieri. Ma alla fine la tradizionale conferenza stampa non si fa. Bloccata «per ordini superiori» all’ultimo istante.

Tutto è rimasto – almeno per adesso – sotto silenzio. E uno dei commissari rivela al Secolo XIX: «Pensavamo che questa relazione fosse un’autentica scossa. Invece se n’è parlato pochissimo e la parte relativa alla criminalità organizzata è praticamente “scomparsa”».

Marco Menduni e Ferruccio Sansa de IL Secolo XIX ai microfoni di Radio19

La relazione della commissione d’indagine

Macchinette sotto accusa

Secondo la relazione della Commissione di Indagine (chiusa il 23 marzo scorso) il fiume di denaro esce dagli apparecchi che, per la legge, dovrebbero essere collegati via modem con il cervellone della Sogei (la Società Generale di Informatica che si occupa di controlli sul pagamento delle imposte): una rete di controllo.

Così dovrebbe essere possibile verificare l’ammontare delle entrate e chiedere il pagamento delle imposte. In teoria. In realtà il business, secondo la Commissione, nasconderebbe una delle più grandi evasioni d’imposta e di sanzioni non pagate della storia della Repubblica. Scrivono gli esperti: «Per il 2006, secondo i dati dei Monopoli, a fronte di un volume di affari (ovvero la “raccolta di gioco”) pari a circa 15,4 miliardi di euro (di cui la quasi totalità derivante da apparecchi con vincite di denaro), vi è stato un gettito fiscale pari a 2 miliardi e 72 milioni di euro con circa 200mila apparecchi attivati».

Tutto a posto? Neanche per idea: «L’effettiva raccolta di gioco sarebbe di molto superiore alla cifra citata. Secondo stime della Finanza (in sostanziale accordo con le testimonianze di vari operatori del settore), la predetta raccolta di gioco ammonterebbe a 43,5 miliardi di euro». Come dire: il trecento per cento della somma “ufficiale”. Possibile? Sì, perché i due terzi delle macchinette non sono collegate alla rete di controllo, assicurano gli investigatori della Finanza, il Gat guidato dal colonnello Umberto Rapetto.

La “montagna” dei videopoker”

L’esempio più clamoroso arriva dalla Sicilia. La legge dice che i videopoker non collegabili alla rete di controllo devono essere chiusi in un magazzino. Bene: nel Comune di Riposto, in provincia di Catania (13.951 abitanti), nei locali di un solo bar di cinquanta metri quadrati sarebbero state depositate, in un solo giorno, 26.858 macchinette. Secondo un’elaborazione della Finanza, accatastate una sull’altra raggiungerebbero l’altezza del vicino Etna.

Il Secolo XIX ha visitato il bar di Riposto e il reportage si può leggere a pagina 2. È logico pensare che gli apparecchi “scollegati” siano stati utilizzati altrove, al di fuori di ogni verifica. Scrive la Commissione: «Dai dati forniti dagli stessi Monopoli emerge un numero esorbitante di apparecchi collocati in magazzino (40 mila) che, in realtà, potrebbero essere in esercizio senza connessione alla rete».

I controlli colabrodo

D’altra parte è difficile pensare che anche le verifiche siano state davvero incisive. Una “perla” di quel che è accaduto affiora dalla prima bozza della relazione, dove si racconta: «Nel corso degli accertamenti è risultato che, tra i funzionari verificatori “tecnici” fosse incaricato un “ingegnere” che risulterebbe essere stato condannato per usurpazione di titolo».

Ma la commissione guidata dal sottosegretario spara a zero su tutta la catena dei controlli. E non basta. Sul “malfunzionamento” del sistema «ha inciso anche la cattiva volontà di qualche concessionario scorretto, che, svolgendo contemporaneamente la funzione di controllore e di controllato, non aveva alcun interesse a collegare le macchine alla rete».

Le critiche ai Monopoli

La relazione della Commissione ripercorre punto per punto il fiume di denaro. Indica tutte le possibili perdite. E usa parole certo non indulgenti nei confronti dell’Agenzia per i Monopoli di Stato. «Nel corso dell’indagine sono sorti alcuni interrogativi su specifici comportamenti tenuti dai Monopoli in particolari occasioni», è riportato nella bozza del documento.

«Essi riguardano sia la fase di avvio delle reti telematiche e in particolare l’esito positivo dei collaudi allora condotti (sulle macchinette, ndr), subito dopo smentiti dall’esperienza applicativa, sia l’accelerato rilascio di nulla-osta di distribuzione per apparecchi nell’imminenza dell’entrata in vigore di una disciplina più stringente, sia infine l’omessa applicazione di sanzioni previste dalla legge e “l’invenzione” di regimi fiscali forfettari. A tali interrogativi i Monopoli dovrebbero essere chiamati a rispondere puntualmente».

Rivela ancora uno dei componenti della Commissione interpellato dal Secolo XIX: «I Monopoli hanno autorizzato persino macchinette apparentemente innocue, giochi di puro intrattenimento, senza scoprire che premendo un pulsante si trasformavano in slot-machine». Ancora: «L’applicazione di forfait ha permesso il dilagare di anomalie, perché la “cifra fissa” è assai più bassa di quella che potrebbe essere rilevata dalle macchine. Così in moltissimi casi sono state dichiarate avarie, guasti, difficoltà di collegamento dei modem solo per poter pagare di meno, con una perdita secca per lo Stato di miliardi di euro».

Critiche, quindi, al vertice dei Monopoli. Ma dalla relazione emergono anche accuse di corruzione nei confronti dei semplici funzionari chiamati a verificare il funzionamento delle macchinette: c’è stata «una retrodatazione delle autorizzazioni… tale anomala procedura avrebbe consentito ad almeno 28 aziende (alcune delle quali oggetto di indagini da parte della magistratura per presunti reati di corruzione nei confronti di dirigenti dei Monopoli) di eludere le disposizioni introdotte» successivamente dalla legge.

Le multe dimenticate

Nel paragrafo “Difetti di sistema riscontrati”, la commissione rincara la dose: «I Monopoli hanno sostanzialmente tollerato che l’impianto predisposto» per regolare il gioco e ottenere il pagamento delle imposte «non entrasse a regime per più di un anno, rinunciando a qualunque forma di sanzionamento che avrebbe dovuto essere attuata». E ancora: perché i Monopoli non hanno preteso il pagamento delle somme dovute? «Con riferimento ai debiti dei concessionari, le azioni poste in essere dai Monopoli per il recupero del credito sono state improntate, per motivazioni che andrebbero approfondite, su soluzioni gestionali (per esempio dilazioni) piuttosto che amministrativo-contrattuali (per esempio applicazione di penali, escussione delle fideiussioni prestate dai concessionari debitori, revoca della concessione), che alla commissione sembrano atti dovuti e obbligatori».

Il caso Atlantis

La relazione della Commissione spende molte parole per uno dei concessionari, la Atlantis World Group of Companies. È il 25 ottobre 2005 quando i Monopoli indirizzano una nota disponendo che «ogni apparecchio dotato di nulla-osta (cioè in regola, ndr) ma non collegato alla rete telematica dovrà obbligatoriamente essere collocato in un magazzino». Ma gli investigatori ipotizzano che proprio qui si siano verificate le più considerevoli anomalie. Proprio come quella del bar di Riposto, dove la Atlantis avrebbe stipato quasi 27 mila apparecchi.

L’inchiesta di Potenza

Ma a chi fa capo davvero Atlantis? Per ricostruirlo i finanzieri hanno utilizzato anche il risultato delle indagini della Procura di Potenza. È la stessa commissione che lo racconta: «Abbiamo tenuto conto dell’indagine avviata dalla magistratura di Potenza (quella, cioè, sul gioco d’azzardo che portò all’arresto del principe Vittorio Emanuele di Savoia, ndr) e degli elementi che questa ha fornito.

E abbiamo stabilito rapporti anche con il magistrato di Roma che ha ereditato per competenza il procedimento di Potenza contenente una lista di possibili imputati comprendenti il dottor Giorgio Tino (direttore dell’Agenzia dei Monopoli, ndr) e la dottoressa Anna Maria Barbarito (dirigente dei Monopoli , ndr)».

Il nome della società – come ha raccontato anche Marco Lillo sull’Espresso in un’inchiesta all’indomani dell’arresto di Vittoro Emanuele – emerge quando Henry Woodcock, pm di Potenza, convoca nel suo ufficio Amedeo Laboccetta, un esponente storico di An a Napoli, amico personale di Gianfranco Fini.

Laboccetta non si occupa, però, soltanto di politica, è anche il rappresentante in Italia di Atlantis, cioè della principale società concessionaria dei Monopoli per il controllo delle slot machine. Così i magistrati nel mare di intercettazioni che passa loro per le mani, ne trovano una in cui – nella primavera 2005 – Laboccetta parla con il segretario particolare di Gianfranco Fini, Francesco Proietti (eletto alla Camera nel 2006).

E il pm di Potenza, nella richiesta di arresto nei confronti di Vittorio Emanuele, accusa Proietti di aver effettuato una sorta di baratto con Giorgio Tino, il direttore dei Monopoli di Stato, proprio il soggetto che avrebbe l’obbligo di vigilare sui giochi d’azzardo. Proietti e i suoi amici di An, secondo la ricostruzione del magistrato, evitano la revoca della concessione per Atlantis World e in cambio sostengono la scelta di Tino al vertice dei Monopoli.

Il dirigente, nominato dall’ex ministro Giulio Tremonti, è stato riconfermato dal centrosinistra nonostante l’indagine di Potenza. Dalle telefonate si comprendono gli interessi in gioco: si parla di milioni di euro che i Monopoli dovrebbero incassare e che mancano all’appello. Atlantis è il leader del mercato, ma è in ritardo con il versamento della quota spettante allo Stato. E il rischio del ritiro della concessione avrebbe prodotto un danno di milioni di euro alla società guidata da Laboccetta, un’impresa con base alle Antille.

Tra i soci di maggior peso ci sarebbe Francesco Corallo, figlio del pregiudicato Gaetano, condannato per associazione a delinquere. «Don Gaetano – ricostruisce Marco Lillo – ha scontato la sua pena, ma negli anni Ottanta fu arrestato per la scalata ai casinò di Campione e Sanremo. In quella indagine emersero i rapporti di don Tano con il boss della mafia catanese Nitto Santapaola. Corallo junior non era indagato e oggi guida un impero che controlla tre casinò alle Antille».

E nell’isola di Saint Marteen, Fini e la moglie vanno in vacanza nel 2004. «Il presidente, come è noto, è amante della pesca subacquea», spiegano negli ambienti di An.

Un tesoro da 98 miliardi

La formula magica ha uno strano nome, Preu, che poi è l’acronimo di prelievo erariale unico. Di fatto, la tassa sui videopoker, che assegna allo Stato il 13,5 del giro d’affari. I Monopoli, spiega la commissione, invece di pretendere il pagamento dell’imposta prevista dalla legge, si accontentano di un forfait. Ma non basta. Per evitare trucchi le norme prevedevano multe salate, salatissime: 50 euro per ogni ora di mancata connessione alla rete Sogei. Le macchinette collegate, però, per molti mesi sono rimaste una piccola minoranza. Gli stessi Monopoli, in un passo della relazione, ammettono: «Nel 2004 c’erano 95.767 macchine autorizzate, ma nessuna collegata alla rete».

E la situazione non si è poi schiodata di molto. Almeno fino alla consegna della relazione della Commissione. Dopo le rivelazioni degli esperti, qualcuno ha finalmente pensato ad affrontare la questione. Gli uomini del Gat hanno provato a calcolare l’ammontare di tutte le sanzioni non riscosse. Poi a queste hanno aggiunto le imposte non pagate. Ne è venuta fuori una cifra talmente enorme che gli stessi finanzieri all’inizio stentavano a crederci: 98 miliardi di euro. Potevano essere nelle tasche degli italiani. Invece sono finite in parte alle concessionarie meno oneste, in parte alla mafia.

Questo governo è sorprendente. Vuole la caccia agli evasori e quando li trova non va fino in fondo. 98 miliardi di euro di evasione sono 4/5 finanziarie. L’evasore italiano per essere perseguito deve pagare le tasse, avere un debito modesto con il fisco e non essere colluso con i partiti.
Invece il GRANDE EVASORE MAZZETTARO non rischia mai nulla. Male che gli vada si quota in Borsa e distribuisce i suoi debiti ai piccoli investitori.

Testo:
Ferruccio Sansa: “E’ bellissimo che, finalmente, qualcuno applauda i giornalisti ed è bellissimo che qualcuno risponda all’inchiesta che abbiamo fatto visto che sono mesi che chiediamo a Visco e Prodi di risponderci e non si sono degnati di dire una parola.
La tattica che hanno usato è quella del muro di gomma: noi dobbiamo evitare che possano utilizzare questa tattica con successo. Dobbiamo ripetere fino alla noia queste domande a costo di sembrare ripetitivi. Loro vogliono stancarci, noi dobbiamo continuare, resistere, ripetere le stesse domande fino a fiaccarli.
Non ce lo siamo inventato né abbiamo intenzione di prendercela con questa o quella parte politica. Ci siamo basati su atti di una Commissione d’inchiesta e su quello che ha detto la Corte dei Conti. Atti pubblici. Ci hanno detto, che in base a un’inchiesta della Guardia di Finanza, non di pericolosi sovversivi, le Concessionarie di slot machine devono allo Stato, quindi a noi, 98 miliardi – quelli con nove “zero” – di euro. Quando ci chiederanno nuove tasse per una manovra da 12-13 miliardi ricordatevi cos’hanno regalato a queste società, alcune delle quali vedono nel loro consiglio di amministrazione famiglie vicino a Cosa Nostra e altre sono amministrate da membri di partiti politici, soprattutto Alleanza Nazionale, come il Bingo era in mano ai DS e alla Lega.
Ricordiamolo sempre: ci chiedete nuove tasse per 11-12 miliardi di euro? Ci chiedete sacrifici per tagli da 11-12 miliardi di euro? Ma dove sono finiti questi 98 miliardi di euro?
In Parlamento già si parla di una legge. Le soluzioni sono due: o una forfetizzazione della multa, e allora quando prenderò la prossima multa per divieto di sosta chiederò che mi sia forfettizzata; oppure parlano di un condono tombale, cioè regalare 98 miliardi di euro a società private. Noi seguiremo questa vicenda fino alla fine, voi stateci vicini e non dimenticatela. Se si parlerà di condono tombale sarà regalare a società quotate in borsa un tesoro molto più grande di quello che chiedono a noi. L’altro giorno decine, centinaia di nostri lettori hanno scritto a Prodi chiedendo una risposta. Sul sito del governo la risposta è stata questa: “Ci vuole cautela poiché si tratta di società quotate in borsa.Noi non siamo quotati in borsa ma abbiamo bisogno dello stesso rispetto. Grazie a tutti.” Ferruccio Sansa

 

fonti: Blog di Beppe Grillo, Il Secolo XIX